Anno I - Numero 3

Musica, colore e movimento per la cura ed il benessere

Le Arti Terapie per il benessere psicofisico (articolo pubblicato sulla Rivista mensile 50 & Più – Ed. ENASCO – Dic. 2006)
di Stefano Centonze

Il personale senso del benessere

Qual è l’idea che ciascuno di noi ha del benessere? Al di là della molteplicità di fattori, sociali, culturali e geografici, che possono condizionare la risposta a questa domanda, il personale senso del benessere nasce sempre da una ricerca. Ovvero, dalla naturale inclinazione degli uomini a conseguire una dimensione “altra” che ne elevi le condizioni, sociali, economiche o di salute. Mentre, però, nella costante corsa al successo, appare improbabile che  possano essere persi di vista gli obiettivi professionali, sempre più spesso accade di dimenticare ciò che sul momento non sembra immediatamente fruibile e che, come tale, può essere trascurato e lasciato al caso: noi stessi.

Gli anni che ci vedono protagonisti segnano il passaggio tra vere e proprie ere: abbiamo assistito alla nascita del telefonino, all’era dei computer portatili ultrapiatti e all’avvento di internet. Tutto in meno di un ventennio. E chissà quante sorprese ci aspettano (spesso dico a me stesso che sarei voluto nascere tra vent’anni per beneficiare al massimo di tutto ciò). Tanto progresso, però, ha mietuto e mieterà non poche vittime: i ritmi frenetici con cui viviamo, le nostre agende sempre più ricche di appuntamenti, la necessità di essere al passo con i tempi hanno generato gli automi irritabili che vediamo quotidianamente per strada,  assorti nei propri pensieri, parlare al telefonino, con la testa sempre in un luogo diverso da quello in cui si trovano, chiusi nelle proprie spalle e con il fiato corto per la fretta, l’ansia e lo stress.

Non va meglio con i nostri figli. Un tempo non tanto lontano, per fare i compiti assegnati a scuola, c’era la telefonata o l’incontro con i compagni. Oggi i compiti assegnati in classe si trovano su internet e, se proprio c’è qualcosa da dire, ci sono gli sms o le e-mail. Così poi resta del tempo per i videogiochi domestici o per ascoltare in cuffia della musica assordante da un I-POD nano! Risultato: stiamo diventando isole, chiusi nelle nostre posture, con il collo che va perdendosi nelle spalle, poco inclini alle relazioni con gli altri, incapaci di manifestare emozioni, spesso anche solo di pensarle, di farci e di fare una carezza.

Estremizzati, tali comportamenti possono perfino diventare patologici. In psichiatria, ad esempio, si parla di psicosi per indicare la frammentazione del Sè e la perdita di contatto con la propria identità. Fu Freud a proporre l’idea, tutt’ora in auge nei circoli scientifici che hanno preso vita dai suoi studi, secondo la quale noi siamo fatti di una minima parte razionale, “emersa”, chiamata conscio, e da una più grande, “sommersa”, che definì inconscio e che rappresenta la vita intrapsichica. Dall’equilibrio tra queste istanze, che sottendono il dualismo corpo-mente, materia-anima, ragione-emozione, dipende l’unitarietà dell’uomo ed il suo benessere. In altre parole, ogni fattore, esterno – più controllabile - o interno – meno controllabile, come nel caso di molte patologie -, che produca un cortocircuito nell’equilibrio tra il “fuori” ed il “dentro” di sé, distoglie dal benessere e minaccia l’intrinseca peculiarità della natura umana. L’homo tecnologicus è avvisato.

 

Le Arti Terapie per il benessere psicofisico

Occorre, dunque, un spazio per potersi riappropriare del proprio personale senso del benessere. Principalmente, occorre uno spazio mentale per farlo. E, per favore,  abbandoniamo subito l’idea che esso sia prerogativa di chi è in possesso dei giusti mezzi per poterlo conseguire! Il benessere – quello vero – appartiene a tutti gli uomini indistintamente, senza limitazioni anagrafiche, sociali, culturali o geografiche.

Perseguire il benessere vuol dire recuperare il contatto con se stessi, con il proprio corpo, con la propria sfera emotiva, con le parti nascoste di sé, con le proprie zone buie, per ricompattare la perduta originaria unitarietà tra mente e corpo, sfera emotiva e razionalità. Vuol dire dedicarsi del tempo fuori dal caos per riscoprire la creatività, il gioco ed il silenzio nell’intento di recuperare il perduto senso di unità personale, per tornare a riconoscersi, per acquisire maggiori informazioni su se stessi, per rivisitare e migliorare il sistema delle relazioni con gli altri.

Non esistono diversità in grado di limitare questa ricerca. Si potrà, poi, discutere su quanto relativo sia tale concetto. Il dibattito è aperto…

Da alcuni anni, in equipe con la psicologa del nostro Istituto, conduco laboratori di Arti Terapie finalizzati alla scoperta della comunicazione non verbale quale espressione immediata e diretta delle emozioni. Ovviamente, non è solo questo lo scopo dei  percorsi progettati, dal momento che ciascuno di essi prevede finalità e obiettivi sempre diversi. Ma tanto che ciò avvenga in ambiente scolastico, con insegnanti o allievi, in comunità, con pazienti psichiatrici o con demenza, in ospedale, con degenti o gestanti, o in contesti formativi, con gli allievi del corso di Musicoterapia, l’incontro con il benessere è una tappa fondamentale.

Esso, però, è una conquista ed un punto di partenza al tempo stesso. Imprescindibile in tutte le azioni volte alla prevenzione ed alla riabilitazione: un traguardo nel senso più ampio ma anche complementare rispetto ad altri obiettivi degli interventi programmati. Tuttavia impossibile da raggiungere senza la massima disponibilità ad accorciare le distanze con la propria vita affettiva.

 

Perché le Arti Terapie?

Con il termine di A.T., nella moderna accezione, si intende l’uso dell’ Arte come canale suppletivo o alternativo al canale verbale in un contesto di relazione, generalmente ma non necessariamente orientato alla cura. Tra di esse, la Musicoterapia, la Teatroterapia, l’Arteterapia Plastico-Pittorica e la Danzamovimentoterapia, a vario titolo supportate da studi scientifici che ne dimostrano l’efficacia applicativa sia nei contesti cosiddetti sani che patologici, rappresentano la migliore espressione della comunicazione che oggi gli esperti definiscono di senso (per distinguerla da quella di significato, centrata sull’uso della parola). L’arte in genere, in tutte le sue manifestazioni, si rivolge, infatti, alla complessità della dimensione umana (corpo, affettività, mente) e consente, con maggior forza ed immediatezza, l’espressione di sentimenti, emozioni e vissuti, favorendo autentiche forme di contatto e relazione con se stessi e con gli altri.

La musica, la danza e l’arte si offrono, in particolare,  come spazio per poter esprimere tale dimensione emozionale, come contenitori in grado di accogliere e dare senso alle emozioni, di dare spazio al processo creativo, inteso come area di pensabilità, dove possono prendere forma, in quanto note, in quanto gesti, in quanto colore, aspetti che hanno a che fare con il non detto, con il non ancora pensato.

L’atto creativo, reso possibile da un simile processo, produce distanza tra il sé e l’oggetto interno che solo ora è fuori di sé, in altra forma. Accade così che si impara ad acquisire consapevolezza dei propri vissuti, dei propri confini, non solo corporei ma anche emotivi, a far diventare storia il  passato, a riconoscere il proprio vertice d’osservazione come punto di partenza per star bene con se stessi e con gli altri. Perché sperimentare in libertà un’emozione consente di darle il giusto nome, di riconoscerla e di accettarla come parte di sé, prima che la zona buia si organizzi per reprimerla. Così come  rivivere un momento della nostra storia alla luce di questo nuovo apprendimento impedirà che essa riemerga e ci colga impreparati.

Soprattutto, ci fa avere meno paura della nostra “ombra” che è, poi, l’ostacolo più grande tra noi ed il nostro benessere.

Prendo in prestito una frase da Osho per concludere: “se stai cantando, se stai danzando, se stai celebrando non hai bisogno d’altro: la tua vita è già un paradiso”.

 

Ipotesi su Ulisse – Recensione di Maria Grazia De Donatis sul libro di Antonio Mercurio

di Maria Grazia De Donatis

Ipotesi su Ulisse è un libro sapienziale e come tutti i libri sapienziali risulta al tempo stesso semplice e complesso.E’ semplice in quanto ripercorre un racconto epico che può essere letto attraverso leggi universali della vita e dell’uomo. E’ complesso perché l’autore da ogni metafora usata da Omero trae più significati possibili e non uno solo e non è facile che siano comprensibili tutti e subito.

Antonio Mercurio attraverso questo testo compie un’ipotesi sull’uomo, sul senso della vita e sul senso del dolore e sul significato della ricerca della bellezza che assilla l’uomo, prendendo come base la narrazione epica di Omero. L’autore vede nel personaggio di Ulisse un essere umano che attraversa mille patimenti durante i suoi dieci anni di ritorno verso Itaca ma, soprattutto, Mercurio incontra Ulisse nel suo mondo interiore e ripercorre con lui i pericoli, i veleni e le lotte che egli deve affrontare per passare da una trasformazione all’altra e conquistarsi la strada per una vera immortalità.Ulisse sa, scrive Mercurio, che l’immortalità che Circe prima e Calipso dopo gli promettono non è una vera immortalità e la storia gli darà ragione. Chi oggi è ancora convinto che esistono gli dei dell’Olimpo e che sono immortali? Eppure per secoli i Greci sono stati profondamente convinti che fosse così e invece Omero aveva capito, prima ancora dei filosofi presocratici, che era tutta una invenzione umana.  Certo non una invenzione basata sulla follia ma su una profonda saggezza che proietta fuori dell’uomo quello che sta dentro l’uomo.   Infatti anche Omero continua a parlare degli dèi e a servirsene per esprimere con grande poesia la sua profonda saggezza. Solo che mentre l’Iliade è piena di dèi che manovrano gli uomini a loro piacimento, nell’Odissea gli dèi agiscono in continuità a favore dell’uomo, anche quando l’uomo non lo vede e non lo sa. Il secondo Omero è completamente diverso dal primo, scrive Mercurio.

     Ulisse pur riconoscendo che la bellezza di Calipso è superiore a quella di Penelope, si rifiuta di sposare Calipso e rifiutandosi di farlo sta affermando tra le righe che l’immortalità che promette Calipso non è una vera immortalità. Egli preferisce affrontare altre pene pur di poter rincontrare Penelope e creare con lei una nuova bellezza, quella creata dalla fusione di entrambi. E’ nella creazione della concordia gloriosa , dice Omero, che può esistere una strada verso una vera immortalità. Qui, secondo Antonio Mercurio: “Ulisse comprende l’illusione che divora la vita degli uomini che vanno dietro al potere e alla gloria sperando di ottenere una immortalità che per questa strada non otterranno mai”. Un altro dei patimenti che affronta Ulisse per tutta l’Odissea è riconoscere l’odio che nasce sin dalla vita intrauterina e lì si sedimenta e lì resta rimosso  per poter sopravvivere ed alimentarsi. Mercurio sostiene: “L’odio rimosso è come la dinamite. E’solo questione di tempo. Per un po’, anche per vent’anni e più, sta fermo come una belva accovacciata, ma poi viene il giorno in cui un timer segreto scorrendo velocemente arriva al punto zero e fa saltare tutto in aria.” L’autore intraprende un viaggio insieme a Ulisse alla ricerca dell’odio rimosso che alberga dentro ognuno di noi, un viaggio che passa attraverso i traumi passati e i sentimenti più difficili da accettare come l’invidia, la pretesa, l’orgoglio, la menzogna e la volontà omicida e suicida e lo compie non per dire che esistono ma per poterli vedere, affrontare e poi superare. Come?

Un’opportunità, secondo il Prof. Mercurio, potrebbe essere il movimento della Cosmo-Art creato da lui e dalla SOPIA UNIVERSITY OF ROME. - La grande intuizione - dice Mercurio - sta nel vedere l’uomo come un alchimista o meglio un artista che sa fondere i fatti della vita e  il dolore che da essi promana, con  la saggezza e l’arte che sa trasformare la vita stessa in un’opera d’arte -  . Scrive Mercurio che esistono tre tipi di bellezza: la bellezza prima, che è quella effimera, soggetta ai danni del tempo e della morte (per essa, la bellissima Elena, Greci e Troiani sono morti a migliaia); esiste la bellezza della vita che è quella che tutti conosciamo entrando nella vita e poi subito perdiamo a causa dei traumi ineluttabili che ci colpiscono (v. lo sviluppo del pensiero positivo tutto teso a recuperare questa bellezza). Ma esiste anche la bellezza seconda che è quella che soltanto gli esseri umani possono creare e che è immortale perché una volta creata non muore più (di  essa parla ampiamente la Cosmo-art).

Scrive pure che esistono forze cosmiche e forze umane, le prime sono: la saggezza, l’arte e il dolore. Le seconde sono: verità, libertà, amore e bellezza. Se l’uomo decide di imparare a fondere le forze cosmiche con le forze umane può creare quantum di bellezza seconda che sommandosi insieme creano un campo di energia che è immortale. L’arte di fondere il dolore che viene dai traumi della vita, il dolore che si prova nel rinunciare ai propri veleni, e il dolore di perdere un’identità che conosciamo per andare verso una identità nuova, aiutati dalla saggezza che viene dal Sé Personale (Atena) e dalla saggezza che viene dal Sé Cosmico (Zeus) è capace di trasformare la vita di un uomo in un’opera d’arte.

 Molto importante il capitolo in cui l’autore parla della struttura dell’Io. All’interno dell’Io c’è un Io Persona che è un principio spirituale e che esiste sin dal primo momento del concepimento; c’è un Io Psichico e un Io Corporeo e poi c’è un SE’ Personale e un SE’ Cosmico che ci accompagnano per tutta la vita.  C’è pure un Io embrionale e un Io fetale che rischiano di farci restare per sempre dentro l’utero, anche dopo che è avvenuta la nascita biologica, perché essi si oppongono tenacemente alla crescita e allo sviluppo dell’Io Persona adulto e cercano solo vendetta.

La logica dell’Io fetale è opposta alla logica dell’Io Persona. Se l’Io fetale è stato ferito, egli non vuole la riparazione della ferita ma vuole solo la vendetta e la distruzione di chi l’ha ferito anche se deve attuarla nel futuro e non all’istante. Accade spesso che la logica dell’Io fetale prevalga sulla logica dell’Io Persona adulto e l’Io globale resta frantumato e scisso. Prevale l’odio e non l’amore. Prevale l’orgoglio e non l’umiltà e la vita diventa un interminabile dolore senza alcuna via d’uscita. Non è così per Ulisse che decide di entrare nella sua reggia come un mendicante, egli che è un re, e si sottopone in silenzio a tutte le umiliazioni che gli infliggono i Proci.

Ora come mai tutti si ricordano dell’astuzia di Ulisse e quasi nessuno si ricorda dell’umiltà di Ulisse e dei suoi mille patimenti? si domanda Antonio Mercurio.E ancora, come mai tutti si ricordano che Ulisse brama il ritorno (il nostos) e pochi si ricordano che Ulisse brama ritrovare la sua sposa, com’è scritto sin dal proemio dell’Odissea?   Come mai nessuno vede che Penelope ha un cuore di pietra e che si è messa in casa più di cento pretendenti pronti ad uccidere sia Telemaco sia Ulisse? A queste domande, in una conversazione privata avuta con l’autore, egli risponde che il cammino dell’umanità si svolge per tappe e le opere d’arte ad ogni tappa vengono comprese in maniera diversa.La religione cristiana che per tre secoli dopo la sua nascita è stata perseguitata dagli imperatori romani, quando, con Costantino, è diventata religione di stato ha cominciato a perseguitare e distruggere le religioni pagane. I monaci benedettini che pure hanno conservato le opere dei classici antichi non hanno fatto altrettanto con l’Odissea. Il poema di Omero è arrivato in Occidente solo nel 1500 dopo la caduta dell’Impero Bizantino. Dante però nel 1200, senza aver mai letto l’Odissea, aveva già condannato Ulisse ponendolo nell’inferno nel girone dei fraudolenti. Forse non tutti sanno che i gruppi marmorei che rappresentavano episodi tratti dall’Odissea, posti nella villa di Tiberio, sono stati distrutti a martellate da monaci cristiani. E’ evidente che la mitologia cristiana si sente minacciata dalla mitologia greca e in particolare da quella che riguarda Ulisse. E il motivo può essere che l’ideale di uomo artista della sua vita secondo il modello di Ulisse è in contrasto con l‘ideale di perfezione assoluta e con l’ideale di santità proposto e imposto dalla Chiesa cristiana.

Oggi i valori cristiani sono in via di sparizione in Occidente e forse a partire da oggi è possibile capire e accettare i valori che Omero propone attraverso la figura di Ulisse, come prima non è stato possibile. Noi non siamo santi e non vogliamo essere né peccatori né ipocriti e quindi non vogliamo modelli da imitare impossibili per la nostra vita. Noi  vogliamo affrontare e trasformare il dolore e la colpa in una bellezza che è immortale e questo è quello che ha fatto Ulisse e noi possiamo imitarlo. I santi servono per chiedere grazie e miracoli ma non servono come modelli di vita e nello sbandamento totale odierno è di modelli che abbiamo bisogno. Lo scrittore Coelho, che vende milioni di libri in tutto il mondo, dice che la sapienza è conoscenza per potersi trasformare. Omero ha trasferito sulla figura di Ulisse tutta la sua sapienza e l’arte di trasformare la vita in un’opera d’arte. I papaboys di Wojtyla hanno lasciato centomila preservativi usati nel campo di Tor Vergata a Roma. Erano venuti per ascoltare un papa o per stare insieme tra loro?

Ulisse è il grande artista che di tappa in tappa trasforma se stesso e, avendo prima trasformato se stesso, può poi trasformare Penelope e non ucciderla come invece raccontano certe versioni del mito di Ulisse che Omero ha scartato dal suo poema. Questa meta di realizzare con Penelope un incontro d’amore, come non è mai avvenuto prima, dà il senso preciso del perché Ulisse debba affrontare nel suo viaggio tutti i mostri che si porta dentro e che non sono visibili e debba agire i suoi veleni esistenziali per poterli riconoscere come suoi e poi liberarsene. Un’accurata lettura dell’Odissea, come ci guida a farla Mercurio, rivela tutta la sapienza di Omero e rivela come questo poema sia la più grande storia d’amore che sia mai stata scritta dalla letteratura di tutti i tempi.

Sicuramente Ulisse è stato un alchimista dell’antichità, ma l’alchimista di quest’epoca è senza dubbio Antonio Mercurio che ha creato il movimento della “Cosmo-Art” mettendola al servizio di tutti per poter insieme a lui, insieme alla Vita e insieme all’Universo, trasformare le nostre parti oscure in parti luminose; e poi creare la sintesi degli opposti, maschile e femminile, vita e morte, follia e saggezza, orgoglio e umiltà, verità e menzogna, amore e odio;  e così creare una nuova Bellezza, quella che non muore mai, in un contesto corale che strappa l’uomo alla sua solitudine, al suo narcisismo e alla sua mortalità.

Ipotesi su Ulisse è un testo saggio che incontra la saggezza che viene da ognuno di noi e va incontro alla saggezza della Vita.

 

Il quadro sulla parete? Fa bene come una medicina        

di Elaine Poggi

Il quadro sulla parete?  Fa bene come una medicina - di Elaine Poggi (articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 27 Marzo 2010 a firma di Filippo Bernardi)

 

La ricerca  Il luogo di ricovero infuisce sull’umore.  Quando e’ piu’ bello, aumenta il senso di fiducia verso la vita.

Anche solo un disegno o una fotografia, al posto di una parete spoglia, possono aiutare a convivere con un tumore.  E’ l’arte che si fa terapia:  interrompe il bianco dei muri d’ospedale e dona emozioni a chi crede di non poterne provare piu’.  Un’indagine co-ordinata dalla Struttura complessa di Oncologia di Careggi – e a cui hanno partecipato i centri di Messina, Ancona e Perugia – ha dimostrato che un ambiente meno asettico aiuta i pazienti a riacquistare un po’ di fiducia nella vita.  I risultati della ricerca sono stati presentati ieri all’incontro “Oltre le cure tradizionali…  L’arte come terapia”, tenutosi al Grand Hotel Baglioni e moderato dal direttore del Corriere Fiorentino Paolo Ermini.
Lo studio, svolto con il patrocinio del Goirc (Gruppo oncologico italiano per la ricerca clinica) e il supporto di Lilly, ha riguardato 345 pazienti.  Le stanze e i corridoi dei centri oncolgici coinvolti sono stati tappezzati con le fotografie donate dalla Fondazione “Healing Photo Art” e scattate dalla stessa presidente, Elaine Poggi, che ha deciso di dedicarsi all’arte – terapia dopo averne notato gli effetti positive sulla madre ricoverata.

“Ho lasciato la mia famiglia a Firenze e sono andata negli Usa per assisterla - ha raccontato -  Le pareti della sua stanza d’ospedale erano tristemente nude e cosi’ ho deciso di arricchirle con alcune mie foto di Firenze e di paesaggi naturalistici.  La camera ha subito assunto un’aria piu’ serena e cosi’, quando la storia di mia madre si e’ conclusa, ho deciso di riempire tutti gli ospedali del mondo che me lo chiedono”.

Oltre che in Italia e negli Usa, gli scatti di Elaine Poggi si trovano in Brazile, Croazia, India, Maldive, Polonia, e molti altri Paesi ancora.  E i risultati sono chiari:  l’84% dei pazienti coinvolti nell’indagine, ha dichiarato di preferire le stanze decorate a quelle spoglie.  “Ci rendiamo conto sempre piu’ spesso – ha detto il direttore dell’oncologia medica di Careggi, Francesco Di Costanzo – che i pazienti ricoverati hanno uno stato di depression psicoemotiva che, oltre ad essere dettato dalla malattia, e’ determinato anche dagli ambienti che li circondano.  Dalla ricerca emerge che quando questi sono particolarmente confortevoli, i malati sono piu’ sereni e seguono meglio le indicazioni terapeutiche.  Le strutture e i medici non sono ancora preparati a questi nuovi approcci, ma si tratta di un ritardo che dobbiamo colmare”.

Nel corso del convegno, a cui sono intervenuti anche la professoressa Paola Caboara Luzzatto (esperta di arte-terapia), lo psico-oncologo di Careggi Leonardo Fei, il president dell’Aimac ed ex ministro della Sanita’ Francesco De Lorenzo, l’architetto Franco Pasti e il critico d’arte J. T. Spike, e’ stato anche illustrato come un’immagine non sia uguale a un’altra per il malato.  Il criterio da sequire e’ la semplicita’:  foto e paesaggi al posto di quadri astratti.  Una collina assolata, non una campagna autunnale.  Un’alba invece di un tramonto.

 “Oltre le cure tradizionali… L’arte come terapia”, nel convegno si sono discussi i risultati della ricerca su 345 pazienti:  le immagini fanno bene all’umore.  Foto e paesaggi sono da preferire ai quadri astratti.


 

Esperienza con Software di valutazione nell’approccio musicoterapico col malato di Alzheimer           

di Roberto Bellavigna (PR), Musicista, Musicoterapista

Il mio incontro con gli anziani della Rossi Sidoli iniziò circa 13 anni fà quando l’allora animatore della struttura sapendo del mio interesse per la musicoterapia mi propose di iniziare un progetto di breve durata con malati di Alzheimer e con malati di Parkinson. Poca era la letteratura tradotta in lingua italiana e pochi erano i collegamenti che potevano essere attivati con esperienze di altre strutture. Accettai però con entusiasmo questa nuova sfida con l’intento di rendere la mia presenza in casa di riposo strutturata e significativa. La vita in casa di riposo era strutturata con orari precisi con personale ausiliario sempre presente supportato da personale medico e infermieristico.
A rinforzo dell’attività dell’animatore spesso interveniva un gruppo di volontari con proposte aggregative. A giorni alternati invece vi era la presenza della fisioterapista con un proprio programma riabilitativo autonomo. Le 3 suore oltre che occuparsi a tempo pieno del carico assistenziale si occupavano dell’aspetto religioso della vita degli aniani. La casa di riposo era una realtà nuova, aveva un proprio modo di essere e di esistere. All’arrivo in casa di riposo l’anziano acquistava nuova dimora, con sè pochi oggetti e tanti ricordi, molte persone nuove, nuove orari e comportamenti differenti. Quasi tutti gli ospiti soggiornavano durante l’intera giornata nei medesimi luoghi ma sempre più rare rispetto alle abitudini precedenti risultavano le vere occasioni di socializzazione condivise. Anche gli spazi privati erano sempre più compromessi, le camere avevano più letti e i bagni nei vari piani erano in comune. Fin dai primi incontri mi accorsi te della grande gioia degli anziani di fronte alle mie proposte musicali. La musica era ricordo, presenza, veicolo di attività per il futuro. La musica era uno strumento di comunicazione supporto ad altre attività o attività autonoma. Da parte di molti anziani vi era dichiaratamente l’esigenza di comunicare con gli altri di rendere ancora protagonisti se stessi con la propria storia. Difficile risultava la convivenza fra malati di Alzheimer che spesso necessitavano di un approccio comunicativo e assistenziale personale con le persone autossufficienti. Da p arte della struttura e dei collaboratori vi era la massima disponibilità a cooperare per raggiungere obiettivi comuni. Vi era quindi una grande disponibilità di spazi ma vissuti un modo disarmonico con pochi momenti associativi condivisi dalla maggior parte del gruppo.  Negli anni ho organizzato il mio lavoro con la musicoterapia come se fosse una partitura musicale. Nella sua visione verticale le collaborazioni con il personale della struttura; nella sua visione orizzontale il lavoro con gli anziani con le sue diverse attività. La mia presenza aveva il compito di essere armoniosa, vibrare con il vissuto della vita degli anziani e il vissuto e l’organizzazione dell’intera struttura e dei suoi operatori. Il mio lavoro doveva essere specifico e generale nello stesso tempo. Per questo motivo ritengo importante una condivisione di intenti fra gli stessi operatori Lo staff progetta percorsi e non rigidi protocollo. La musica per le sue particolari capacità di essere veicolo della comunicazione, espressione di sentimenti, recupero di ricordi, momento aggregativo, misura timbro intensità e frequenza, sostegno e rinforzo del movimento, sfondo e prima parte, poteva ben supportare la mia presenza in struttura.  Negli ultimi anni è stato di valido supporto il contatto e la collaborazione con il Progetto Anziani Musicoterapia del quale sono socio fondatore. Questa associazione nasce nel 2001 e cerca di essere punto di confronto fra operatori della musicoterapia con anziani in Italia. Da questa esperienza sono nati convegni, scritti, seminari che hanno incrementato la letteratura italiana sul tema e hanno creato interesse nei vari settori riguardo l’uso della musicoterapia in strutture per anziani.
Sono di solito presente in casa di riposo 2 giorni la settimana. La mia presenza a supporto e in accordo con lavoro degli altri operatori converge schematicamente attorno a questi obiettivi:

1) Musica come momento aggregativo e socializzante

2) Musica come attivazione del movimento nella riabilitazione

3)Musica come partenza e recupero dell’identità sonora dell’anziano per attività legate alla prevenzione e recupero cognitivo

4) Musica come accompagnamento della vita verso la morte

Nell’incontro con gli anziani dai malati di Alzheimer alle persone autosufficienti di fondo un progetto generale che modula la musicoterapia da indiscussa protagonista a supporto ad altre attività.

1) Grande gruppo – Salone

Come primo momento descriverei l’esperienza con il grande gruppo in salone. E’ una esperienza aperta a chiunque voglia intervenire alla quale partecipano settimanalmente dai 30 ai 50 anziani spesso accompagnati anche dai loro famigliari. L’incontro ha una durata massima di 1 ora e mezzo ed è incentrata sull’uso di canzoni e sull’improvvisazione libera in modo tale da attivare il canto corale che lo scambio e il recupero di melodie o testi, il commento il dialogo e le riflessioni personali, l’uso di strumenti musicali di facile utilizzo, semplici movimenti guidati, musica e ballo come momento di accoglienza. Promosse e organizzate in questo contesto uscite programmate, visione di spettacoli teatrali, feste, incontri musicali con studenti, celebrazioni ricorrenze particolari con l’accompagnamento della musica.

2) Piccoli gruppi – Luoghi vari

In accordo con altre figure professionali ho progettato incontri di musicoterapia con piccoli gruppi formati prevalentemente da malati di Alzheimer. L’intento è quello di prestare maggiore attenzione ad obiettivi specifici spesso attinenti al recupero o all’attivazione di funzionalità cognitive.

3) Piccoli gruppi – Palestra

Ho lavorato spesso in palestra con strumentario ginnico con progetti concordati con la fisioterapista in questa situazione la musica è utilizzata prevalentemente come rinforzo e attivazione del movimento o come momento di rilassamento.

4)Singoli- Luoghi vari

Incontro con i singoli per attuare progetti specifici. Gli incontri sono sia frutto di una progettazione di equipe monitorata nel tempo che inc


ontro fortuito. Non sempre infatti vi è la possibilità di agganciare l’anziano nei luoghi preposti, molte volte ogni occasione è utile per conoscere le persone. Mi capita spesso di girare per i corridoi, per le stanze, nelle camere, nei giardini con la fisarmonica e la musica diventa occasione di dialogo estemporaneo.

5) Camere

Sempre più spesso gli anziani conosciuti nelle varie occasioni mi chiedono di continuare a suonare nelle camere anche quando le situazioni di salute sono definitivamente compromesse. La musica, il dialogo, il cantare insieme è occasione per accompagnare e condividere la vita anche in prossimità della morte.

6) Musica di ascolto

In alcuni periodi dell’anno in alcuni giorni della settimana nei corridoi, nei saloni, nelle sale da pranzo si programma una filo diffusione di musica registrata che ripercorre generi musicali diversi. Musica come sottofondo, musica di arredo, musica che armonizza (temporizza) gli ambienti.


Gli strumenti della musicoterapia

Strumenti musicali

-Strumenti musicali con gli anziani: Con piccoli gruppi di anziani autosufficienti ho costruito strumenti musicali di vario genere, che per le loro qualità timbriche, estetiche, evocative, tattili, artigianali si sono resi utili nelle diverse occasioni.

-Strumenti musicali di facile utilizzo già presenti nello strumentario Orff e negli strumentari etnici. Gli anziani con i quali sin ora ho lavorato hanno sempre preferito strumenti colorati costruiti con materiali naturali e con timbriche definite. La scelta dello strumento è spesso abbinata a facilitare e potenziare il movimento nel tempo e nello spazio

-Strumenti musicali guida usati in prevalenza dal musicoterapista per condurre gli incontri

Fisarmonica: questo strumento è sicuramente legato alla tradizione, al repertorio, all’identità sonoro musicale degli anziani. E’ facilmente trasportabile, ha grandi qualità e potenzialità melodiche, armoniche, agogiche e timbriche. E’ un valido strumento solista e di accompagnamento al canto

Tromba. Strumento evocativo legato agli accadimenti e al repertorio del periodo delle grandi guerre nonchè lo strumento della tradizione delle bande di paese.
Tastiera elettronica collegata al computer: Spesso utilizzo per facilitare la creatività degli anziani.

Material vari: Materiale di supporto di vario genere (teli, attrezzi ginnici, oggetti colorati, oggetti sonori, tratto grafico e …..molto altro)

La Canzone in terapia

Nella proposta del dialogo musicale con gli anziani ho utilizzato molto la forma canzone. La canzone è’ materiale vivo nell’identità sonoro musicale delle persone, è materiale che opportunamente adattato alla situazione è utile strumento della comunicazione. Possono essere prese in considerazione sia le canzoni del passato che quelle apprese nel tempo, nonchè la composizione o la riedizione di materiale nuovo adattato a situazioni in corso. Componenti di riferimento e variabili della canzone in terapia possono essere la forma, lo strumentario, gli abbinamenti, la struttura musicale, le sequenze fra le stesse canzoni, le omissioni, le interpolazioni dei vari parametri musicali o testuali.

Il senso dell’intervento di musicoterapia

Ritengo che la vera competenza del musicoterapista sia quella di saper utilizzare il materiale sonoro non esclusivamente come semplice intrattenimento ma come utile strumento della comunicazione che partendo dai bisogni progetta in equipe percorsi dinamici. Percorso musicale inteso come dialogo sonoro: accompagnare, condurre, aspettare camminare insieme verso obiettivi personalizzati. Necessita ovviamente che si consideri la persona nella sua interezza nella sua storia nella sua situazione attuale, nel suo contesto. Musica come valore dell’essere nel tempo e nello spazio.

Valutazione

Il confronto con altri colleghi, il lavoro di equipe ha prodotto un software da me utilizzato che ha l’intento di monitorare in abbinamento ad altre schede già in uso in ambito medico i risultati dell’attività di musicoterapia in casa di riposo. Il software già in uso in varie strutture italiane presto sarà tradotto anche nella sua versione in inglese. Questo software utilizzato anche con le demenze incorpora sia schede di valutazione musicali che altre di valutazione multi-dimensionale. La sua compilazione è effettuata in equipe.

 

La mente generativa (o pro-creattiva)

di Alessandra Lancellotti

Il sintomo, la crisi, il disagio, sia esso emotivo (psichico) o …finanziario, è un segnale per cambiare,una strategia,atta a modificare i comportamenti sia nelle famiglie che nelle aziende.E’ una scrittura che prende  il corpo e la mente in un gioco di contrapposizioni speculari, dove non si sa chi e’ causa, chi  e’ effetto. E’ una comunicazione di cui dobbiamo decodificare  il senso e il segno.da doive viene e soprattutto che cosa vuole,dove và.

Da molti anni mi occupo del cambiamento come scienza e come ”mestiere”, con i pazienti e con le imprese, le persone in cerca di felicità e le aziende in cerca di strategie per sopravvivere. Del “change” come possibilità per le persone di trovare strade nuove, alternative di vita, modi di “vedere” i bisogni in funzione dei desideri. Ho sempre considerato il sintomo psichico e psicosomatico come un segnale forte, un crittogramma dell’inconscio, una nota stonata in una melodia da ritrovare. Una strategia di comunicazione che il paziente adotta nei confronti del gruppo sia familiare che lavorativo. La crisi sarà per tutti ,un’occasione di rinascita? Un’ occasione cre-attiva? O pro-creattiva? La crisi trovera’ una mente altrettanto  generativa?pro-creattiva? resiliente? E come?
Il sintomo ti appare nella vita per segnalarti che sei su una pista troppo battuta e forse sbagliata. Arriva per dirti che devi cambiare.In questo senso e’ benefico, perche’ ti dice basta!E’ una svolta,il sintomo,che ti fa  male ,ma da cui puoi risorgere, ome nelle aziende. I sintomi,i disagi,le crisi,sono dunque il necessario pedaggio da pagare per il cambiamento.
La vita richiede  una riorganizzazione  e una ri -negoz-iazione continua dei centri  cerebrali e dei flussi neuronali, che gestiscono emozioni,  punti di vista, sensazioni, obbiettivi: come quando ci si innamora, si deve  ripartire quasi da zero per conoscersi, collegarsi, ri-conoscersi e riconoscere sé stessi nuovi. L’amore genera, oltre che salute, anche una mente generosa. Contrariamente,la rabbia e l’odio ci rendono rigidi,non aperti e indisponibili.asse chiuse,in cui e’ difficile mettere dentro qualcosa.La rabbia dunque e sentimenti negativi,influenzano negativamente i flussi del cervello neuronale e non lo rendono plastico,reattivo,procreativo, generativo. Bisogna prima sciogliere i nodi umorali per avere visioni chiare e ottimali,questo vale per la famiglia delle aziende che per le famiglie, soprattutto se allargate.

I nodi viscerali bloccano la creattivita’ mentale in un processo di regressione e inibizione fino alla morte delle iniziative,la depressione sia in senso aziendale che familiare. Esiste lo stesso nesso di causalita’ fra rabbia e inibizione all’apprendimento.Fra odio e rancore e mancanza di spirito di sacrificio di motivazione. Per  far ripartire la mente pro-creattiva,bisogna togliere nodi e grumi di insofferenza,pena il blocco dell’attivita’ e dell’attivita’ mentale.

L’amore e la mancanza di paura nei confronti del futuro, permette invece  di apprendere, addirittura ci dà gioia nell’apprendere, e di stare bene assieme  agli altri(i cosiddetti clienti interni,i nostri collaboratori):

Tanto che l’ossitocina (ormone rilasciato in fase di innamoramento) è chiamato anche il modulatore dell’impegno!Tutto questo dipende dalla fiducia che abbiamo in noi stessi,nel nostro potere relazionale,che è principio di ogni comunicazione.Fiducia e creattivita’ per far fronte alla crisi. Se ci sono sintomi, manca la fiducia relazionale,manca il patrimonio piu’ grande che è la capacita’ di comunicare.

Smettiamola di temere futuro, prendendo i sintomi come crisi e la crisi come sintomo e come sfida, per dare nuove accelerazioni o volute decelerazioni, a pensieri ed azioni. Se così faremo, moduleremo i nostri cervelli in maniera plastica per i tipi di difficoltà che ci aspettano. E sapremo superare gli ostacoli. Altrimenti i primi ostacoli saremo noi, le paure, le insicurezze, la  mancanza di speranza ,il  nero con cui tingere ogni cosa. Mi ricordo Maria Concetta  che decise di cambiare vita dopo  una brutta malattia. Mise un atelier d’arte vicino a Spino d’Adda. Chiamò pittori della luce,ecologisti in erba,disegnò il “Nodo dei sogni ”centro per l’arte e l’ambiente. Guarì dal mal di vivere che era diventato melanoma e divenne,la sua casa, fulcro di attivita’ varie,che partivano da cultura ,natura e arte. Tutto divenne dolcezza e cambiamento nella sua vita. Persino i mobili di casa sua non volle piu’ vedere e li fece lei stessa con le sue mani,piu’ rotondi,come i vecchi trumeau della nonna , piu’ dolci : meno razionalismo piu’ pittura. Il sintomo l’aveva aiutata a vivere meglio...

La carta giocata era la vita. La vita, ora,in quelle stanze,continua in modo piu’ sinuoso, fra le pieghe dell’Adda. Ma c’e’ bisogno di una brutta malattia per cambiare? O di un fallimento secco come un colpo di frusta? Non possiamo vedere prima e generare nuove forme di adattamento sia sul piano umano ,che aziendale,nella comunicazione e nella relazione?Persino i siti web sono talmente piu’ umani di noi,piu’ comuni- cosi,da essere preferiti alle nostre persone!

Mi ricordo anche un’azienda,con sede vicino ad Alessandria.Tutto filava liscio.Improvvisamente una crisi di leadership,  fra il padre ed il figlio.Avevano costruito muro contro muro.Il primo ad accorgersi di questa de-generazione fu il project manager,la persona appunto che si prendeva cura del futuro dell’azienda: che mi chiamo’. Mesi e mesi di riunioni centrate sulla comunicazione sul e del   gruppo .Chi stava con chi e per quale motivo.L’azienda si era spaccata come quando due si separano. Da una parte il padre con alcuni collaboratori,dall’altra il figlio, quasi solo. La guerra,la competizione era dentro,e non solo fuori,come capita anche alle migliori famiglie. Ora l’azienda va a gonfie vele,poiche’ la crisi ha dissolto quei nodi comunicativi quei silenzi e quei musi,quegli sbarramenti comunicazionali che relegavano il ruolo di ciascun membro dell’azienda all’oppositivita’ e dunque alla stagnazione produttiva. Anche l’azienda e’ una famiglia. Le dinamiche psicologiche e comunicazionali sono le stesse. Per questo hanno bisogno ogni tanto di una cura.Di una sana decriptazione.Come per i geroglifici.E di vedere piu’ luce nel futuro,anche a breve,fra i membri stessi della stessa business community.

Ma vediamo cosa succede  quando stiamo male?

Quando “siamo giu’ di morale”siamo di cattivo umore, depressi, la plasticità del cervello s’interrompe , s’irrigidiscono gli arti (il colpo della strega!),e i nostri comportamenti interattivi,e sul piano biologico ed organico  si abbassano le difese immunitarie, non apprendiamo più: ma anche questo dis-apprendimento è preludio al cambiamento. Per cambiare mente, dunque, dobbiamo paradossalmente stare male nella vecchia pelle, guarire dai  vecchi sintomi,cambiare dinamiche, modi di pensare il futuro. Come i bruchi ,da cui escono le angeliche farfalle!Dobbiamo sdoganare le abitudini che ci rendono secco il cervello.Conoscere meglio i sintomi per combatterli.

La mente ed il sistema psicologico ed affettivo,sono  correlati e in continua trasformazione,a seconda delle relazioni,delle comunicazioni,dei comportamenti  ,del pensiero e della rappresentazione che una persona ha di sé stesso,della forza iconica, simbolica della cultura che possiede, della passione che rafforza il pensiero in un circolo virtuoso di straordinaria potenzialità evolutiva..

Oggi all’Ospedale Fatebenefratelli,a Milano,ad una donna depressa, si somministra la musica di Wagner,di Vivaldi,a secondo del grado di patologia!

Conoscevo un manager,casa di sicuro effetto, architetto di punta. Tutto spigoli  bianco e nero. Si ammala  la figlia Sonia,ha una sclerosi:la prendo come paziente,in base al principio che sotto la  depressione di una figlia dimenticata , c’ è tanto fuoco da riattizzare,  tanta affettività da far emergere dal rapporto , molte parole che chiedono di riaffiorare al posto della malattia. Chiedo al manager padre di cambiare tutto in quella casa fredda e distante, e di incaricare la figlia di arredare quegli interni cosi freddi impersonali,anaffettivi..Contemporaneamente ai colloqui che avvenivano nel mio studio chiesi a Sonia di darsi da fare con imbianchini,tappezzieri,mobili presi in negozi anche di seconda mano.
Il tetto (!) della cifra  per rifare casa era bassa,in modo da stimolare l’ allegria mentale  della ragazza.
Tre mesi dopo la casa era tappezzata di vecchie foto ,soffici. cuscini,  vecchi pizzi. Assieme a  nuove icone ,foto di attori,paesaggi incantati.Era rinato il legame e con esso il soffio della vita.

Aver costruito la propria casa,ha ridato fondamento e radici a Sonia.Arrivate le endorfine(ormoni del piacere),si sono alzate le difese immunitarie.Il clima emotivo in famiglia è diventato caldo:c’e’ voluta una sclerosi della figlia, perche’ il padre  prendesse tutte quelle cure e quelle responsabilita’ che non si era preso prima!

Il darsi da fare per qualcosa,prendersi impegni,lottare per qualcosa,rendersi utili,colora la vita, tonifica,ci mette in comunicazione, ci ridà il sorriso, che e’ il primo  benvenuto per tutti. La passione emotiva ed affettiva,la spinta motivazionale,l’entusiasmo contagioso sono un fattore biologico primario,di nutrimento per l’architettura emozionale del cervello, per la sua neuro-plasticità. Piu’,a volte ,di qualsiasi medicina.. Senza amore,muoiono parti del cervello,che a sua volta disinnesca reti neuronali,che abbassano le difese immunitarie.,che a loro volta  secernono ormoni killer.in un circuito che si auto-avvita. La sclerosi di Sonia,ragazza  di ventitre anni, si e’ fermata alle prime fasi.

Ecco perché i sintomi ,siano essi familiari o aziendali,sono sentieri impervi, ma luminosi (o “numinosi”?) :ci chiedono di fermarci, per riscoprire il daimon, il talento, l’energia vitale bloccata, la connessione che si è spenta, l’amore che hai perduto,la ferita che e’ rimasta aperta.Star male è il primo segno di una strategia  globale di cambiamento(cambia-mente!) della vita: il paziente diventa un “senziente” poiché sente che il  sintomo gli sta sussurrando qualcosa che non vuole o non sa capire. Dipende  anche da te come guarire,che strada prendere.

La tua medicina e’  il modo di affrontare la vita e la morte.Il tuo cervello è “infinito” (Norman Doidge, Il cervello infinito, Ponte alle Grazie, 2007) :usalo attraverso parole nuove, approcci diversi ed entusiasmanti,colori e movimenti ,anche di danza del pensiero. Così è anche per le strategie d’impresa: se un’azienda sta male non sono solo i conti che traballano, ma è soprattutto la mancanza di progettualità e di obbiettivi, di vision, il blocco emotivo e cognitivo del capitale umano, che la intralciano nel processo produttivo. Come per le madri nel processo riproduttivo.

La conoscenza e l’amore per il futuro, il pre-vedere e il “sentire” ciò che sta accadendo, è dote materna: deve diventare un allenamento(un’allattamento?),un modo di nutrirsi, costante per chi lavora e per i “lavoratori della conoscenza”.L’insula controlla queste funzioni e d e’ a sua volta una ghiandola posta sotto la corteccia cerebrale ,deputata a sentire prima le cose.L’insula e’ deputata anche al cosiddetto sesto senso,negli affari e negli amori,per la tutela dei bambini e la tutela del patrimonio.E’ piu’ sviluppata nel cervello delle donne(cfr.i circuiti legati all’affettivita’,all’umore e all’intuizione)
Il pre- sentire, il prevedere sono visioni corrette della mente: non rifiutiamoci di ascoltarle! Gli antichi usavano questo tipo di cervello per qualsiasi funzione:in quel caso la mente diventava pro-cre-attiva,che significa creare prima attraverso le rappresentazioni mentali,quello che si sente che avverra’. I Romani non avrebbero fondato un impero,ne’ Alessandro Magno sarebbe stato cosi’ grande senza l’ausilio di questo tipo di “mente”immaginifica,pro-creattiva, appunto. Quello che stanno facendo ora i coach delle grandi imprese sportive,che allenano i loro campioni secondo questo tipo di rappresentazione che precede la realta’.. Le persone che hanno usato una mente procreattiva ,sono nei secoli, stati definiti visionari.. Visionari come ,Madre Teresa di Calcutta, Ghandi, Martin Luther King! E visionario era Freud,Jung,la Klein,Freud,per non parlare dell’ultimo Hilmann . Chi non cambia svilisce, mortifica, inganna, sopisce, sottomette, non ascolta, non rimbalza. Soprattutto ignora che l’insula, piccolissima zona della corteccia cerebrale, ha la capacità di prevedere intuitivamente, di avere dei pre-sentimenti  utili per la conoscenza del   futuro. Tutto ciò è diventato scienza. Alex ,20 anni,figlio di borghesia ricca  milanese,alla fine del 2008 ,diceva ai suoi genitori,”togliete tutto  dai fondi,ci compriamo una campagna e ci piantiamo cavoli biologici come in Bulgaria.” Poi vedremo.”Lo hanno preso per pazzo e delirante. Ma gli assistenti e i direttori dei fondi e delle banche dicevano “ma lei è matto, proprio adesso che vede i grafici,si guadagna finalmente bene………..non vorra’ mica?” e cosi tutti a far coro. “Sei il solito,ansioso,non ti fermi mai,non puoi restare mai nello stesso posto……….”Insomma piu’ la sua mente anticipatrice parlava,piu’ sembrava che altri lo maltrattassero come un’idiota che ha le travvegole. Le cose andarono male per il patrimonio  della famiglia,ma il fatto piu’ incredibile e’stato , che nessuno riconobbe almeno dal punto di vista morale,la capacità di A. di prevedere le cose. E non era la prima volta!:Questo tipo di maltrattamento lo si somministra di solito in famiglia, quando spesso una persona “giovane”, si permette di dare   consigli ritenuti visionari ai genitori o ai collaboratori e ai dirigenti. .Viene messo al bando. Spesso questo succede nelle aziende di tipo familiare e viene chiamato il problema del gap generazionale.Ma è qui il punto:il sogno ,la capacità di prevedere, progettare,cambiare approccio al problema,non staccandosi dalla realtà,l’abilità di intravvedere una vision (una  visione), vince nella vita professionale come in quella personale.

Un giovane e’ più vicino al futuro:bisogna ascoltarlo,se,competente, sa prevedere gli avvenimenti  ma nessuno lo ascolta Per questo spesso si deprime,si sfiducia ,spesso si ammala. La sua mente e’ troppo avanti rispetto al conformismo e viene delusa. Usa invece il tuo cervello umorale,flessibile, e avrai possibilità infinite di risolvere i problemi, come le madri con i figli. Da poco tempo (Louane Brizendine, Il cervello delle donne, Rizzoli 2007) si è scoperta la straordinaria plasticità e fecondità mentale delle donne che sentono, decidono, sono dotate di senso decisionale e protettivo, di intuizione istintiva per salvare i loro piccoli: soprattutto sono allenate a risolvere mille cose contemporaneamente. Abituate ad andare su e giù con l’umore, proprio per via dei loro ormoni e del loro tipo di cervello, (il “cervello ormonale”), sono dotate di resilienza, di una propensione biologica e psichica al cambiamento, al rimbalzo, per compensare con il “fare”il “non avere”, o il sentire sé stesse culturalmente inferiori rispetto agli stereotipi sociali che le riguardano. Esse sono infine dotate di corpo calloso che permette l’interazione fra i due emisferi cerebrali:la nascita del bisogno e della necessita’ di comunicare nasce fisiologicamente dalla originarietà del  loro stesso cervello. Inoltre, hanno instaurato reti di comunicazione fin dall’inizio della civiltà: il nostro secolo ne è la sostanziale riproduzione virtuale.Eppure non è ancora cambiata la loro subalternità psicologica nei confronti dei loro partners.

La mente del terzo millennio sarà dunque umorale ,che “sente”e pre-sente oltre che ragiona,se la conosciamo bene, e la sappiamo usare,una mente sentimentale e sensoriale. Femminile, flessibile,e“cangiante”(L:Amisano“Candore,Excogita,2004) Per la capacità di prevedere, preoccuparsi, trovare soluzioni grazie all’insula e alla corteccia prefrontale (che integra le percezioni sensoriali), nonché all’amigdala (che opera una lettura affettiva degli eventi). Certo il quadro di riferimento, la società, non solo continua a cambiare, ma ha dovuto subire improvvisi cedimenti, fino alla totale caduta di qualsiasi riferimento relativo alla sicurezza dei “valori” intesi come punti fermi, imprescindibili.La realta’ ed il futuro lungi dall’elargire promesse,sono vissute come minacce. La sicurezza emotiva ed economica è stata minata alla base. Il cambiamento è epocale. Si parla di a-crescita e di decrescita. E’ arrivato forse il tempo della lumaca? Se cosi fosse,siamo preparati psicologicamente a partire da zero? Avremo la necessaria forza di sacrificio? Sapremo  utilizzare la mente sentimentale ,internet e amore? La “casa” interna, se prima era sopraffatta da depressioni e insicurezze, oggi brucia letteralmente, poiché bruciate sono state le risorse naturali e le risorse intellettuali, nell’incapacità di gestire, contenere, “vedere” uno sviluppo “sostenibile”. Sostenibile da chi e per che cosa, sembra essere ora la domanda.

Quali segnali mandano oggi la terra e la sua popolazione? Quali sintomi sviluppano le persone, figlie di questo tipo di civiltà? Paura e depressione dicono che sono pochi i segnali di ripresa della persona e troppe le informazioni: una nebbia psicologica sembra incombere sul mondo. Ma anche una grande sete di cambiamento :preludio di nuovo rinascimento culturale e dunque economico.

I conflitti interni, che un tempo erano (secondo il mito di Platone) il cavallo nero e bianco, governati da un auriga che rappresentava la padronanza di sé, la forza dell’Ego, si sono come esternalizzati, con il risultato di avere trincee emotive da mettere ovunque, dentro e fuori di noi.Dal fantomatico “nasci, produci, crepi” siamo arrivati al “nasci, consumi, crepi”. Quale sarà la terza strada? Siamo in un momento in cui le vecchie glaciazioni si sciolgono e arrivano le nuove desertificazioni.. E’ arrivato il momento del rinascere,nel sentire,nel pensare,nel costruire, nel creare.. Se non puoi cambiare il vento,aggiusta le vele.

DA DOVE RIPARTIRE

Ma da  quale mare,o male, possiamo ripartire?

Dall’esame dei sintomi che abbiamo sviluppato finora :dagli errori,che sono occasioni di cambiamento. Dalla….forza dei sintomi. La crisi e’ antropologica e dunque rimettiamo al centro l’uomo. Partendo dall’analisi del significato dei sintomi possiamo capire l’humus che li ha generati: giovani che rifiutano il cibo (forse non solo quello familiare!), che lo vomitano, che preferiscono ingoiarne di più, ma tossico, e che in questa maniera ci raccontano tutto il vuoto, la solitudine, la mancata tensione verso “altro”, la mancanza di limiti e di fermezza di scuola e famiglia. Adolescenti che si mutilano per sentire di essere vivi, avendo tutto e niente. Che bevono, che si ammazzano, che stuprano. Che cercano la morte nei rituali di danza scontrandosi alle quattro di mattina, inconsapevoli di quanto valga la vita. Genitori incapaci di dare regole, perché sregolati, che maltrattano perché maltrattati, figli dei loro figli. Città desertificanti, prive di scrupoli nel trattare male i propri cittadini: il degrado ambientale, la mancanza di rispetto di natura, cultura e arte, abbassano il limite di sopportazione, degradano moralmente. In queste perversioni di identità e di appartenenze, sintomatiche di confusione fra avere ed essere, ove si rimuove di continuo l’angoscia di morte, di perdere e dunque di cambiare, sta la morte dell’anima. E dunque, la morte della civiltà. L’autoreferenzialità è diventata un valore a sé stante. Il grande Ego post-moderno e post-industriale si è schiantato all’inizio del terzo millennio in una grave crisi: è arrivato il momento del limite?

Al culmine del tutto-e-subito e dell’onnipotenza produttiva e consumistica si è passati, in maniera maniaco-depressiva, ad un momento di lutto collettivo, dove solo i valori dell’anima, dell’affettività e del senso equilibrato di un futuro economico (che deriva da oikos, casa), sono fonte di riserve, risorse, speranze. Quod agam?

CHE FARE?

Innanzitutto, impareremo a riconoscere con quale approccio mentale potremo costruire il futuro della nostra salute e felicità (cap. 2). La storia del caso di Lucia, affetta da leucemia, che ha segnato una svolta nel mio personale modo di trattare i pazienti affetti anche da patologie considerate allora inguaribili, vi darà la possibilità di capire quanto l’approccio psicologico - sistemico,sia di importanza vitale per qualsiasi tipo di malattia.”  “Crisi” significa processo. Significa decidere. Significa separazione, mutamento.

Secondo Galeno, se abbiamo coscienza di un male cominciamo già a guarirne.

Per questo ho deciso di portarvi attraverso i territori del sapere, per poi introdurvi nell’oscurità di dinamiche relazionali e generazionali che, assieme ad altri fattori di crisi (lavoro, economia…) causano la maggior parte dei sintomi (cap. 3). Per poi virare alla ricerca di parole e colori e….quadri che sblocchino le prigioni mentali, i pregiudizi, le idee, le relazioni poco soddisfacenti che inibiscono salute e felicità (cap. 12). Le parole che diciamo a noi stessi modificano la vita. E siccome le parole sono pietre,modifica la vita modificando il linguaggio! Cambia approccio ai sintomi,ai mali che ti affliggono,alle cose che ti stanno attorno. Non dipendere più da  persone che ti fanno del male,magari invidiano anche quel poco che hai, non ti apprezzano! Cambia,il clima emotivo che ti rende tossico! Con questo libro,dunque, vi porterò nel labirinto dei processi e delle dinamiche mentali e generazionali che bloccano persino le speranze di un cambiamento evolutivo nelle famiglie  e nelle aziende (cap. 3-6) ma anche nelle singole persone. Dove a volte i figli servono come ponti fra genitori in crisi, o addirittura come corridoio di comunicazione fra i loro conflitti. Schiacciati dal vuoto di aspettative realistiche, o dal peso di situazioni irrealistiche, dove si trovano a fare i genitori dei loro stessi genitori. O sono invece troppo serviti da  genitori infantili,che pur di non perderli,perdono la loro faccia e dignità, in una forma di succubanza psicologica e di di servilismo che non serve certo a crescere le nuove generazioni, di fronte a queste crisi. Da queste relazioni disfunzionali di generazioni (ormai quattro!) che si schiacciano, proiettano profezie infauste,o sono del tutto emotivamente assenti, mancano di passione contagiosa , nascono e crescono sintomi sempre più pesanti (cap. 6-11) come l’anoressia, la bulimia, la depressione, l’internet-dipendenza, la compulsione allo shopping, al sesso eccetera.. Anche in azienda il peso umorale si fa sentire,deprivando le persone di quel clima emotivo che le rende piu’  gioiose e produttive. Non si capisce in questi giochi (gioghi?) chi ha la leadership, chi “tiene il bastone” e chi viene bastonato. Chi è il maschio e chi la femmina, nella coppia che sta andando verso un ermafroditismo psichico veramente dannoso (Jacques Attali, Amori. Storia del rapporto uomo-donna, Fazi 2008).

Nel terzo capitolo, dedicato alla simbiosi e alla partnership,e alla adultizzazione,(parentification) parlerò di dove si annida oggi la maggior parte delle crisi e delle patologie sia nelle famiglie che nelle aziende.

Nella partnership il figlio diventa inconsciamente un partner a cui tutto viene dato, amato più del partner stesso. Quando un genitore “sposa” un figlio senza saperlo,e’ perche’ si innamora di lui, e senza volerlo, lo adora, lo mette sopra ad ogni persona (overparenting, eccesso di attenzioni), lo riempie di aspettative irrealistiche, oppure gli fa sentire che senza di lui non può vivere. In realtà lo incastra, non gli permette di crescere, non gli dà limiti di frustrazione e dunque senso della realtà. Non lo prepara alle difficoltà della vita. Anche nelle aziende esiste questo stesso tipo di cecita’ per cui si adora acriticamente  un subalterno,rendendo geloso il gruppo e improduttiva la rete.Il risultato?Il delfino non sara’ capace di governare la complessita’ degli eventi e per di piu’ si trovera’ in panne quando non ci sara’ piu’ chi l’aveva acriticamente “appoggiato”. Cosi e’ anche nella politica. Questo tipo di dinamica rappresenta, al momento, un pericolo grave sia per il genitore, che abdica alla sua funzione, sia per il figlio, che viene inchiodato, sia per la coppia genitoriale, che si scinde. Risultato? Il figlio rimane un vecchio bambino incapace di plasticita’ e di flessibilita’aziendale.

Quindi, attraverso l’esempio sia di casi clinici che aziendali, entrerete  nel corpo della comunicazione.Avere un pensiero, una mente “circolare” che attraversa la storia e l’anamnesi delle generazioni corrisponde a quello che facevano una volta i medici di famiglia. Così importanti perché conoscevano, appunto, l’origine, la storia complessiva della famiglia: sapevano collocare il sintomo all’interno di un quadro. Come si vede il cambia-mente, il cambiare l’ottica del curante o del coach , serve in parte a vedere il paziente come il sistema aziendale  in altro modo, dunque ad imparare dal sintomo qualcosa che può aiutare ad aggredirlo. Come nella lotta giapponese.

Un paziente depresso, con due by pass, mi chiese: ma perché sono ancora al mondo? Non sapeva che di lì a un anno suo figlio avrebbe avuto così tanto bisogno di lui non solo da rispondere alla sua domanda, ma da curare, il figlio, la sua stessa angoscia del vivere,in un gioco di perfetta simmetria. Essere utili,sentirsi utili, guarisce. Ma quando è necessaria una svolta decisiva per poter cominciare un processo di cambiamento? Chi deve cambiare? Noi? Il rapporto che abbiamo con noi stessi? Con il nostro partner? Quello che abbiamo con i nostri genitori? O con i figli? Per questo, dal 12° capitolo in poi, tagliamo le pieghe di psicopatologia e dintorni e partiamo alla ricerca di noi stessi, del nostro cervello emotivo ed “anarchico” (Enzo Soresi, Il cervello anarchico, Utet, 2005) per conoscere il disegno della vita, il daimon, il talento,il sogno  che chiede di essere riconosciuto e valorizzato, i punti di forza, il valore, il potere contrattuale, il potere evolutivo che c’è in ogni persona. I sintomi sono la maschera  di un potere della persona che viene negato,poco”remunerato”, non riconosciuto. Finora abbiamo parlato di sfascio e crisi; d’ora in avanti, grazie anche al cambiamento mentale che mi auguro avrete operato riguardo a voi stessi, alla famiglia in cui siete nati e alle sue “proiezioni” e pregiudizi, cambierò anch’io il modo stesso di parlarvi, adottando tecniche tratte dall’immaginazione attiva, molto care a Carl Gustav Jung (Simboli, libido e trasformazione). A partire dal 12° capitolo vi chiederò di che “mito familiare” siete figli, o a quale modello di riferimento vi siete ispirati per crescere. O di quale segreto inconsapevole siete custodi, senza saperlo, senza volerlo.  Con quale corredo o bagaglio inconscio siete nati per capire quale destino o destinazione avete interiormente sposato, quale pre-giudizio è stato proiettato su di voi, quale voce interiore vi chiama. “Vocazione” deriva da “voce”: quale missione dà sapore alla vita. Useremo il lato destro del cervello, quello più flessibile e dinamico, innovativo e giocoso. Chi siete, cosa volete e cosa volete che cambi nella vostra vita, sia affettiva che di relazione, sia privata che professionale? Vi chiederete che “prodotto” pensate di essere. Cosa contiene questo prodotto che si chiama “se stesso”, che cosa vi manca, in quale scaffale ideale di marketing, o di lavoro della conoscenza, vi mettereste. Ci divertiremo a conoscere quale peculiarità e quale capacità ci rendono unici al mondo, quali topics, quali topoi, luoghi vorremmo visitare o abitare in vista della mobilità del mondo, diventato tutto una cosa sola, quale“topolinità” ci appartenga come stile: andremo a sfidare il mondo partendo dai resti, da quello che rimane da questa distruzione. Come si fa oggi con l’arte del riciclo! Ratatouille  e Despereux ne sono  la moderna fantasiosa metafora. Che cosa farebbe un topolino come noi se davanti si trovasse un deserto? O restasse senz’acqua? O trovasse solo briciole di veleno?O restasse intrappolato in Internet(cap.11)?

Farete insomma esercizi di ginnastica emozionale per appropriarvi della vostra auto-immagine psicologica e del potenziale di cambiamento evolutivo insito in ciascuno di voi.In un’epoca di crisi come questa è il momento di tirar fuori tutto: coraggio, forza di disperazione, soprattutto fantasia e senso di futuro, cercando di fare tutti come Ratatouille o Despereux , il topolino saggio che mette in fila i suoi amici ed il suo coraggio, archetipi e metafore di voglia di fare e di non rassegnarsi mai. In questa nuova geometria di bisogni (e di desideri), conoscersi bene serve per sapere con quali strumenti si va all’arrembaggio.

Ma c’è un’ultima evidenza scientifica, regalataci dalla biologia dello sviluppo. Il medico-etologo inglese Patrick Bateson, in Progetto per una vita (Dedalo 2002) ha scoperto che in alcuni organismi viventi, in particolare gli uccelli, esiste il senso del “dove andare”, dunque della destinazione, del telos. Esiste infatti in natura la capacità di sondare i venti e portare variazioni fino al raggiungimento degli obbiettivi. Importante che non ci sia nessun tipo di anarchia che comprometta l’ equilibrio della natura, previa la mancata sopravvivenza dell’ ecosistema e il suo sviluppo. Nasce dunque la psico-etologia che ci racconta come i comportamenti degli animali siano in definitiva simili a quelli dell’ uomo . Il sogno e la missione (vision e mission) diventano un tutt’uno. Siamo dotati come di un piccolo sonar, un’ innato daimon che ci spinge verso obbiettivi nuovi, verso un’ innata sanità , verso modelli di sviluppo compatibili. Lo è per gli animali come per gli uomini. In quest’ ultimi sono necessari sforzi per superare tappe evolutive fondamentali per lo sviluppo dell’ umanità. Bateson ci incoraggia così a pensare che la bussola e l’orizzonte sono entrambi dentro di noi. Basta esercitarsi a sentire i segni, i segnali, che ci vengono dalla voce interiore. Quella che sa prima ancora di sapere, perché “sente”. La nostra mente sentimentale. Impariamo a riconoscerla! È quella che siamo abituati a far tacere, a reprimere, a tradire, ostacolando la vocazione che ci spinge a vivere al massimo delle nostre forze, la “missione” che dà valore alla vita. Cambiare dentro si può, come fare ordine nella propria casa, tirando via vecchi pizzi e vecchi vizi, guardando fuori dalla finestra e dentro di noi,con sguardo diverso  e  vera compassione,  scelte anticipatorie, regali di scienza e conoscenza. Cambia vita. Cambia mente. Il futuro deve diventare uno studio anima-mentedove anima e mente sono una stessa risorsa.

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