Anno I - Numero 6

Analisi di un campione di operatori addetti alla cura di vittime di abuso sessuale.

di Giovanna Tatti, psicologa e psicoterapeuta in formazione

La nozione che lavorare con persone che soffrono abbia un costo significativo per il caregiver non è il prodotto di una riflessione nuova. Sebbene i costi emotivi siano svariati e segnalati, in pratica, da sempre, chiunque sia stato accanto al letto di un paziente grave, sa bene quanto sia pesante prendersi cura dei bisogni di una persona sofferente. Tuttavia, è solamente negli ultimi anni che ci si è dedicati in modo serio ad esaminare gli effetti che l’essere testimone delle indescrivibili ferite inflitte dalle esperienze traumatiche può avere sul caregiver. Queste indagini di ricerche si sono evolute nel corso dello scorso secolo, consegnandoci una larga varietà di risorse.

Uno dei primi riferimenti, reperibili nella letteratura scientifica riguardo il costo del ruolo di cura, risale aCarl G. Jung in The Psychology of Dementia Praecox (Jung, 1907). In questo testo, Jung, discute le sfide del controtransfert - intendendo con questo la reazione, conscia ed inconscia, del terapeuta al paziente in terapia- ed in particolare, delle difficoltà controtransferali che l’analista incontra lavorando con pazienti psicotici. Jung suggerisce una strategia di trattamento nel quale il terapeuta partecipa alle fantasie e allucinazioni del paziente, con il paziente. Tuttavia, avverte che questa intensa partecipazione al dolore e immersione nelle  fantasie del mondo buio e doloroso delle immagini traumatiche, sortisce effetti significativi e deleteri per il terapeuta, specialmente per i neofiti e/o per quei terapeuti che non hanno risolto i propri nodi di sviluppo traumatico (Sedgewick, 1995). Gli studi sul controtransfert producono i primi scritti nel campo della psicoterapia che esplora sistematicamente gli effetti che la stessa psicoterapia ha sui terapeuti (Haley, 1974; Danieli, 1982; Lindy, 1988; Wilson et Lindy, 1994; Karakashian, 1994; Pearlman et Saakvitne, 1995). Alcuni recenti studi hanno suggerito che, a volte, i terapeuti vivono reazioni stransferali che imitano i sintomi dei propri pazienti (Herman, 1992; Pearlman & Saakvitne, 1995). Ad esempio, nel lavorare con pazienti sopravvissuti ad esperienze traumatiche, gli autori hanno segnalato reazioni controstransferali che mimano i sintomi di un Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD; Lindy, 1988; Wilson et Lindy, 1994; Peralman et Saakvitne, 1995).

Il Bournout, o “sindrome da esaurimento emotivo, depersonalizzazione e riduzione del talento personale” (Maslach, 1976), è stato usato per descrivere gli effetti cronici che gli psicoterapeuti soffrono a conseguenza dell’interazione con i loro pazienti e/o le richieste del loro posto di lavoro (Freudenberger, 1974; Cherniss, 1980; Farber, 1983; Sussman, 1992; Grosch & Olsen, 1995; Maslach & Goldberg, 1998). Numerose ricerche hanno mostrato che la vulnerabilità al bournout dei terapeuti è correlata alla sensazione di isolamento personale, successi ambigui e al depauperamento emozionale conseguente all’empatia (McCann et Perlamann, 1990). Il burnout, inoltre, si rivela non solo psicologicamente debilitante per i terapeuti, ma riduce e danneggia la capacità dei terapeuti di dare prestazioni competenti ed efficaci per la salute mentale dei pazienti (Faber, 1983). La letteratura sul burnout, coi suoi 25 anni di storia, descrive accuratamente i phenomena e suggerisce protocolli di intervento di prevenzione e trattamento, atti ad aiutare i professionisti. Gli studi sugli effetti del Trauma hanno portato ad una migliore comprensione degli effetti negativi nelle professioni di cura. Reazioni psicologiche al trauma sono state descritte in passato, durante centocinquanta anni, attraverso diverse definizioni come “shock da granata”, “nevrosi da combattimento”, “railroad spine syndrome” e “sindrome da affaticamento da combattimento”. Nonostante questo, prima del 1980, quando per la prima volta il Post Traumatic Stress Disorder (PTSD) venne formalmente riconosciuto come uno dei disturbi d’ansia, e, quindi, inserito in Asse I nel DSM-III, non era stata data nessuna classificazione ufficiale a questi disturbi. Da quel momento in poi, le ricerche sul PTSD hanno avuto una crescita esponenziale (Figley, 1995; Wilson et Lindy, 1994) e il campo della traumatologia è stato definito con proprie riviste, numerose organizzazioni professionali e un’unica e peculiare identità professionale (Figley, 1988; Bloom, 1999; Gold et Faust, 2001). Così come i terapeuti sono sempre più di frequente chiamati ad assistere sopravvissuti a crimini violenti disastri naturali, abusi infantili, torture, atti di genocidio, persecuzioni politiche, guerre e terrorismo, la discussione relativa alle reazioni dei terapeuti e delle altre professioni di aiuto nel lavoro con sopravissuti a traumi è emersa di recente nella letteratura della traumatologia (Figley, 1983, 1995; Danieli, 1988; McCann et Pearlman, 1990; Pearlman et Saakvitne, 1995; Stamm, 1995). Gli operatori che ascoltano narrazioni di traumi, di crudeltà umane e di perdite estreme possono essere sopraffatti e provare sentimenti di paura, dolore e sofferenza, simili a quelli dei loro pazienti. Possono, inoltre, sviluppare sintomi di PTSD simili a quelli dei loro pazienti, come pensieri intrusivi, incubi, evitamento, aumentato arousal, così come la sensazione di cambiamento nella loro relazione con se stessi, con i propri familiari e amici (Figley, 1995; McCann et Pearlman, 1990, Salton, 1999). Questo può portare gli stessi terapeuti ad avere bisogno di assistenza e supporto per potere affrontare gli effetti che l’ascoltare esperienze traumatiche altrui ha su di loro. Mentre la letteratura sperimentale si sviluppa lentamente in quest’area, c’è un emergente corpo di pubblicazioni scientifiche che si pone lo scopo di identificare e definire la traumatizzazione degli operatori nel loro lavoro di aiuto. Nello stesso anno, Pearlman e Saakvitne (1995), Figley (1995), e Stamm (1995) hanno scritto o revisionato test che esplorano questo fenomeno tra i professionisti dell’aiuto. I termini: “Traumatizzazione vicaria” (McCann & Pearlman, 1990; Pearlman & Saakvitne, 1995), “traumatizzazione secondaria” (Figley, 1987; Stamm, 1995) e “compassion fatigue” (Figley, 1995), sono tutti termini diventati pietre miliari nel gergo che descrive gli effetti deleteri di cui soffre chi lavora coi sopravvissuti al trauma. La Traumatizzazione vicaria (McCann et Pearlamm, 1990) si riferisce alla trasmissione di stress traumatico attraverso l’osservazione e/o l’ascolto di storie di eventi traumatici e lo spostamento e le distorsioni che derivano, nel caregiver, a carico del sistema percettivo e dei sistemi di significato. La traumatizzazione secondaria - disturbo da stress post traumatico secondario - si verifica quando uno è esposto ad eventi estremi, vissuti direttamente da un’altra persona e viene sopraffatto da questa esposizione secondaria al trauma (Figley et Kleber, 1995). Numerose teorie sono state proposte, ma nessuna è stata capace di dimostrare in modo conclusivo e definitivo il meccanismo che sta dietro la trasmissione di stress traumatico da un individuo ad un altro. È stato ipotizzato che, in questa trasmissione, un ruolo significativo sia da attribuirsi al livello di empatia del terapeuta con gli individui traumatizzati (Figley, 1995), e ci sono germoglianti dati empirici che supportano questa ipotesi (Salston, 2000). Figley (1995) propone anche che gli effetti combinati derivanti dalla visualizzazione continua delle immagini traumatiche dei pazienti, aggiunti all’effetto del burnout possano creare una condizione progressivamente debilitante nel caregiver; condizione, questa, che viene definita “stress da compassione”. Questo porta con sé che l’esposizione alle storie traumatiche dei pazienti può produrre una forma di disturbo post traumatico da stress nel quale il Criterio A, o “criterio evento”, del DSM è soddisfatto attraverso l’ascoltare, piuttosto che nell’esperienza in vivo di un evento traumatico. E’ interessante l’emergere di un dato significativo durante le ricerche e confermato da questa ricerca. Molti degli stessi terapeuti avevano, in passato, esperito esperienze traumatiche (Gentry, 1999). Potrebbero non esserci stati sintomi associati a questi eventi, o questi potrebbero essere rimasti sub-clinici. Si è osservato che come questi caregivers incontrano il materiale traumatico portatogli in seduta dai loro pazienti, molti di loro cominciano a sviluppare sintomi clinici post traumatici, associati con le loro storiche esperienze, fino ad allora “benigne” e/o asintomatiche. Nei tentativi di curare la “Compassion Fatigue” si è concluso che è spesso necessario indirizzarsi, prendersi cura e risolvere lo stress traumatico primario prima di potere occuparsi dello stress traumatico secondario e/o del burnout. C’è sempre, inoltre, un effetto di interazione, o meglio una sinergia, tra lo stress traumatico primario, quello secondario e sintomi del burnout. Sperimentare sintomi di una sola di questi sembra diminuire la resilienza e abbassare la soglia per l’effetto avverso degli altri due. Questo sembra portare ad un’insorgenza rapida di sintomi severi che possono diventare estremamente debilitanti per il terapeuta in un periodo di tempo molto breve.

La ricerca.

Lo scopo della ricerca era esplorare il grado di traumatizzazione vicaria degli operatori che si occupano di pazienti sessualmente abusati e di paragonarlo a quello di altri operatori socio-sanitari. I dati riportati in letteratura suggeriscono un ruolo importante del genere, dell’età e del grado di soddisfazione relativamente al proprio lavoro come caregiver. Sono noti alcuni fattori di rischio a carico dell’operatore, quali l’essere stata vittima di abusi sessuali a propria volta e l’essere giovane. Ci si aspettava, inoltre, ad esempio, che gli operatori in ambito psicologico/psichiatrico dovessero essere meno a rischio di sviluppare i sintomi del Secondary Traumatic Stress.

Metodo.

Partecipanti. I partecipanti alla ricerca sono stati 43, uomini e donne. Il campione principale era formato da operatori (psicologi, psicoterapeuti, assistenti sociali, medici, infermieri, educatori) che lavorano con pazienti che sono stati resi vittime di una forma di abuso sessuale. Il campione di controllo era costituito da operatori sanitari (con le stesse figure professionali del campione principale) che si occupano principalmente di altre tipologie di pazienti.  I partecipanti, tutti di madrelingua italiana, hanno età compresa tra i 24 e i 67 anni di età. L’età media è risultata essere 43.66 (st.dev.= 11,937), con una differenza rispetto al campione di appartenenza: campione 47.05 (st.dev= 11.933), controllo 40.52 (st.dev= 11.334).

Procedura.

Il campione principale era costituito essenzialmente da operatori che lavorano presso strutture sanitarie pubbliche o in associazioni private e che si prendono cura di pazienti sessualmente abusati. Il campione di controllo è stato reclutato, con le stesse modalità, assicurandosi che la maggior parte dei loro pazienti non facesse un trattamento per delle problematiche legate alle sequele di un abuso sessuale. Ogni pacchetto ( in anonimato) di questionari comprendeva una presentazione alla ricerca, il modulo per il consenso informato, la Symptom Check List- 90 ( SCL-90, Derogatis, 1977), la versione italiana del Pro QOL e, infine, una scheda personale, nella quale oltre a età e professione venivano richieste ulteriori informazioni la cui conoscenza era necessaria per verificare – o confutare- le ipotesi di partenza. Chiedevamo quindi, se si era o no fatta un’esperienza personale di psicoterapia, sia a scopo didattico, in formazione, che per iniziativa totalmente personale, se si erano avuti, e a che età pazienti, che avessero richiesto aiuto anche per le conseguenze abuso sessuale, se essi stessi fossero stati vittime a loro volta di molestie o abusi sessuali. Non tutti i questionari sono stati completati, in alcuni non è stata compilata la scheda personale in altri è stata compilata solo parzialmente; altri ancora, hanno mal compilato il ProQOL o l’SCL 90, rispondendo in modo assolutamente costante a tutte le domande. I questionari sono stati somministrati dalla seconda decade di ottobre 2007 fino a prima delle vacanze di Natale dello stesso anno, questo in quanto la compilazione del questionario doveva fare riferimento essenzialmente agli ultimi trenta giorni, e sembrava poco utile raccogliere dati subito dopo le vacanze estive o dopo le vacanze natalizie.

Misure indipendenti.

Dopo avere attentamente visionato alcuni dei questionari che erano stati proposti ai rispondenti durante precedenti ricerche, per lo più in territorio statunitense, si è ritenuto opportuno scremare le domande presenti in quei questionari, al fine di renderle il meno invadenti possibile, pur garantendo l’utilità per la quale venivano somministrate. Così, alle domande canoniche, che risultavano morbose nell’insistenza e nella precisione di domande e, quindi, di risposte circa i precedenti traumi, lutti e le precedenti esperienze di abuso personale subito o assistito (indagando tutte le aree di abuso, specie sessuale, tutti i possibili agenti: familiari diretti - genitori, fratelli, zii, cugini - e conoscenti, amici, ex partners), le diverse età, il contesto, si è sostituito un questionario che indaga pochi punti fondamentali: età, genere, stato civile, professione, chiede se si sono occupati e a che età – e quindi per quanto tempo e se ancora lo fanno (questo non era esplicitamente chiesto, ma, come previsto, tutte le risposte ne davano conto)- di pazienti sessualmente abusati, personali esperienze traumatiche pregresse, molestie sessuali, abusi sessuali, precedente esperienza di psicoterapia individuale. Si è deciso di rendere tutto con degli autosomministrati, e ai primi rispondenti è stato chiesto al momento della riconsegna un parere sulla pesantezza della compilazione. Alleggerire l’intrusività degli item sembrava il modo migliore per evitare grossi drop-out e materiale testale incompleto.

Misure dipendenti.

Ai partecipanti è stato chiesto di compilare il ProQOL, Professional Quality of Life Scale, nella sua versione italiana. Il questionario, costituito da 30 items, indaga con le sue tre sub-scale, le nostre tre variabili dipendenti: Compassion Satisfaction (CS), Burnout (B), e Secondary Traumatic Stress (STS). È stata somministrata, inoltre, la SCL-90, Symptom Check List-90 (Derogatis, 1977), allo scopo sia di isolare eventuali soggetti particolarmente problematici, che di identificare i soggetti con punteggi elevati nell’area della depressione e dell’ansia che sembravano costrutti correlabili alle variabili dipendenti Burnout e Secondary Traumatic Stress, identificati con il questionario ProQOL; nonché con lo scopo di differenziare lo stress generale da quello trauma-specifico identificato dal ProQOL. Il test SCL-90 (Symptom Check List) è un questionario autosomministrato composto da 90 items che indaga l’eventuale esperienza di disturbi specifici, nel corso dell’ultima settimana o mese – nel nostro progetto si chiedeva di fare riferimento agli ultimi 30 giorni. Il soggetto fornisce una valutazione con una scala Likert a cinque punti da 0 ( =per niente) a 4 ( =moltissimo). I risultati individuano dieci dimensioni sintomatologiche di diverso significato; per ognuna di esse il punteggio relativo è calcolato come medie delle domande con risposta. In generale si considerano d’interesse punteggi medi uguali o maggiori a 1.00. È calcolato, inoltre, un indice globale (GSI, Global Score Index) come punteggio medio di tutte le domande con risposta del test; taluni altri considerano, infine, il numero assoluto delle domande con sintomo, e quindi il numero degli item cui il soggetto abbia attribuito punteggio di 1 o più. Le dieci dimensioni sintomatologiche sono le seguenti:

     Somatizzazione (SOM): Riflette disturbi che sorgono dalla percezione di disfunzioni corporee.

     Ossessione-Compulsione (O-C): Pensieri, impulsi e azioni sperimentate come incoercibili e non volute dal soggetto.

     Sensibilità interpersonale (INT): Sentimenti di inadeguatezza e inferiorità nei confronti di altre persone.

     Depressione (DEP):  Riassume un ampio spettro di sintomi concomitanti ad una sindrome depressiva.

     Ansia (ANX): Insieme di sintomi e comportamenti correlati ad un’alta ansia manifesta.

     Ostilità (HOS): Pensieri, sentimenti e azioni caratteristici di uno stato di rabbia. irritabilità, risentimento.

     Ansia fobica (PHOB): Persistente risposta di paura irrazionale e non proporzionata nei confronti di persone, luoghi ed occasioni specifici che conduce a comportamenti di evitamento/fuga.

     Ideazione paranoide (PAR): Disturbo del pensiero caratterizzato da sospetto, paura di perdita di autonomia misto ad ostilità ed idee di riferimento.

     Psicoticismo (PSY): Pur includendo alcuni sintomi primari della schizofrenia (allucinazioni, estraneità del pensiero), è da intendersi come una dimensione continua dell’esperienza umana caratterizzata da ritiro, isolamento e stile di vita schizoide e non certo come sintomo diagnostico della patologia schizofrenica.

     Disturbi del sonno (SLEEP): Insonnia, sonno disturbato, risveglio precoce.

Quattro item non risultano appartenere ad alcuna dimensione, ma entrano comunque nella valutazione dell’indice globale (GSI).

ProQOL - Versione Italiana.

La versione italiana del test è stata ottenuta attraverso una serie di translations e back-translations. Ero a conoscenza di una precedente traduzione dello stesso test, ma ad una degli autori, la dott.sa Stamm, e alla sua equipe questa non risultava, così in accordo con loro si è proceduto ad ottenere una versione nella lingua italiana a partire dalle versioni in loro possesso già validate. A partire, quindi, dalla versione madre, inglese, e dalle versioni figlie in francese e spagnolo si è proceduto come segue:

1.    Si è compiuta una prima traduzione dall’inglese all’italiano.

2.    Si è fatta, poi, la stessa cosa per le versioni spagnola e francese, entrambe grazie alla collaborazione di due bilingui con la lingua italiana.

3.    Si è, quindi, cercato di porre insieme le versioni derivanti dalle tre lingue e una volta ottenuta una versione italiana, la si è sottoposta al giudizio di due giudici indipendenti: un madrelingua inglese e un bilingue inglese-italiano.

4.    A questo punto c’era una concordanza molto buona su buona parte degli items, fatta eccezione, a volte, per la traduzione della parola “caregiver”, sulla quale si registrava un maggiore disaccordo.

5.    Preso nota dei suggerimenti si è ottenuta un’ulteriore e definitiva versione del test, dove gli items “disturbanti” etano stati rivisitati e quindi sottoposti ancora al giudizio di tre diversi giudici indipendenti, che ha ottenuto il nulla osta, con un inter-rater agreement di oltre il 90% (α=0,906).

A questo punto si è ritenuto di poter sottoporre il questionario al campione, consapevoli del fatto che un’analisi di validazione rappresenterebbe il metodo migliore per stabilire la validità del test anche nella lingua

italiana. Avendo a disposizione un campione con una numerosità più significativa si procederebbe con ulteriori verifiche.

La codifica.

La prima fase dello scoring consiste nell’invertire il punteggio di alcuni items (1, 4, 15, 17, 29) e poi si prosegue con le somme delle tre scale del ProQOL.

 

Risultati.

Dai dati trovati in letteratura, dai risultati delle ricerche precedentemente effettuate in questo ambito, ci si aspettava di registrare un livello di secondary traumatic stress maggiore nel campione e non nel controllo, che il gruppo di appartenenza (campione/controllo) non avesse rilevanza relativamente al costrutto del Burnout, che la Compassion Satisfaction costituisse una sorta di fattore di protezione verso Secondary Traumatic Stress e Burnout e, infine, che il profilo ricavato con la SCL-90 (punteggio globale) non correlasse  col secondary traumatic stress. Le ricerche precedentemente condotte in ambito americano, come abbiamo visto, facevano supporre, inoltre, un ruolo sia dell’età che del genere oltre che della propria storia personale, intendendo con questo sostenere che chi avesse un pregresso abuso nella sua anamnesi personale sarebbe più esposto allo sviluppo della sintomatologia. La scelta di condurre la ricerca con operatori appartenenti a diverse categorie, in quanto all’ambito sanitario, mirava a verificare se la professione (psicologi/ psichiatri/ psicoterapeuti vs non-psicologi) avesse ruolo e potesse ad esempio essere un fattore di rischio o di protezione. L’idea di base era che probabilmente un operatore del campo della salute mentale dovesse avere degli strumenti maggiori o comunque più specifici per affrontare lo stress; e con la stessa idea di base si è introdotta anche la variabile “pregressa psicoterapia”. È importante rilevare che il nostro campione è costituito quasi totalmente da donne, l’81 % dei dati disponibili; mentre il controllo è costituito dal 35,4% di donne e conta un numero maggiore di dati mancanti rispetto a questa variabile (vd. tabelle di seguito).

Data la numerosità campionaria (N=43) non sufficientemente ampia per poter supporre di avere un campione che si distribuisse secondo una curva Normale, prima di procedere al confronto delle medie con il test T si è preferito fare il test Non Parametrico di Kolmogorov-Smirnov e di Mann Whitney. Successivamente si è fatto un test T (Indipendent Samples T test). Si nota che la Compassion satisfaction risulta avere valori più elevati per il campione, mentre il burnout ha una media maggiore nel gruppo di controllo. Il Secondary traumatic stress, come ci si aspettava, ha valori maggiori per il campione principale (media campione= 14,4000; media controllo= 10,3182). A conferma che lo stress rilevato dal ProQOL non è relativo a condizioni generali, ma specifico del lavoro di cura, possiamo vedere i valori del punteggio globale della SCL-90: i valori del controllo risultano leggermente più elevati di quelli del campione, i valori della sub scala dell’ Ansia e quella Depressione sono pressoché comparabili nei due campioni, con una leggera accentuazione dei valori della scala Ansia nel controllo rispetto al campione. Differentemente da quanto ci si poteva aspettare partendo dai dati riportati letteratura, essere donna o essere più giovani o entrambe le due cose non ha rilevanza per lo sviluppo di una sintomatologia STS. Con l’analisi della varianza si è rilevato un peso significativo delle pregresse molestie sessuali, come fattore di rischio in coloro che sviluppano maggiormente sintomi STS, mentre il numero ridotto di casi di abusi sessuali non permette di considerare significativi i risultati pertinenti a tale variabile. Si può considerare significativo, sebbene non marcatamente rilevante, del campione di appartenenza. Risulta totalmente irrilevante il tipo di professione svolta.

Correlazioni    

Analizzando le correlazioni si rilevano i seguenti dati:

La Compassion satisfaction non correla con nessun’altra variabile, se non una moderata correlazione con l’età (r= .379; sig= .016). Il STS correla con il burnout (r= .472; sig= .002) e con le pregresse molestie sessuali (r= .437; sig= .005), e quest’ultime con un pregresso abuso sessuale(r= .313; sig= .050). Il punteggio alla SCL-90, come previsto, non correla con nessun’altra variabile. Ciò che maggiormente colpisce è la totale assenza di correlazione con una professione più “psicologica”, fatta eccezione per la correlazione con la psicoterapia (r=.527, sig.=.001) e con l’appartenenza al campione o al controllo (r= .385; Sig.=.016). Difatti, quello che mi aspettavo era sì una maggiore frequenza di STS negli operatori che si occupano di pazienti abusati, ma sembrava sensato supporre che uno psicologo o uno psichiatra avesse degli strumenti e una conoscenza tale, anche di se stesso, per la propria formazione, che gli permettessero di affrontare più adeguatamente i fattori che determinano sviluppo di sintomi da secondary traumatic stress. Così come mi aspettavo che l’avere fatto una propria psicoterapia, per formazione o solo per scelta/necessità personale, potesse essere, in qualche modo, avvantaggiato rispetto ai colleghi che, viceversa, non hanno una psicoterapia alle spalle. Un dato trasversale che invece non stupisce, purtroppo, è la percentuale di abusi e molestie sessuali. Sia nel gruppo generale, sia nella proporzione differente nei due campioni.

Conclusioni

Dai dati raccolti e dalle riflessioni conseguenti, potremmo notare alcuni elementi. Il primo è la differenza della media dei nostri campioni, che risulta inferiore, rispetto a quella fornita dagli ideatori dello strumento. Ci si potrebbe chiedere se questo possa essere dovuto ad una maggiore “sanità” della popolazione dell’area italiana, o forse ad una influenza importante, giocata in questo verso, dalla numerosità del campione. O ancora, alla variabilità di professioni che componevano il campione. Pare potrebbe essere interessante analizzare anche la distribuzione e la sua differenza non solo tra professionisti della mente, o della “salute mentale”, e non; ma anche tra i vari altri professionisti. C’è differenza tra educatori, assistenti sociali, infermieri, medici o, anche, volontari?E ancora, qual è il ruolo del posto di lavoro, del luogo, inteso ovviamente non solo strutturalmente, ma come ambiente lavorativo. La struttura in cui si lavora, fornisce sufficienti supporti e strumenti per la gestione delle problematiche che potrebbero derivare dal lavoro di aiuto? Chi ha punteggi più elevati al ProQOL nella scala STS, ma anche in quella Burnout, si ritiene più o meno soddisfatto di chi ha punteggi più bassi? Il ruolo del supporto dell’organizzazione di appartenenza è segnalato in letteratura come una delle variabili con maggiore potere esplicativo, sarebbe interessante vedere come in una realtà molto differente da quella anglosassone, quale è la nostra in Italia, questa rimanga una variabile significativa. Questo dato risulta maggiormente importante nell’ottica della prevenzione e della cura. Non ci si può permettere di trascurare il fatto che un terapeuta che non ha gli strumenti per gestire un lavoro di “compassione”, specie secondo la prospettiva dinamica, diventa se non dannoso, almeno inutile per un paziente che si ritroverà spesso ad esperire sentimenti confusi e che altrettanto spesso si troverà ad indossare i panni del caregiver, per il suo stesso terapeuta, in una totale inversione di ruoli – nei casi più gravi - e che sentirà l’obbligo di dover proteggere il terapeuta dal proprio materiale traumatico, percepito e vissuto come pericoloso.

 

La rabbia. Una, nessuna, centomila.

di Maria Chiara Rinaldi, psicologo-psicoterapeuta

La rabbia, come è noto, è una delle quattro emozioni fondamentali; sebbene sia un’emozione primaria e sia stato scritto e detto moltissimo su di essa nei più svariati ambiti (scienza, letteratura, arte ecc.) conserva ancora oggi un alone di ambiguità e nebulosità, cosa questa che è ben evidente nell’immaginario individuale e collettivo. L’emozione della rabbia è immeritevolmente bistrattata dalla specie umana, tanto è vero che è possibile parlare di una vera e propria svalutazione socio-culturale di tale emozione. Al contrario, la rabbia è un’emozione che va rivalutata in quanto possiede aspetti energetici e vitali, molto poco conosciuti dalla maggior parte delle persone, ma molto importanti per il benessere psico-fisico di ciascuno. Tra i molti studi scientifici sulle emozioni, in quest’articolo si fa riferimento alla teoria secondo la quale vi sono quattro emozioni fondamentali e naturali: rabbia, paura, tristezza e gioia. Tali emozioni sono definite naturali o di base soprattutto perché si riscontrano anche negli animali superiori, dove per “superiori” si fa riferimento essenzialmente al fatto che tali animali sono dotati di corteccia cerebrale e, di conseguenza, del sistema limbico che, come è noto, è la struttura cerebrale responsabile della fisiologia delle emozioni. Darwin teorizzò che le emozioni svolgono una funzione adattiva, cioè sono al servizio dell’adattamento dell’individuo all’ambiente; si tratta di una teoria questa scientificamente validata e confermata. Detto ciò, consegue che la rabbia, in quanto emozione base svolge, date determinate condizioni, la suddetta funzione adattiva che, in particolare, nel caso della rabbia si manifesta con la difesa del territorio, la preparazione all’attacco e, a volte, la rabbia è anche impiegata allo scopo di scoraggiare un nemico, quindi potremmo dire per evitare l’attacco vero e proprio e quindi svolge anche una funzione di risparmio energetico per l’organismo e in generale di difesa fondamentale per la sopravvivenza (un esempio comune di ciò ci è dato dal gatto che rizza il pelo e “soffia” alla vista di un cane o anche di un essere umano sconosciuto o, per difendere il territorio, nei confronti di un altro gatto). L’evoluzione naturale ha conservato nell’essere umano le emozioni e questo ha un senso, in quanto tutte le emozioni fondamentali svolgono funzioni importanti per l’organismo; se così non fosse, semplicemente, durante la nostra evoluzione esse sarebbero state eliminate esattamente come è avvenuto per la coda! Queste possono apparire come considerazioni ovvie, ma esse sembrano non attecchire, se non in minima parte, nella rappresentazione sociale della rabbia, la quale è caratterizzata, per lo più, in senso negativo. L’attuale e diffusa svalutazione sociale della rabbia, fatta oggetto di innumerevoli pregiudizi ed erroneamente considerata emozione negativa in assoluto (la stessa categoria di “emozioni negative” è, tra l’altro, una pura astrazione senza alcun fondamento scientifico) ha in realtà origini antichissime e molta influenza nel caratterizzarla negativamente ha avuto buona parte della letteratura, dell’arte e delle religioni in generale (non solo quella Cattolica). Al riguardo, basti pensare, ad esempio, al fatto che la rabbia è l’unica delle 4 emozioni naturali ad essere stata annoverata tra i 7 peccati capitali (ovvero mortali!). Gli stereotipi sessuali esercitano, praticamente da sempre, un pesante condizionamento sulla rappresentazione sociale della rabbia. Nel comportamento reattivo alla rabbia è stato osservato che, in effetti, sembrano esistere delle differenze tra uomini e donne; la credenza che la rabbia sia espressa più frequentemente e in maniera più intensa dagli uomini, è comunemente condivisa da moltissime persone e in svariate culture, indipendentemente dall’età e dalla classe socio-economica di appartenenza. Si tratta, però di una ‘credenza’ appunto che non si basa su dati scientifici e di realtà. Ciò che corrisponde al vero è, in realtà, che le norme culturali incoraggiano o, comunque, permettono più facilmente agli uomini di esprimere rabbia; alle donne, invece, le definizioni culturali della femminilità (di ciò che è o non è femminile) rendono difficile manifestare apertamente la loro rabbia e quando ciò accade vengono, spesso, etichettate come emotive, isteriche o “ormonali”(non di rado, ad esempio, l’espressione manifesta della rabbia da parte di una donna viene svalutata e ridicolizzata attribuendola al suo ciclo mestruale!). Gli stereotipi sessuali, dunque, alimentano la credenza che la rabbia non sia un’emozione femminile, un’emozione che si addice a una donna, mentre incoraggiano in questa l’espressione della tristezza e della paura (che, guarda caso, sono tabù per moltissimi uomini!). La suddivisione tra emozioni maschili ed emozioni femminili è ancora più indebita e assurda di quella tra emozioni positive e negative! Nonostante tale assurdità, tali credenze condizionano fortemente il comportamento di uomini e donne come è possibile notare comunemente. La letteratura è piena di caratterizzazioni negative e altamente svalutanti delle donne che esprimono apertamente la propria rabbia: si pensi, ad esempio, alla “Bisbetica domata” di Shakespeare o alla celebre moglie di Socrate Xantippe e, certamente, in pochissimi si sono chiesti: “Ma come mai Xantippe era così arrabbiata? Cosa voleva? Com’era il suo rapporto col marito Socrate?”. Ritengo necessario fare alcune precisazioni riguardo tutto questo discorso sugli stereotipi sessuali ed, in particolare, chiarire la mia personale posizione: le affermazioni fin qui riportate sono sostenute da una gran quantità di studi sociologici e statistici, ampiamente verificati e validati su campioni rappresentativi della popolazione di riferimento, in diversi contesti socio-culturali. Ho, altresì, scelto di non riportare quelle affermazioni d’impronta, esageratamente, femminista che paradossalmente non fanno altro che fomentare nelle donne un accumulo di rabbia disfunzionale fine a se stesso, in quanto non forniscono un adeguato contenimento né guide per una sua gestione ed utilizzazione produttiva. Detto questo, un discorso completo sulla rabbia non può esimersi dalla considerazione dei condizionamenti socio-culturali che hanno avuto e continuano ad avere un peso rilevante nell’utilizzo disfunzionale della rabbia e questo, a parer mio, indipendentemente dal sesso di appartenenza. Oggi, infatti (e questa è la vera questione) sia uomini che donne vivono un malessere relazionale, in gran parte determinato da modalità disfunzionali di gestire, esprimere, comunicare ed utilizzare le proprie emozioni e, in particolare, la rabbia. La responsabilità di ciò è, ovviamente, al 50%, nel senso che non tutto è attribuibile esclusivamente al contesto sociale e culturale. Qui faccio esplicito riferimento al paradigma individuo-contesto, dove l’uno è semplicemente inconcepibile senza l’altro. Ogni emozione per poter essere compresa va sempre riferita al contesto in cui viene espressa ed agita. In quest’articolo, considero la rabbia nei suoi aspetti naturali; in altri termini, sostengo che non vi siano diversi tipi di rabbia, bensì che essa sia “una”, che non sia né buona né cattiva, né positiva né negativa in sé, ma che ciò che cambia e si differenzia sono i modi in cui essa viene espressa e utilizzata dalla persona e i contesti in cui essa è manifestata e agita. Una distinzione, utile da tener presente è, dunque, quella tra modi adattivi-funzionali e modi disadattavi/disfunzionali di utilizzare ed esprimere la rabbia. I principali aspetti e funzioni vitali/adattive dell’emozione della rabbia sono i seguenti:

1)    Difesa e affermazione dei propri diritti e porre limiti chiari: negli esseri umani la funzione base di difesa del territorio si è evoluta, per cui per noi il “territorio” non è solo uno spazio fisico, ma anche e soprattutto uno spazio psicologico e l’emozione della rabbia consente, quando utilizzata in modi funzionali, di difendere e affermare i propri diritti. L’emozione della rabbia consente, infatti, quando è necessario, anche di mettere limiti chiari nella relazione con l’altro.

2)    Favorisce l’assertività e l’auto-affermazione

3)    È un segnale di avvertimento: la rabbia segnala sia che qualcuno ci sta danneggiando in qualche modo, ma anche che noi stessi stiamo autodanneggiandoci mettendo in atto comportamenti disfunzionali

4)    Ci segnala, dunque, la necessità di operare un cambiamento

5)    Funzione comunicativa: la rabbia per sua stessa natura è un’emozione che mette chiarezza in se stessi e nella relazione con l’altro

6)    Energizza e mobilita il Sé: la rabbia svolge questa funzione più di ogni altra emozione e ciò spiega perché essa sia così importante per l’assertività e l’autoaffermazione.

Nel trattamento terapeutico della rabbia, l’obiettivo principale consisterà nello sbloccare l’energia vitale di tale emozione, affinché la persona possa utilizzarla in maniera adattiva e funzionale per il proprio benessere psicofisico e relazionale.

 


Il bambino che viene dal freddo         

di Maria Galantucci, Psicologa, Psicoterapeuta

Non sempre il desiderio di un figlio si conclude, felicemente, con la sua nascita. Accade che la sterilità della coppia, dapprima volutamente programmata, si riveli una condizione permanente e irreversibile. In questi casi la sentenza viene emessa soltanto dopo un periodo lungo e tormentoso di indagini diagnostiche, di prescrizioni e di cure, che mettono a dura prova l’equilibrio personale e la solidità del legame coniugale.

Accanto alle più frequenti sterilità organiche, compaiono impossibilità psicologiche, che si risolvono spontaneamente oppure grazie a un intervento psicoterapeutico che aiuti la coppia a superare quei remoti conflitti. Non è raro che sopravvenga un inatteso concepimento dopo che l’ansia di generare ha trovato appagamento nell’adozione. Ma non sempre la sterilità colpisce in egual misura entrambi i membri della coppia. Spesso uno solo dei due è ritenuto inabile a procreare. Un tempo questa incapacità era attribuita quasi esclusivamente alla moglie, che la soffriva come un’inadempienza coniugale e un’inferiorità sociale. Metodi diagnostici più efficaci hanno ormai provato che le cause della sterilità si distribuiscono in modo pressoché paritario tra i due sessi. Per gli uomini si tratta di una esperienza relativamente recente, alla quale non sono preparati. Nella maggior parte dei casi tendono a negare il problema che, espulso dalla porta, può rientrare dalla finestra sotto forma di sintomi psicosomatici, di atteggiamenti ipocondriaci o di stati depressivi. Se il rapporto coniugale è statico, gli interessi comuni scarsi, il flusso di affetti anemico, la diagnosi di sterilità può minare la coesione della coppia. Nella maggior parte dei casi, la crisi viene superata costruendo nuovi equilibri. L’essere senza figli non è soltanto una condizione negativa, in quanto rimangono più risorse per sé, non soltanto economiche, ma anche di tempo e di disponibilità reciproca. Inoltre è sempre possibile aprirsi verso l’esterno, alimentare amicizie, le solidarietà, gli scambi culturali. Tutti conosciamo coppie che avrebbero desiderato avere bambini, ma che hanno comunque costruito intorno a questa privazione una vita ricca, serena, donativa verso gli altri. Tuttavia non possiamo negare che qualche cosa vada perduto. Vi è un desiderio corporeo di maternità e di paternità che si appaga soltanto attraverso la procreazione, la cura e l’educazione di un figlio proprio. La lusinga di vedere perpetuate le proprie caratteristiche fisiche, i propri tratti di temperamento in un altro individuo. Vi sono, nell’inconscio, fantasie di inseminazione da parte maschile e di gravidanza da parte femminile (“voglia di pancia”) che l’adozione non può realizzare. La fecondazione assistita promette invece risposte più vicine al desiderio inconscio. Due immaginari convergono su un fantasma comune, quello del “bambino della notte” che si articola, per la donna, nel desiderio di un figlio “a tutti i costi”, per il medico invece nel desiderio di un bambino “in qualsiasi modo”. L’onnipotenza, che domina entrambi, si cela dietro la concezione terapeutica delle nuove tecnologie riproduttive. Sono sempre più numerose le famiglie in cui l’incapacità di procreare determina una situazione di frustrazione e di conflitto che si traduce in richiesta di intervento medico. Pochi, tra i richiedenti, conoscono le basse percentuali di successi delle fecondazioni medicalmente assistite, perché le sconfitte non fanno notizia, mentre gli obiettivi raggiunti vengono divulgati come fosse la norma. Anche in quest’ambito la risposta condiziona la domanda. Quanto più i mass media magnificano i successi del concepimento indotto tanto più le coppie sono sollecitate a rivolgersi al medico, ancor prima di essersi interrogate sul loro desiderio di filiazione. In molti casi intravvede una soluzione tecnica deresponsabilizzata perché ci si pone in attesa che gli altri facciano qualche cosa per noi, che risolvano in ultima analisi, i nostri problemi. Tuttavia la tecnica non è mai “neutra”: porta sempre con sé delle conseguenze che è opportuno conoscere e valutare. Innanzitutto muta la valutazione stessa della sterilità. Il periodo in cui la coppia è disposta ad attendere una gravidanza diviene sempre più breve. Sino a non molti anni fa era considerata sterile dopo quattro anni di rapporti sessuali non protetti. Ora, dopo un anno, già richiede e ottiene un consulto medico. D’altra parte, la ricerca di un figlio inizia sempre più tardi in quanto altre esigenze si presentano come prioritarie. L’avvicinarsi dei quarant’anni suona come un campanello d’allarme che scatena la corsa al “bambino dell’ultimo minuto” (last minute baby). La procreazione medicalmente assistita incontra, in questi casi, una ridotta fertilità organica e una esasperata impazienza psichica. Molte coppie, peregrinando da un centro all’altro, affrontano disagi personali, costi economici, fratture familiari pur di realizzare l’irrinunciabile sogno di un bambino proprio.La domanda di un figlio “ a tutti i costi” non è di per se stessa illegittima se, oltre al diritto al bambino, tiene conto anche dei diritti del bambino. E’ poi opportuno che i richiedenti prendano atto dei costi fisici e psichici che dovranno affrontare.

Innanzitutto la preliminare ricerca sulle cause dell’infertilità comporta l’intrusione di uno sguardo estraneo nella sfera più segreta dell’intimità della coppia. Inoltre una diagnosi di “sterilità” può essere indebitamente recepita come una “colpa” non sempre facile da elaborare, soprattutto per l’uomo, che sente messa sotto accusa la sua capacità virile. Ma anche quando la sterilità riguarda esclusivamente il marito, è sempre sulla donna che operano gli interventi medici. Sarà il suo ciclo ormonale ad essere farmacologicamente indotto e manipolato. Oltre che l’organismo, gli interventi, che durano mesi o addirittura anni, modificano anche le fantasie e i pensieri delle donne in trattamento. Parlando di se stesse, le pazienti ricorrono quasi esclusivamente a termini medici, anziché al consueto lessico familiare. Sembra che il segreto fantasma di bambino, che si solito anima l’attesa, sia relegato nell’inconscio e sostituito con un oggetto scientifico neutro e impersonale. Inoltre la separazione tra sessualità, condivisa con il coniuge, e fecondità, condivisa, con il medico, produce due figure di riferimento egualmente importanti e difficili da armonizzare tra di loro. Spesso, nel corso della cura, riemergono sentimenti provati nel conflitto edipico infantile: il ginecologo viene ad occupare il posto del padre o la ginecologa quello della madre, due figure vissute, nell’inconscio, come onnipotenti. Nei loro confronti la paziente è indotta ad assumere un ruolo infantile, passivo e dipendente, che rende più difficile accettare i frequenti insuccessi. In questi casi, le piccole o grandi crisi depressive sempre in agguato, rendono quanto mai opportuno un sostegno psicologico compente e capace.

 


Le 7 virtù dell' erotismo         

di Damiano Pellizzari, psicologo psicoterapeuta

La sessuologia è quella disciplina psicologica che aiuta la coppia a vivere bene la dimensione della sessualità e trova le strategie per risolvere eventuali problemi quali: l’eiaculazione precoce o ritardata, la mancanza di desiderio sessuale, la disfunzione erettile e il vaginismo. Altresì affronta tematiche quali l’omosessualità, il travestissimo, il feticismo, la dipendenza da sesso, il voyeurismo ecc… Ecco pertanto alcune indicazioni per passare momenti felici sotto le lenzuola.

1.     ACCETTA IL TUO CORPO

Abbiamo tutti dei piccoli, grandi complessi, ma a cosa serve parlarne in continuazione? Non c'è niente di meno eccitante per un partner che dice: "Non guardare i miei glutei, sono mollicci, ma domani inizio a fare ginnastica!" o "So che ho la pancetta ma lunedì mi metto a dieta!". Lui/lei non è il/la tuo/a migliore amico/a né il tuo psicologo. In una relazione affettiva lui/lei non deve “fare la crocerossina” piuttosto “giocare al dottore” con passione. Mettiti al posto suo: come reagiresti di fronte a un partner che non la smette di lamentarsi dei suoi difetti? Non molto divertente vero!?  Se sei tra le sue braccia significa che gli/le piaci. Allora smettila di focalizzarti sui tuoi difetti. Più ti sentirai a tuo agio con te stesso/a e con il tuo corpo, più vivrai bene il rapporto a due.

 

2. ECCITA IL TUO PARTNER

Far crescere il desiderio, ecco la tua missione. Tutto inizia dal momento in cui la voglia si affaccia alla porta e ognuno dei tuoi gesti è una promessa di indescrivibile voluttà. Impara dunque a fare le cose con calma e non dimenticare che l'attesa aumenta il desiderio. Non buttarti subito tra le fiamme ma fai capire che sei interessato/a. Accendi la miccia ma non esplodere subito e soprattutto…non spegnerla!

3. GUARDARE E LASCIARSI GUARDARE

Lascia sognare…vedo, non vedo… uno sguardo sfuggente, un sorriso ammiccante o un silenzio più significativo di mille parole... Il desiderio passa anche attraverso gli occhi allora spegni la luce ma accendi qualche candela, guarda e lasciati guardare.

4. ESPRIMI I TUOI DESIDERI

Gli stimoli vocali stuzzicano il partner. Lasciandoti coinvolgere dalla situazione perderai facilmente il controllo e ci guadagnerete tutti e due! I gemiti di piacere o le parole sommesse sono molto eccitanti per entrambe. Evita di dare degli ordini non sei un generale del sesso! Potrebbe bloccarsi completamente, inoltre adatta il tuo linguaggio e le tue richieste alla persona con cui stai facendo l'amore.

5. METTI A PROPRIO AGIO IL PARTNER

Contrariamente alle apparenze, le persone dubitano spesso delle loro capacità amatorie e possono sentirsi facilmente in difficoltà. Hanno bisogno di essere rassicurate. Fa dei complimenti su come ti accarezza ed esprimi la tua ammirazione di fronte a certe parti del suo corpo. Un comportamento troppo aggressivo e troppo diretto può non solo spaventare ma spesso accelera a tal punto le cose da lasciarvi entrambi frustrati. Impara a toccare sensualmente, a non mettere le mani direttamente sui genitali! Le persone in genere apprezzano gli approcci delicati.

6. PRENDI L’INIZIATIVA

Molte persone si rammaricano di essere sempre loro a dover fare il primo passo a letto. Tutti abbiamo bisogno di sentirsi desiderati e di sapere che al partner piace fare sesso con noi! Allora buttati scegliendo il momento giusto: uno sguardo malizioso, un messaggino piccante, una carezza mentre guarda la TV... hanno effetti miracolosi!

7. GURDARE MA SOPRATTUTTO TOCCARE

Nel corpo dell'uomo e della donna vi sono numerose zone erogene, punti anatomici che, se stimolati, provocano eccitazione sessuale. E' importante conoscerle, per esplorarle meglio e capire le preferenze soggettive .Ci sono vari modi per "riscaldarle": baciare, accarezzare, mordicchiare, succhiare, leccare, solleticare…Le labbra, il collo, le orecchie, i capezzoli, i glutei, i genitali sono delle vere e proprie micce del piacere che bisogna imparare non solo a guardare ma soprattutto a toccare, accarezzare, sfiorare…Quando tocchi una di queste zone sensibili chiedi se piace: i suoi gemiti e il suo respiro ti indicheranno la via da seguire!

 


Realtà virtuali, psicopatolpgia in rete

di Maria Letizia Rotolo, Psicologa-psicoterapeuta - Bologna

Una delle sètte fondamentali dell’induismo venera in Visnù il proprio dio supremo, un dio benevolo e misericordioso cui si collega tutta una collettività di figure divine, suoi avatar, che ne rappresentano le reincarnazioni. Alcune con sembianze animali, altre in forma umana, una come uomo-leone, una come quella di un nano capace di trasformarsi in gigante,. Tutti questi avatar, discesi nel mondo, divengono presenze attive ogni volta che l’ordine universale è minacciato.

Le loro caratteristiche, la capacità di reincarnazione e trasformazione, il ruolo “eroico”, rendono conto delle ragioni per cui “avatar” è il termine generico scelto per rappresentare sé stessi nei diversi personaggi in azione nei videogiochi o comunque in diverse realtà virtuali. In spazi quali Second Life, Facebook, Myspace, Meetic, Netlog ogni partecipante,che potremmo definire internauta, è tenuto a costruire un proprio profilo, un personaggio che dovrà rappresentarlo in rete, e sappiamo bene come questo possa essere molto veritiero o, all’estremo opposto, totalmente inventato, rappresentando in tal modo, più che un’immagine di sé ragionevolmente obiettiva, un coacervo di tratti di personalità e di caratteristiche fisiche che parlano dell’ideale dell’Io del soggetto, dei suoi desideri ed eventualmente delle sue propensioni perverse. Ma prima di inoltrarci delle realtà virtuali conviene soffermarsi su questo termine. La realtà virtuale va innanzitutto distinta sia dalla realtà reale che dalla realtà immaginaria. Seguendo Lacan, la realtà reale - il reale - è la realtà concreta, inconoscibile, indifferenziata, al di là dell’ordine simbolico. La realtà immaginaria - l’immaginario - si colloca in una dimensione narcisistica, di rapporto dell’Io con sé stesso, regno dell’immagine e dell’immaginazione, della lusinga e dell’autoinganno. La realtà virtuale, che non esiste se non per le proprie immagini, offusca la differenza tra immaginario e realtà reale, la quale esiste indipendentemente dalle proprie immagini. Questa posizione intermedia della realtà virtuale fa sì che la relazione con essa metta il soggetto in una condizione “instabile” (Tisseron, 2008) costantemente esposta ad aperture ed evoluzioni o verso l’immaginario, dominato dai propri fantasmi, come nei casi in cui l’internauta si ritira progressivamente dalla vita reale per lasciarsi assorbire dal piccolo schermo del computer, o verso la realtà fattuale, come quando, ad esempio, conoscenze avvenute in rete danno seguito a frequentazioni di persona. E’ negli ultimi anni del secolo scorso che nelle moderne società occidentali il concetto di realtà virtuale diviene via via più pregnante, fino a costituire un punto di riferimento ineludibile in qualunque analisi socio-psicologica dei comportamenti umani del terzo millennio. Se i bambini di cinquant’anni fa’ crescevano per lo più in strada, progressivamente, i bambini delle generazioni successive hanno goduto assai meno di questa opportunità, finendo per vivere reclusi in appartamenti sempre più ingombri di teleschermi, computer, play station, immersi in una realtà fortemente influenzata non solo dai mass media ma anche da questi nuovi prodotti tecnologici in grado di creare scenari in cui essi possono collocarsi in modo magico-onnipotente, incuranti d’ogni limite spazio-temporale. In una società sempre più simile a quella dominata dal “Grande Fratello” (quella del romanzo “Farhenheit 451”, non quella del format televisivo che a quello si ispira) in cui sono mille i mezzi e i modi per limitare la privacy delle persone ed esercitare un controllo diffuso, l’identità del soggetto non può non misurarsi con una “identità sociale” alla cui costruzione concorrono un fiume d’immagini e di dati dalla più svariata provenienza, dai tradizionali documenti d’identità alle telecamere installate in ogni dove, dai cellulari alle carte di credito, fino alle impalpabili tracce che dal nostro computer si diffondono ubiquitariamente in rete.  Dopo il narcisismo di massa, glorificato dall’ossessione per il corpo nelle infinite declinazioni del fittness e del wellness,  e il feticismo di massa, esaltato dai consigli per gli acquisti e conseguenti consumi, prende corpo progressivamente un voyeurismo di massa. Affacciati alla finestra del nostro monitor, moderno Panopticon, possiamo spiare bulimicamente ogni anfratto della rete, in cerca sia d’oggetti che d’interlocutori, sapendoci a nostra volta spiati e attesi. Come si vede, stiamo parlando di una vera e propria mutazione antropologica caratterizzata dalla progressiva modificazione della relazione con la realtà che ci circonda. Una realtà sempre più influenzata dalla realtà virtuale, dove la distinzione tra la presenza e l’assenza, tra il vero e il falso, si relativizza: basta un click per sottrarsi a una chat divenuta sgradevole e un click per ricomparire sulla scena, senza scomodi sentimenti di colpa o di vergogna. Basta ricorrere a un avatar per assumere una qualunque identità, veritiera o fittizia che sia. In spazi virtuali come  Facebook, Meetic, l’internauta deve in qualche modo esporsi, mettendo in scena un personaggio che lo rappresenti, come appunto un avatar o tramite un semplice nickname, esprimendo desideri e aspettative, giudizi e timori. A volte arrivando a disvelarsi, con foto, testi e dati biografici veritieri, a volte dissimulando in vario modo la propria identità, anche di genere. Un’identità che, come si diceva, è multipla, plurale; non è raro infatti che una stessa persona sia titolare di più blog, che partecipi a diversi videogiochi con diversi avatar, mettendo in scena diverse parti di sé o, come negli adolescenti, seguendo le fluttuazioni delle proprie identificazioni, fenomeno che può presentare aspetti sia positivi, l’opportunità di usufruire di uno spazio potenziale in cui esercitare la propria creatività, così come aspetti negativi, come il rischio di incentivare scissioni eccessive o di finire per confondere realtà virtuale e realtà fattuale, soprattutto in soggetti dai fragili confini dell’Io. .  Rayan, un giovane paziente di Tisseron dice che i suoi genitori sono per lui “meno veri” degli sconosciuti che frequenta su Internet. “Sono loro - dice - la mia vera famiglia” (Tisseron, 2009, p.80). Come tutte le novità che per la propria forza innovatrice sovvertono radicalmente i consueti modi di pensare e agire, l’irruzione epocale di Internet nella vita quotidiana viene accolta tanto con curiosità e interesse quanto con diffidenza e timore. Nell’ottocento l’umorista francese Cham, in una famosa serie di vignette, irrideva allo sconcerto dei parigini al cospetto dei primi lampioni a gas, raffigurando dei passanti che facevano il gesto di ripararsi gli occhi come si trattasse di un’insopportabile luce abbagliante, poiché tale doveva loro apparire quella fioca luce che veniva a squarciare un buio millenario. All’inizio del novecento l’esaltazione del colore nella pittura di Matisse e Derain, di Vlaminck e Rouault costituì un tale shock che un critico pensò bene di definirli belve, “fauves”, da cui fauvisme, il loro movimento. Non sorprende quindi se molti paventano nell’uso di Internet pericolose insidie, soprattutto quando gli utenti siano adolescenti o bambini. In realtà il problema non è molto diverso da quello costituito dall’esposizione alla TV che, sui diversi individui, può avere effetto eccitante o calmante, passivizzante o antidepressivo. Vale quindi la pena, prima di parlare delle specifiche manifestazioni morbose, come la dipendenza patologica o l’utilizzo regressivo del mezzo come “rifugio della mente” (Steiner, 1993), accennare anche alle straordinarie opportunità che questa rivoluzione tecnologica offre. Ad esempio bambini anche molto piccoli, attratti dai videogiochi, apprendono per questa via i primi rudimenti dell’uso del computer e della lingua inglese; possono sviluppare notevoli abilità settoriali, affinando qualità percettivo-discriminative, tempi di reazione, e ricevendone nutrimento narcisistico. I più grandi, condividendo il gioco con altri, possono entrare a far parte di comunità virtuali sviluppando specifici aspetti di socializzazione; avendo a che fare con personaggi che presentano la gamma delle motivazioni e delle emozioni umane, sono spinti ad  educarsi all’interazione sociale. Inoltre, mettendo in scena il proprio mondo interiore, i propri conflitti, molti adolescenti possono elaborare e superare difficoltà passeggere. Certo non si può accettare acriticamente qualunque videogioco o la frequentazione di qualunque sito. E’ necessario che i genitori, la comunità, vigilino sulle loro caratteristiche, sul tipo di messaggio che da essi può derivare, bloccando la diffusione di quelli che possono avere un influsso negativo su menti in formazione. Come ad esempio nel caso di un videogioco in cui le azioni di guerra, lo sparare e l’uccidere, fossero contro “sporchi negri” o qualunque esponente di minoranze etniche o religiose. In tal caso il messaggio non avrebbe a che fare col generico combattere contro un nemico di fantasia, cosa che consentirebbe l’espressione ludica di una normale aggressività, bensì con precise motivazioni razziste.

Ma, a parte questi rischi cui sono esposti soprattutto bambini e adolescenti, sono innegabili le straordinarie potenzialità offerte dalla rete agli internauti. La possibilità di comunicare in tempo reale con interlocutori in ogni parte del globo, di ampliare a piacimento il numero dei propri contatti, di avere accesso a un’inesauribile fonte di informazioni e così via. Alcuni ritengono che ciò comporti un maggiore investimento degli aspetti intellettuali e delle prestazioni piuttosto che un investimento degli affetti e della responsabilità. Ma è difficile generalizzare. Certamente il navigare in Internet consente di alleviare, almeno in una certa misura, la solitudine e le angosce d’abbandono e di crollo, soprattutto nei videogiochi in cui vi è un avatar che ci rappresenta, perché questo in fondo, come ha fatto notare Tisseron, non crolla mai (Tisseron, 2008). Né vanno trascurati i vantaggi dell’anonimato, grazie al quale in Internet anche le persone più timide e insicure difficilmente si trovano a provare sentimenti penosi come l’umiliazione e la vergogna: qualunque situazione spiacevole si trovino a vivere, possono sottrarsene all’istante senza alcuna remora. Una via di fuga che agevola, ad esempio, chi si accinge a partecipare a una chat, perché sa di poterlo fare col minimo d’esposizione, gli basta celarsi dietro l’identità virtuale, più o meno veritiera, che ha voluto assumere. Così, anche chi si muove spinto dalle fantasie più inconfessabili, può farlo con notevole tranquillità, sapendo di potersi ritirare in ogni momento. Inoltre, e ciò vale per chiunque, da un punto di vista emotivo è sicuramente meno dispendioso dar vita a una conoscenza in questo modo di quanto non lo sarebbe di persona, senza contare che spesso il tenore della conversazione in rete è tutt’altro che anonima e impersonale e consente a molti di farsi un’idea abbastanza precisa della personalità dell’interlocutore. Nel chattare, il linguaggio usato, i contenuti, i ritmi, tutto fornisce indizi sulla persona, la quale in tal modo tanto svela di sé quanto cela. Da ultimo, e non ultimo, va detto che molti, nella misura in cui si scoprono in grado di raggiungere tante persone, d’iniziare con esse un dialogo e magari di coinvolgerle suscitando il loro interesse, ne ricavano un importante nutrimento narcisistico e un supporto alla loro precaria identità.

Questi, alcuni dei più importanti aspetti positivi. Purtroppo, col diffondersi della rete e il moltiplicarsi del numero degli internauti, va diffondendosi anche la relativa patologia, in particolare quell’ Internet Addiction Disorder con cui lo psichiatra americano Ivan K. Goldberg, nel 1995, designò scherzosamente la sindrome consistente nel bisogno di far uso compulsivo e eccessivamente prolungato di Internet. Ma fu solo un paio d’anni dopo che una pubblicazione scientifica di Kimberly  S. Young, dell’Università di Pittsburg rese l’Internet Addiction un disturbo riconosciuto dalla comunità psichiatrica internazionale, fino a divenire in pochi anni un quadro clinico ritenuto da alcuni perfino più diffuso della depressione. Lo studio della Young mise in luce come a favorire la rete-dipendenza fossero gli stessi aspetti positivi della rete, come la facile accessibilità a servizi e informazioni o la sensazione d’onnipotenza derivante dal controllo delle proprie attività on-line. Secondo la ricercatrice americana i futuri rete-dipendenti, affascinati da queste enormi potenzialità, passano da una fase cosiddetta “tossicofilica” caratterizzata da interesse ossessivo per l’e-mail e progressiva frequentazione e partecipazione a siti Internet e chat, a una fase francamente “tossicomanica”, caratterizzata da collegamenti così prolungati da compromettere la vita di relazione, sociale e professionale del soggetto. Una condizione, questa, che può assumere differenti configurazioni a seconda dell’interesse prevalente: COMPULSIVE ON-LINE GAMBLING, il gioco d’azzardo compulsivo. CYBERSEX ADDICTION, la dipendenza dalla ricerca di materiale pornografico o di relazioni erotiche tramite chat. CYBER RELATIONSHIP ADDICTION, assillante ricerca di relazioni d’amicizia o sentimentali tramite e-mail, chat, newsgroup. MUD ADDICTION, dipendenza da giochi di ruolo mediante avatar con cui il soggetto si identifica. INFORMATION OVERLOAD ADDICTION, ricerca d’informazioni estenuante e protratta nel tempo. (Cantelmi – Orlando, 2009).

Tutti questi modi di navigare in rete, nella loro valenza patologica, costituiscono diverse declinazioni di una condizione di grave rete-dipendenza in cui, teoricamente, chiunque può cadere. Anche se, in realtà, è molto più probabile succeda a persone che, non avendo goduto di relazioni primarie soddisfacenti, non sono state in grado di costruire una solida identità e non possono confidare in oggetti interni affidabili. Così, la dipendenza patologica da Internet in genere maschera una, più o meno grave, condizione di sofferenza psichica. Il Surfing, il navigare in rete, e il Wilfing, il navigare in rete con continui spostamenti da sito a sito senza scopo preciso, divengono un mezzo per tentare di non affondare, di procurarsi “dosi”di gratificazione ed eccitamento per sfuggire al dolore di pensare ed evitare il crollo. La qual cosa ci deve fare riflettere, come ci ricorda Florence Guignard, sul fatto che nel corso degli anni, psicoanalisti e psicoterapeuti hanno “sempre più a che fare con una ‘patologia dei limiti’: limiti tra sé e l’altro, tra pensare e agire, tra realtà psichica e realtà esterna e, da qualche anno, tra virtuale e reale. [si pensi alla paziente di cui vi ho parlato nella precedente vignetta clinica]. Fragili, mal organizzati, questi limiti si disintegrano ancor più facilmente in quanto i limiti della società circostante si sono essi stessi ammorbiditi, indeboliti, disorganizzati” (Guignard, 2009). Il cambiamento dei nostri pazienti sembra dunque accompagnare di pari passo i cambiamenti sociali. Se ai tempi di Freud le psiconevrosi costituivano le manifestazioni psicopatologiche  più comuni, ora dominano la scena i disturbi narcisistici, quelli di personalità, la patologia del vuoto e quella borderline, unitamente ai disturbi alimentari, a quelli psicosomatici e alle varie forme di dipendenza patologica.

CONCLUSIONI

Gli straordinari progressi tecnologici della nostra epoca, in particolare nel campo della comunicazione globale, stanno producendo una sorta di mutazione antropologica che, per quanto riguarda il nostro campo specifico, comporta un sensibile cambiamento della psicopatologia dei pazienti, del metodo e della tecnica psicoterapeutico-psicoanalitica. Se fino a qualche anno fa’, ad esempio, parlare di “psicoterapia on line” nella comunità psicoanalitica era un’eresia inaccettabile, oggi, pur permanendo notevoli perplessità, si deve prendere atto del moltiplicarsi delle esperienze e si può scommettere che queste non faranno che crescere, fino a dovervi fare seriamente i conti. L’inevitabile misoneismo che accompagna sempre l’avvento di novità radicali non sarà sufficiente a ostacolare la crescita tumultuosa delle nuove tecnologie, e dovrà misurarsi con i comportamenti e le patologie ad esse relative. Tra queste stiamo assistendo all’enorme diffusione di forme di addiction che già trovano posto nella nosografia psichiatrica. Ma sarebbe miope soffermarsi sugli effetti dannosi, lasciando in ombra le enormi opportunità offerte dal Virtuale: dalla sterminata accessibilità all’informazione alle possibilità di comunicazione globale, dallo sviluppo di nuove abilità alla crescita della ricerca scientifica permessa da un universo della simulazione sempre più sofisticato. Né sarebbe ragionevole enfatizzare i rischi di dipendenza patologica pensando che dedicare alcune ore al giorno a chattare, a visitare siti Internet, o a partecipare a videogiochi, sia necessariamente uno scherzare col fuoco. Il rischio di addiction non è superiore a quello che si corre nel lasciarsi assorbire dai programmi televisivi preferiti. Una vera rete-dipendenza in genere si instaura in soggetti in cui una preesistente sofferenza mentale spinge ad approfittare delle suggestioni offerte da Internet e dai videogiochi per sottrarsi all’ansia e alla fatica psichica prodotta dalle relazioni sociali. Il progressivo ritiro dal mondo reale, per confinarsi in un mondo virtuale, diviene una sorta di rifugio della mente che consente alla persona d’evitare al massimo le ferite narcisistiche e i sentimenti spiacevoli, come colpa e vergogna, o di liberarsi dai legami propri di ogni situazione di dipendenza matura, alimentando inoltre subdoli sentimenti d’autosufficienza e onnipotenza. La condizione più grave è quella in cui l’internauta perde progressivamente ogni interesse per l’interazione con altri, va incontro a una crescente desocializzazione, e nemmeno cerca conferme narcisistiche, ma fa’ del surfing, unicamente, una pura ricerca d’eccitamento che scacci, almeno momentaneamente, gli affetti depressivi. Come nelle tossicodipendenze da sostanze, l’importante è stordirsi, scacciare il dolore psichico e l’angoscia del crollo. Sono proprio questi casi che costituiscono la nuova sfida umana e scientifica per gli psicoanalisti e gli psicoterapeuti del terzo millennio.

 

 

Psicologia e tradizione          

di Clovis Roberto Anversa

 Le antiche arti di curare, come le filosofie e le visioni del mondo appartenenti al passato, come la filosofia orientale antica o la tradizione ermetica occidentale, erano basate su una visione assoluta, universale e globale del mondo. La psicologia è una scienza moderna e come tutte le scienze moderne è positivista e tende a prendere in considerazione l’uomo (e il mondo in generale), analizzandone le parti, previa frammentazione, in modo specialistico, ma anche separatamente; senza fornire cioè una visione globale ed integrata. Secondo la tradizione il mondo è spirito e la materia non è altro che manifestazione di questo spirito; per la scienza ufficiale invece esistono la materia e le leggi che la governano. Apparentemente c’è una grossa differenza fra la scienza ufficiale e le antiche tradizioni, in realtà esse sono le due facce della stessa moneta. Ciò significa che l’integrazione di questi due modi di vedere la realtà, permette di ampliare in noi conoscenza e coscienza, e di legare il passato con il presente per migliorare il futuro. Alcune scoperte della fisica moderna, ottenute mediante l’osservazione della materia attraverso potentissimi microscopi, possono essere comparate ad alcune idee che facevano parte delle antiche tradizioni sciamaniche; secondo queste tradizioni tutti gli elementi della natura (minerali, vegetali e animali) emanano energia. Dalle attuali scoperte della fisica quantistica si è giunti a constatare che la più piccola cosa che esiste nell’universo è appunto un’unità di energia, che è stata denominata Quantum (particella). Einstein postulò che ogni forma di radiazione elettromagnetica può manifestarsi come onda o come Quantum. Il Quantum, o unità di energia, viene considerata come particella o come onda. Max Plank scopre che l’energia del calore radiante (tipo quella dei termosifoni) non viene trasmessa in flusso continuo, ma in piccole unità di Quanta. Così quando gli antichi parlavano di energia della pietra, del legno, ecc.., l’idea non era errata. I cinesi, nel 380 a.C., postularono l’esistenza di un’energia vitale denominata Ki o Chi che permea tutta la materia animata.

Esiste una corrente della psicologia, chiamata psicologia transpersonale, che studia i fenomeni della coscienza. Questa disciplina sostiene che provocando un cambiamento nello stato di coscienza, è possibile percepire fenomeni o eventi che accadono in natura e che risultano impercettibili in uno stato ordinario di coscienza. Per esempio, se una persona riesce a sviluppare lo stato Alfa, che è uno stato di coscienza caratterizzato da un particolare rilassamento che possiamo collocare in una posizione intermedia fra la veglia e il sonno, è molto probabile che questa persona riesca, se vuole, a percepire la vibrazionalità minima della materia al suo stato puro. Questi stati di percezione si possono raggiungere attraverso tecniche di rilassamento e meditazioni come il Tai-Chi-Chuan, lo Yoga, il training autogeno, la meditazione dinamica, ecc… Il Tai-Chi, ad esempio, è una tecnica molto particolare, in quanto integra la meditazione e il rilassamento, in una forma dinamica di movimento lento e armonioso che sembra una danza. Questa imita il movimento della natura e degli animali. Il Tai-Chi, la Suprema Unità o la Via Suprema, è il principio dell’unione e dell’equilibrio delle due energie opposte e complementari dello Yin e dello Yang, rappresentate da cielo e terra, uomo e donna, corpo e spirito; le cui interazioni generano e mantengono la vita. In Brasile alcune religioni parlano di vibrazioni di energia chiamate Los Orixas. Queste sono considerate entità che assumono la forma delle pietre, dei metalli, dell’acqua, del fuoco, dell’aria, ecc… cioè di tutto ciò che esiste nella natura e che può essere d’aiuto per guarire e per migliorare l’esistenza delle persone. Avventurandoci in una ipotesi audace potremmo dire che i Quanta, gli Archetipi, il Ki, gli Los Orixas, fanno parte di una stessa realtà e che questa realtà non può essere ridotta ad un unico elemento; bensì si tratterebbe di un tutt’uno indivisibile, come un cristallo di cui possiamo vedere le varie facce. Questa realtà indivisibile compone un caleidoscopio di colori e dimensioni, che possiamo visualizzare all’interno di una spirale tridimensionale, un grande mandala cosmico, in cui tempo e spazio si fondono nel continuo susseguirsi degli eventi. E’ così che la scienza e la poesia, i numeri e la musica, la logica e l’arte, la mente e il corpo, fanno parte di questa unica ed indivisibile realtà; essa è divina e misteriosa, come lo è l’esistenza dell’essere umano durante il suo viaggio sul pianeta terra. Possiamo quindi notare che esiste una sostanziale armonia tra lo spirito di saggezza delle tradizioni e le concezioni più recenti della scienza occidentale; una conoscenza che sembra essere al di là della tecnica e che cerca la via del cuore e della realizzazione del sé. E’ per me non solo un obiettivo che mi prefiggo di raggiungere, ma anche un modo stesso di vivere. Werner Heisenberg sostiene: “E’ probabilmente vero in linea di massima che nella storia del pensiero umano gli sviluppi più fruttuosi si verificano spesso ai punti di interferenza fra due diverse linee di pensiero. Queste linee possono avere le loro radici in parti assolutamente diverse della cultura umana, in tempi diversi e in ambienti culturali diversi o di diverse tradizioni religiose; perciò, se vengono a trovarsi in rapporti sufficientemente stretti da dare origine a un’effettiva interazione, si può allora sperare che possano seguirne nuovi e interessanti sviluppi”. Di fondamentale importanza è la capacità di assumere, integrandoli nei punti di vista proposti dalla scienza moderna, alcuni degli atteggiamenti propri della tradizione, per esperire la globalità della natura e da questa esperienza attingere l’arte di vivere in armonia con noi stessi e con essa. Ciò che ci serve è perciò un’interazione dinamica, dialogica, tra intuizione mistica ed analisi scientifica.

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