Anno II - Numero 4

Nasce il Protocollo Discentes per l'apertura di nuove scuole di formazione in Arti Terapie in Italia

Intervista di Raffaela D'Alterio a Stefano Centonze, Direttore e Fondatore dell'Istituto di Arti Terapie e Scienze

Creative e della piattaforma e-learning Discentes.it

Siamo in compagnia di Stefano Centonze, Direttore e Fondatore dell’ Istituto di Arti Terapie e Scienze Creative, Scuola di Formazione e Centro Studi sull’applicazione delle Arti Terapie. Oggi parliamo di una grande novità che interesserà tutti gli addetti ai lavori e gli interessati a queste affascinanti discipline. Qual è, dunque, la notizia, Direttore?

La notizia è che, dopo un anno d’attesa, da oggi il nostro Istituto si apre a nuove collaborazioni in tutta Italia, attraverso l’apertura di sede regionali e provinciali dei Corsi Triennali di Formazione in Musicoterapia, Arte Terapia Plastico-Pittorica, Teatro Terapia e Danza Movimento Terapia.

In altre parole?

In altre parole, il nostro Istituto, incoraggiato dall’ottimo riscontro presso gli oltre 60.000 visitatori annui del portale www.artiterapielecce.it e presso i 40.000 abbonati alla Rivista On Line, con questa determinazione intende esportare il proprio modello didattico ed  offrire un partenariato stabile a quanti vogliano avviare una propria scuola di  formazione in Arti Terapie in ogni Regione.

 

Possiamo parlare della nascita di un circuito d’affiliazione alla Scuola di Arti Terapie di Carmiano?

Sì ma solo da alcuni punti di vista. Il senso dell’iniziativa è mettere a disposizione della diffusione della cultura delle Arti Terapie – e per incentivare il loro riconoscimento formale, che passa da una capillare articolazione delle scuole di formazione e della veicolazione di un messaggio di alta professionalità -  un modello sul quale abbiamo lavorato per degli anni. l’Istituto di Arti Terapie e Scienze Creative, che ha come scopi statutari la formazione in Arti Terapie degli operatori, l’applicazione delle Arti Terapie al disagio fisico, psichico e sociale e la ricerca scientifica, organizza dal 2004, nel Salento, corsi di specializzazione triennale in Musicoterapia, Arte Terapia Plastico-Pittorica, Teatro Terapia e Danza Movimento Terapia. Nel suo modello didattico ha da sempre utilizzato un impianto teorico di base corposo (lo studio del materiale documentale) che, con l’avvento di internet e delle nuove tecnologie, abbiamo scelto di svolgere in FAD, a distanza, sulla nostra neonata piattaforma e-learning Discentes.it, visibile all’indirizzo web www.discentes.it.

 

Dunque, non si tratta solo di trasferire on line quello che tradizionalmente si studia in presenza…

Infatti. On line si studieranno solo le materie teoriche, mentre in presenza sarà necessario svolgere la formazione laboratoriale che, nelle nostre discipline, è imprescindibile. Il Protocollo Discentes è un modello integrato di formazione, tra studio a casa e attività in presenza: noi forniamo la piattaforma per lo studio a distanza, le sedi che aderiranno forniranno le attività di laboratorio, che confluiranno in un unico calendario nazionale che sarà disponibile sul nostro sito, ed un tutor per monitorare lo studio degli allievi di quella determinata sede. Ciò, d’altro canto, creerà un circuito nazionale di scuole che aderiranno ad un calendario unico e che permetterà ad ogni allievo di scegliere la sede più vicina o quella più interessante dove svolgere la propria formazione in presenza. Insomma, libero mercato, libera circolazione ma all’interno di un sistema circoscritto, monitorato e professionale: tutti gli allievi che vi aderiranno dalle varie scuole si incontreranno on line, scambieranno esperienze, materiali, conoscenze… Svolgeranno, dunque, una formazione molto ricca e a costi molto contenuti – dettaglio non trascurabile -.

 

Ma questo studio on line non può pregiudicare la qualità dei corsi?

Affatto. Anzi, al contrario. Noi crediamo che organizzare in modo intelligente lo studio di dispense, monografie, presentazioni in power point, le lezioni in diretta e registrate, le discussioni e i test agevoli la programmazione dell’apprendimento graduale dell’allievo, il quale, al termine del triennio, avrà competenze che gli permetteranno di relazionarsi ad ogni genere di professionalità. Dalla scuola, con gli insegnanti, ai contesti clinici, con i medici. Quindi, e con ciò torno alla sua precedente domanda, il protocollo Discentes per la formazione in Arti Terapie in Italia non è solo un circuito di affiliazione. O, meglio, lo è per le scuole di nuova costituzione che possono adottare il nostro know how. Ma le scuole già attive possono aderirvi semplicemente per utilizzare un impianto teorico del valore di circa 500 di studio in tre anni, in aggiunta ai modelli didattici già adottati.

 

Ecco, prendiamo l’esempio di una scuola di formazione già operante. Quale vantaggio le comporta l’adesione al protocollo Discentes?

Beh, il protocollo Discentes organizza tutta la didattica documentale con uscite programmate dei testi, argomenti di discussione e verifiche. Tutto contenuto nel piano di studi generale. Una scuola attiva che adotti il nostro Protocollo, può razionalizzare lo studio teorico on line ed incastrarlo con le attività di laboratorio, così soddisfacendo le necessità degli allievi che spesso vivono la frustrazione della divergenza tra momento teorico e momento esperienziale. Può, inoltre, seguire con maggiore semplicità gli allievi più distanti dalla propria sede, aumentare il monte ore del proprio percorso triennale, monitorare lo studio sistematico degli allievi, abbattere i costi, anche per la tenuta della segreteria (consideriamo la mole di lavoro che ci vuole per organizzare un test in presenza) e altro ancora.

 

E per le scuole di nuova costituzione?

Per le scuole di nuova costituzione che nascono con il Protocollo Discentes è ancora più semplice. Noi forniremo tutti i supporti all’avvio, dal modello d’iscrizione per allievi, al corso per i Tutor on line, ai docenti per le attività in presenza, se non già disponibili. Oltre a tutti i vantaggi di cui abbiamo già parlato prima. Le nuove sedi sarà necessario che individuino semplicemente uno spazio fisico per le attività di laboratorio.

 

Si direbbe, una bella rivoluzione nelle Arti Terapie…

Sì, se si considerano i punti nodali della formazione oggi disponibile in Italia. E forse è il caso di fare un po’ il punto della situazione.

Lo stato dell’arte dice che l’offerta formativa in Arti Terapie (Musicoterapia, Arteterapia Plastico-Pittorica, Danzaterapia e Teatroterapia) è affidata a un considerevole numero di Scuole private, in larga parte associazioni, ciascuna delle quali con un proprio modello di riferimento e con una propria struttura didattica. In mancanza di normativa nazionale in materia di riconoscimento delle professioni ed in mancanza di albi professionali, ogni Scuola può, infatti, stabilire autonomamente la durata della formazione, le materie di studio, le competenze dei docenti, il titolo rilasciato, se svolgere supervisioni e tirocinio, le modalità di valutazione della formazione, i requisiti d’accesso degli allievi, ecc.

Esistono, tuttavia, da sempre, nelle associazioni di categoria, prevalentemente a carattere europeo o mondiale, criteri di base per la formazione di figure professionali in grado di operare consapevolmente in ambito pedagogico quanto clinico. Solitamente, dovendo tracciare un quadro generale comune alle quattro discipline (Musicoterapia, Arteterapia Plastico-Pittorica, Danzaterapia e Teatroterapia), il corso ideale dovrebbe avere una struttura didattica nell’arco di tre anni almeno di formazione e per 800-900 ore di aula, bilanciata tra gli insegnamenti afferenti all’area teorico-relazionale  (psicologia, psichiatria, neurologia), all’area artistica di riferimento (musica, danza, teatro, pittura) ed all’area specialistica (musicoterapia, danzaterapia, arteterapia plastico-pittorica, teatroterapia).

Oltre all’organizzazione didattica di base, l’elemento che caratterizza la formazione in Arti Terapie è che la medesima è rivolta essenzialmente alle figure professionali che operano nell’helping professions, dunque maggiorenni, con una forte motivazione alla relazione d’aiuto ed in grado di sostenere economicamente un costo importante per una formazione ancora non riconosciuta. In tutti gli altri casi, ovvero allorquando gli allievi provengono da esperienze formative diverse o da formazione prevalentemente in ambito artistico, la statistica evidenzia un elevato tasso di abbandono dei corsi di formazione, sia per il venire meno delle motivazioni (non adeguatamente valutate in sede di colloquio preliminare), sia per il notevole impegno che il corso stesso comporta (operatori impegnati durante la settimana si trovano a dover frequentare i corsi nel week end, sottraendo tempo alla famiglia ed al proprio riposo), sia per ragioni di carattere economico (un corso triennale di prima fascia oggi prevede un costo medio di circa di Euro 1.800/00-2.000/00 all’anno).

Ultimo fattore di criticità rilevato è che ogni Scuola appare come un universo a se stante, nel quale, per un allievo che voglia frequentare alcuni momenti formativi, appare impossibile integrarsi per via di organizzazioni didattiche sempre troppo diversificate.

 

E su questi fattori di criticità si innesta la vostra proposta…

Esatto. Il protocollo Discentes è un documento programmatico, realizzato dall’Istituto di Arti Terapie e Scienze Creative per l’affiliazione di Scuole di Formazione, sia esistenti che future, ad un modello integrato di formazione in Musicoterapia, Arteterapia plastico-pittorica, Danzaterapia, Teatroterapia, tra attività di laboratorio in presenza e formazione a distanza, con l’obiettivo di migliorare e consolidare le competenze in uscita degli allievi, a vantaggio di una maggior professionalizzazione degli arte terapeuti, di ridurre  i costi della formazione in Arti Terapie e di  aumentare il numero delle domande di iscrizione nelle Scuole di Arti Terapie del territorio nazionale.

Prevediamo, dunque, un programma di consociazione con l’apertura di una delegazione in ogni regione d’Italia e di altre sedi principali in totale autonomia gestionale, organizzativa e di identità, ma in condivisione di impianto metodologico.

 

Lei, dunque, come vede la Scuola di Arti Terapie del futuro?

Noi abbiamo previsto che la formazione in Arti Terapie possa essere uniformata ad un numero esiguo di modelli didattici. Noi abbiamo il nostro e lo mettiamo a disposizione degli addetti ai lavori, presenti e futuri. Crediamo, questo sì, che il nostro progetto sua all’avanguardia, stabilisce che gli allievi in formazione possano circolare liberamente all’interno di un sistema di Scuole che scelgano di adottare un protocollo comune, snello e dinamico, livellato verso l’alto, ovvero fondato su basi teoriche e scientifiche comuni su cui innestare attività di laboratorio diversificate, in ciascuna Scuola secondo il proprio modello di riferimento. Ciò mai a discapito delle competenze in uscita. Il nostro protocollo, anzi, mira a garantire che le stesse siano consolidate e spendibili, grazie ad uno studio del materiale documentale graduale e costante, al pari del monitoraggio e delle verifiche sulla crescita personale e professionale di ogni allievo. L’uso della piattaforma e-learning, poi, non è altro che il risultato dell’esigenza di essere al passo con i tempi: sappiamo che prendono sempre più piede le nuove tecnologie, in modo particolare con l’uso degli strumenti oggi messi a disposizione da Internet, e che questo strumento consentirà un buon abbattimento dei costi di iscrizione ai corsi di Arti Terapie. Non abbiamo fatto altro che coniugare correttamente i due momenti.

 

Le andrebbe di illustrare in sintesi per i nostri lettori le caratteristiche e i vantaggi del Protocollo Discentes? Credo sia interessante avere un’anteprima…

Intanto, propongo ai lettori interessati a formarsi o a collaborare con noi di scaricare il documento programmatico da me firmato e disponibile sul sito www.artiterapielecce.it. In breve, per rispondere alla sua domanda, credo sia utile sottolineare le caratteristiche principali. Il Protocollo Discentes garantisce 170 ore di studio all’anno – 510 ore nel triennio – tra discipline teoriche di base (psicologia, psichiatria, neurologia, con argomenti diversificati secondo l’anno di corso), teorie e tecniche delle Arti Terapie (principali modelli e applicazioni della Musicoterapia, Arteterapia Plastico-Pittorica, Danzaterapia e Teatroterapia) e monografie di approfondimento per ogni disciplina. Fornisce materiale documentale (dispense in PDF, lezioni in video, in diretta e registrate, presentazioni in PPT), così evitando che l’allievo sostenga il costo dell’acquisto dei testi, e strumenti di monitoraggio e verifica sulla formazione di ogni allievo, grazie alla tracciabilità della presenza dello stesso on line, all’uscita temporizzata del materiale documentale, alla pubblicazione degli argomenti di discussione successiva alla comparsa del materiale da studio su piattaforma, al test intermedio individuale on line con correzione automatica contestuale. Garantisce, dunque, lo studio graduale e costante del materiale proposto e, al tempo stesso, agevola l’organizzazione dei calendari nella Scuola (le attività di laboratorio, ad esempio, possono essere organizzate in prossimità dell’uscita di un determinato materiale documentale), così contribuendo a creare un “metodo didattico” di cui spesso gli allievi sentono la mancanza, come già detto. Dal punto di vista economico, consente una riduzione dei costi di iscrizione a carico degli allievi, oltre a ridurre, per le suole di formazione, i costi di segreteria (gestione progetti, test, aggiornamento dei libretti degli esami, tenuta dei verbali relativi alle prove scritte) e delle  docenze.

Spero di non essere stato troppo ripetitivo ma credo che le novità vadano illustrate in modo dettagliato ed approfondito. In fondo, siamo ad un passo dal futuro. Anzi, il futuro delle Arti Terapie e già oggi, mentre ne parliamo.

 

Per concludere, chi può fare richiesta di aprire una scuola di nuova costituzione in base al Protocollo Discentes?

Sostanzialmente, chiunque operi nelle professioni d’aiuto, nel volontariato, in ambito clinico, indipendentemente dal fatto che abbia già formazione in arti terapie o che si tratti di associazioni, società o singoli professionisti, scuole di formazione o scuole di arti terapie, poiché saremo noi a fornire le garanzie e le professionalità necessarie per assicurare un’ottima qualità della formazione. Non ci diamo limiti. Il nostro Protocollo può supportare qualunque proposta di collaborazione. Certo un limite c’è: è quello delle sedi per Regione o Provincia. Noi apriremo solo una sede per ogni Provincia, in ordine di arrivo e di valutazione di domanda. Per ogni Regione con almeno tre sedi attive, attiveremo successivamente una delegazione regionale con altre caratteristiche di cui per ora è prematuro parlare.

 

Oggi si dice che la nuova imprenditoria passi per il sociale. Sembra proprio così. Per quando è previsto il lancio del progetto?

Entro pochi giorni e fino a fine anno i siti istituzionali e partner riporteranno la notizia. Da Gennaio, ad ogni modo, partirà la prima esperienza per le nuove sedi, anche da Settembre, per le scuole già attive che vogliano utilizzare la nostra piattaforma. Il sistema lo abbiamo già testato a Lecce in questo anno e funziona. E soprattutto piace.

Vogliamo lasciare un indirizzo per contatti e per seguire questa splendida opportunità?

La notizia sarà diramata attraverso il nostro Ufficio Stampa sui siti www.artiterapielecce.it, www.discentes.it, www.polomusicoterapia.it e www.circolovirtuoso.net.

Sempre a breve, saranno diffusi comunicati audio e video, ad esempio attraverso Mappa Terzo Settore Web TV (www.mappaterzosettore.it/webtv) ed il nostro canale Youtube. La notizia sarà diffusa, infine, attraverso Facebook, Myspace, Twitter ed altri comuni canali d’informazione e condivisione. Per i contatti telefonici, la nostra segreteria risponde allo 0832.601223 e 329.4226797.

 

Un'equipe di lavoro a sostegno della famiglia: professionalità diverse, obiettivi comuni     

di Maria Galantucci

 

Raggiungere un buon senso d’identità personale permette di stare bene con se stessi, con gli altri, di affrontare i cambiamenti inevitabili della vita e gli eventi, a volte dolorosi, dell’esistenza. Raggiungere un buon equilibrio è auspicabile per tutti, ma diventa necessario e indispensabile per tutte quelle persone che decidono di occuparsi degli altri.

Attraverso una formazione che comprende un’analisi personale e una supervisione costante e continuativa di gruppo, gli operatori acquisiscono strumenti psicoanalitici che gli permettono di imparare a leggere e a gestire la complessità delle relazioni d’aiuto, salvaguardare il loro benessere psicofisico, ma soprattutto prevenire il burn-out.

Saper distinguere i vissuti personali da quelli “indotti” dall’altro, discernere le emozioni e la sofferenza dell’utente da quelle dell’operatore, permette un intervento adeguato e proficuo atto al raggiungimento degli obiettivi che sono alla base del mandato.

La costituzione di un’equipe permette infatti di affrontare adeguatamente il caso nella sua complessità e nelle diverse sfaccettature. Inoltre consente a ciascun operatore di riconoscere gli stati emotivi e ricondurli agli utenti; opera un percorso di scelta personale e professionale; favorisce la capacità di relazione con gli altri membri del gruppo di lavoro e di supervisione.

L’ esperienza ventennale e l’indirizzo psicoanalitico adottato (analisi personale e supervisione continua) , ha permesso la costituzione di un’equipe che ha favorito sia un percorso di crescita professionale individuale, sia un’evoluzione positiva e proficua del lavoro di gruppo.

Infine un approccio di questo tipo, valorizza i rapporti primari, la famiglia, la cultura, le radici di ogni utente.

La modalità della lettura empatica prevede l’utilizzo dei seguenti strumenti:

1)Verbalizzazione degli stati emotivi percepiti da ciascun operatore

2)Libere associazioni

3)Analisi dei fenomeni corporei

4)Drammatizzazione del materiale/agiti degli utenti.

I vissuti ricorrenti che si riscontrano tra i membri di un’equipe, e tra questa e un’altra equipe esterna (comune, scuola, comunità o altro), si possono sintetizzare nel modo seguente:

- sfiducia nel collega e/o per un membro o per l’intera équipe esterna

- ricerca di alleanza esterna al gruppo

- operatore  vissuto come vice-padre/vice-madre

- competizione tra colleghi

- competizione tra le diverse équipe

- ipervalutazione/svalutazione

- delega di responsabilità

- sentirsi capo, autorità: sovraccarico, tensione, paura di scoppiare, di non reggere la responsabilità

- difficoltà a prendere decisioni

- bisogno di condividere le decisioni e le responsabilità

- paura che lavorando in équipe si confonda o venga meno l’identità professionale individuale

- difficoltà di rapporto tra colleghi

- non riuscire a staccare dal lavoro

Nel corso della supervisione e del lavoro di gruppo, si evince che ogni operatore “porta emotivamente” uno o più utenti, “agendo” stati emotivi quali sfiducia, competizione, sensi di colpa, che rendono la comunicazione tra gli stessi difficile e a volte stereotipata.

Per comprendere meglio le dinamiche che si instaurano all’interno del gruppo di lavoro, utilizzeremo il modello transfert-controtransfert proposto da Gabbard.

Gli utenti, specialmente quelli che utilizzano il servizio domiciliare, tendono a ripetere le loro dinamiche relazionali familiari. Più precisamente essi esteriorizzano le loro relazioni oggettuali interne. La riproposizione delle relazioni oggettuali interne degli utenti nel campo interpersonale dell’intervento, può essere compresa meglio attraverso un esame dei meccanismi di difesa della scissione e dell’identificazione proiettiva.

La scissione e l’identificazione proiettiva agiscono per disconoscere ed esteriorizzare le rappresentazioni del Sé e dell’oggetto, spesso associate con specifici stati affettivi.

Questo disconoscimento proiettivo è un modo per costringere le persone in quel contesto a partecipare alla versione esteriorizzata delle relazioni oggettuali interne.

L’identificazione proiettiva opera inconsciamente, automaticamente e con forza irresistibile. Il personale si sente tiranneggiato o costretto ad accondiscendere al ruolo che gli è stato attribuito proiettivamente. La prospettiva psicodinamica riconosce che i membri dello staff sono più simili che diversi rispetto agli utenti.

I sentimenti, le fantasie, le identificazioni e gli introietti all’interno degli utenti hanno le loro controparti negli operatori.

Queste controparti possono essere represse più fortemente nei membri dello staff, quando esse vengono attivate da un utente, poiché spesso sono vissute come forze estranee che travolgono l’operatore. In realtà, gli operatori, che sono i bersagli del materiale proiettato, spesso sentono di trovarsi in un legame emotivo con l’utente che li rende incapaci di pensare,

sentire o funzionare secondo il loro consueto ruolo (analitico, educativo, assistenziale).

Definire in questo modo l’identificazione proiettiva suggerisce che gran parte dell’intenso controtransfert vissuto dai membri dell’équipe, coinvolti nel trattamento, può essere compreso come un derivato delle identificazioni inconsce con gli aspetti proiettati del mondo interno degli utenti.  Comunque sarebbe ingenuo e/o troppo  semplicistico     ritenere che tutte le reazioni emotive degli operatori siano da attribuire a vissuti e/o emozioni, sentimenti inespressi da parte degli utenti a loro  in carico.

Uno dei vantaggi dell’analisi personale, prevista nella formazione, è quello che ciascuno dei membri dello staff sia in grado individualmente di far una distinzione tra le problematiche psicologiche personali da quelle degli utenti.

Via via che i membri dello staff acquisiscono familiarità con il mondo oggettuale interno dell’utente, essi cercheranno di “contenere” le proiezioni anziché identificarsi con esse. Così facendo, un circolo vizioso viene infranto: l’utente si trova di fronte a un gruppo di persone che anziché rispondere alle sue richieste emotive, ai suoi bisogni, ai suoi rifiuti, “facendo” per lui, “agendo” per lui, “scegliendo” al suo posto, lo mette invece davanti alle sue responsabilità, l’aiuta a comprendere e modificare, per quanto è possibile, atteggiamenti e comportamenti sbagliati: infine gli “insegna” a capire e ad elaborare vissuti  che sono prevalentemente di colpa, svalutazione, incapacità, impotenza, solitudine, rabbia, giudizio, inadeguatezza, rinuncia.

Nell’ambito della supervisione, il compito principale, è quello di analizzare i sentimenti, i vissuti che gli utenti evocano negli operatori. Implicito in questo compito è l’assunto secondo il quale gli operatori devono avere una sufficiente familiarità con le proprie configurazioni interne del Sé e dell’oggetto, così da poter discernere i due tipi di controtransfert, ovvero il materiale “indotto”.

I membri dello staff devono verbalizzare liberamente tutto ciò che provano, che sentono, anche a livello fisico, nei confronti degli utenti, per poter poi esaminare la loro risposta emotiva, ed evitare così di “agire” gli stessi.

Da una prospettiva individuale, questo approccio significa evitare l’atteggiamento dell’operatore “devoto”, che cerca di essere sempre amorevole, disponibile a  sostituirsi alle figure genitoriali; o al contrario essere ipercontrollato e iperdifeso nei confronti delle reazioni emotive dell’utente.

L’apertura alle relazioni controtransferali deve esistere, in maniera analoga, a livello di gruppo.

L’équipe deve promuovere un atteggiamento non critico di accettazione nei confronti delle varie reazioni emotive che i membri dello staff possono avere verso gli utenti. Queste reazioni emotive devono poter essere discusse apertamente e con comprensione. E’ necessario che il gruppo valorizzi e accetti l’espressione dei sentimenti da parte di tutti i membri dello staff evitando di interpretarli come manifestazioni di conflitti personali non risolti e non analizzati.

Questa consapevolezza deve comprendere la conoscenza delle tipiche reazioni controtransferali a certi tipi di utenza, così come il funzionamento più adattivo e libero da conflitti. Questa familiarità potrà aiutare il gruppo a notare le deviazioni dalle caratteristiche modalità relazionali con gli utenti, nonché a riconoscere gli “agiti.

Via via che la costituzione del gruppo di lavoro procede, aumenta il senso  di obiettività con cui vengono trattati i casi in carico. Ciò è un importante risultato per lo staff. Potrebbe sembrare, almeno inizialmente, un’aspettativa irrealizzabile, in quanto gli utenti evocano negli operatori sentimenti molto forti. Inoltre tale obiettività è particolarmente difficile da raggiungere per il personale educativo /assistenziale che interviene a domicilio, in quanto non tutelato da un setting strutturato.

Durante il lavoro di supervisione gli operatori vengono incoraggiati a elaborare i loro sentimenti e a utilizzarli per comprendere lo stato emotivo in cui si trova l‘ utente.

Via via che l’affiatamento progredisce, i membri dello staff saranno addestrati a una maggior comprensione delle relazioni oggettuali interne degli utenti, e saranno a quel punto meno inclini a identificazioni controtransferali, ridurranno gli “agiti”, inoltre saranno in grado di avvicinarsi agli utenti con maggiore obiettività.

Un altro aspetto che va tenuto in seria considerazione è relativo al comportamento che può assumere qualche operatore, più incline a negare il controtransfert sentimenti/emozioni, quali odio, rabbia e disprezzo, eludendo il senso di colpa; vissuti che egli prova nei confronti dell’utente e che comunicherà comunque al gruppo, in maniera non verbale.

Se i membri dello staff riconoscono la loro ambivalenza e l’affrontano più apertamente, anche gli utenti saranno a loro volta maggiormente in grado di riconoscere la propria ambivalenza, potranno fare i conto con i loro sentimenti di odio, rancore, rabbia, senza temerli.

Il modello dell’interazione staff-utente qui suggerito è analogo a quello descritto per lo psicoterapeuta. I membri dello staff dovrebbero evitare il distacco ed entrare nel campo interpersonale del paziente in maniera spontanea ma controllata.

Questa capacità di permettersi d’essere “risucchiati”, ma solo parzialmente, è un assetto straordinario che consente ai terapeuti di acquisire una comprensione empatica dei problemi relazionali del paziente (Hoffamn,Gill, 1988).

Nella supervisione e nel lavoro di gruppo, soprattutto nelle situazioni dove la presa in carico, prevede una differenziazione di ruoli e di interventi, le rappresentazioni di Sé e dell’oggetto dell’utente vengono esteriorizzate tutte in una volta sui diversi membri dello staff.

Attraverso il processo di scissione, i membri dello staff si trovano ad assumere e a difendere l’uno contro l’altro delle posizioni altamente polarizzate con una veemenza spropositata rispetto all’importanza della questione.

E’ come se l’utente ha presentato una rappresentazione del Sé a un gruppo di operatori e un’altra rappresentazione del Sé a un altro gruppo di operatori . Questa discrepanza si manifesta innanzitutto nel corso della supervisione nella quale si discute di quella persona e/o nucleo familiare. I membri dello staff potrebbero trovarsi confusi di fronte alla diversità delle descrizioni date, tanto da chiedersi se si sta parlando della stessa persona e/o situazione. Le varie drammatizzazioni che vengono via via rappresentate nel corso della supervisione, rendono molto l’idea di ciò che succede internamente a ciascun soggetto, ma anche all’esterno e nella relazione interpersonale nell’ambito del gruppo di lavoro.

Attraverso la scissione, che è un processo inconscio e che viene utilizzato automaticamente per salvaguardare la propria sopravvivenza emotiva, i diversi operatori si identificano inconsciamente con gli oggetti interni dell’utente e mettono in atto i ruoli di un copione scritto dall’inconscio dell’utente. Inoltre, per via dell’identificazione proiettiva e degli “agiti”, spesso la risposta degli operatori è quella di comportarsi “come qualcun altro”. Quando un gruppo raggiunge questo grado di frammentazione, può capitare che i membri dello staff si arrabbino l’uno nei confronti dell’ altro, agiscano come propri sentimenti, emozioni negate o censurate, provenienti o meglio, indotte dagli utenti , mettendo a dura prova la coesione del gruppo, la fiducia e la stima reciproca.

Come gli altri meccanismi di difesa, la scissione è una valvola di sicurezza che protegge l’utente da ciò che percepisce come un pericolo schiacciante. Il punto essenziale è che lo staff deve continuamente monitorare la scissione impedendo che essa ostacoli il trattamento, rovini il morale dell’équipe e danneggi in maniera irreparabile certe relazioni interpersonali tra i componenti dello staff.

Se gli operatori non sono in grado di riconoscere la scissione quando si sviluppa, e le relative induzioni, la gestione della situazione può diventare difficile.

Nelle discussioni sul controtransfert, i membri dello staff vengono incoraggiati a lavorare nel senso del contenimento degli aspetti proiettati dall’utente, piuttosto che agirli.

Sentimenti molto intensi verso gli utenti dovrebbero essere considerati come materiale utile per la discussione e la supervisione, piuttosto che come reazioni proibite che vanno tenute nascoste ai colleghi. Sviluppando una comprensione del meccanismo della scissione, i membri dello staff possono imparare a evitare di utilizzarla, rifiutando di accettare l’idealizzazione che colluderebbe con la svalutazione degli altri componenti dello staff.

 

CONCLUSIONI

 

Secondo l’ esperienza pluriennale, lavorare in gruppo, utilizzando strumenti quali la supervisione, affiancata a un’analisi personale, permette all’operatore di poter scindere e riconoscere i propri stati emotivi da quelli degli utenti.

Per comprendere e intervenire meglio nelle situazioni in carico, è necessario  per gli operatori dare importanza e rivalutare la famiglia d’origine, i genitori degli utenti, e di conseguenza “perdere loro di valore”, di interesse, evitando così di sostituirsi alle loro famiglie, come invece viene richiesto sempre più spesso, in modo più o meno esplicito, specialmente nell’assistenza domiciliare.

L’équipe dovrebbe instaurare e portare avanti uno spirito di aperta comunicazione e di rispetto riguardo alle differenze individuali; dovrebbe cercare di portare alla luce ed esaminare i disaccordi all’interno dello staff, inoltre pensare con fiducia che i sentimenti negativi possono essere contenuti all’interno dei rapporti interpersonali senza conseguenze disastrose.

Nel corso del lavoro tutti i partecipanti dovrebbero avvicinarsi l’uno all’altro assumendosi le responsabilità delle scelte che fanno sentendosi degli operatori ragionevoli e competenti che si prendono cura del benessere della persona a loro affidata.

Quando questo approccio funziona il gruppo sente che ciascun membro dello staff ha portato un tassello del mosaico, così da rendere l’intero quadro più chiaro (Burnham, 1966).

E’ indispensabile inoltre, tenere sotto controllo certi segnali d’avvertimento:

1)    quando l’operatore è inusitatamente punitivo nei confronti di un utente;

2)    quando al contrario è insolitamente indulgente,

3)    quando un operatore difende ripetutamente un utente da commenti critici degli altri membri dello staff;

4)    quando un  membro dello staff ritiene che nessun altro sia in grado di comprendere l’utente.

Quando i membri dello staff riescono a vincere il loro orgoglio e ad accettare la possibilità di essere coinvolti in un’identificazione inconscia con aspetti proiettati dell’utente, possono iniziare a empatizzare con i sentimenti e le prospettive dei loro colleghi.

Questa disponibilità a prendere in considerazione il punto di vista altrui può portare a un lavoro cooperativo nell’interesse dell’utente. Potendo affrontare le differenze tra loro in buona fede, i membri dell’équipe forniscono un’atmosfera ambientale nella quale le “buone” esperienze predominano su quelle “cattive”, condizione essenziale per facilitare negli utenti l’integrazione e l’espressione di sentimenti e emozioni ambivalenti e contraddittorie.

Sintesi tratta dalla Tesi  a cura di Maria Galantucci e Marco Terni

“Le induzioni emotive fenomeno e risorsa nella relazione terapeutica” Master  triennale in Pedagogia Clinica

 

 

l confronto/scontro tra l'individuo e il gruppo

di Simona Negro

 

Questo breve contributo è stato presentato in occasione di un seminario di studio promosso dalla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia C.O.I.R.A.G. in collaborazione con la scuola secondaria superiore “Euclide” di Bari. L’obiettivo della comunicazione è stato quello di offrire alcuni spunti di riflessione sul rapporto tra individuo e gruppo, come si evince dal titolo, partendo da una semplice domanda: quali e quanti sono i gruppi che vengono in mente pensando alla propria esperienza personale?

Provando a rispondere viene in mente, primo fra tutti, il gruppo familiare, con i propri miti, le proprie storie, i propri codici educativi, le matrici culturali di riferimento; poi ci sono i compagni di scuola, ma anche il gruppo dei docenti e, allargando lo sguardo, l’intera organizzazione scolastica nel suo complesso, con le sue dinamiche e il proprio specifico modello di apprendimento/insegnamento e, ancora, certamente il gruppo di amici, così come i compagni di squadra, se qualcuno pratica uno sport di gruppo.

Viene da dire, allora, che la dimensione individuale è imprescindibile da quella collettiva, con cui costantemente si intreccia: facciamo sempre parte di un gruppo.

Se ci pensiamo bene, a volte, anche il tempo trascorso da soli può essere speso per preparare l’incontro con gli altri.

Non solo. Cosa ci succede nei diversi contesti? A casa, a scuola, con gli amici, ci capita di mettere in gioco aspetti diversi della nostra personalità, modi di interagire anche contraddittori e ambivalenti…possiamo essere figli disordinati, ma allievi diligenti, amanti infedeli ma amici per la pelle, studenti annoiati ma sportivi appassionati…cosa vuol dire tutto questo? Che possiamo davvero assumere identità differenti a seconda del contesto o dei contesti?

Certo è, che a volte il gruppo è una cornice rassicurante, la garanzia di non essere soli, il piacere di condividere emozioni, paure e desideri, sogni e speranze; altre volte, il gruppo è un interlocutore inquietante, un posto dove ci sentiamo a disagio, quasi un organismo con leggi sue proprie, che può imporre codici comportamentali anche distruttivi, che induce alla rinuncia di aspetti personali in funzione di obbiettivi collettivi.

Per esempio in una situazione come quella da stadio, migliaia di persone possono ritrovarsi insieme, emozionarsi, esaltarsi fino a degenerare in azioni violente…perché avviene questa sorta di contagio psichico? Cosa ci succede che impedisce di mettere un freno, di mantenere un livello di consapevolezza individuale e di filtro razionale?

A ben riflettere trovarsi in mezzo a così tante persone può sollecitare un vissuto di profonda solitudine, anche di perdita della propria individualità, fino a provare un senso di smarrimento e di angoscia, a cui si cerca di rimediare in ogni modo…

Magari individuando un nemico comune da combattere, contro cui scagliarsi, un’idea, una persona fisica, spesso un altro gruppo contrapposto…come se per tollerare l’ansia della dispersione, si cercasse di neutralizzare vissuti negativi e difficili da tollerare nella ricerca di un nemico comune, quello che Bion ha chiamato l’assunto di base di attacco-fuga, una modalità di funzionamento basico che attinge alla parte primitiva più profonda che sta in ciascuno di noi.

Se pensiamo a come il nostro tempo attuale sia caratterizzato da eventi disastrosi, come esplosioni nucleari, tsunami, guerre vicine e lontane, che mettono profondamente in crisi le identità individuali e collettive, si può comprendere come lo scivolamento verso meccanismi primitivi non sia attribuito solo a gruppi patologici ma sia “semplicemente” l’effetto perverso di interazioni contraddittorie e ambivalenti.

In un mondo contrassegnato da ambiguità e contraddizioni, che è forse la cifra di questa attualità, dove con un click ci si può sentire vicini a qualcuno che abita a 10.000 km di distanza, ma allo stesso tempo non si rivolge la parola alla persona che sta seduta accanto alla fermata dell’autobus perché ha un colore di pelle differente, il rischio di scivolamenti è sempre incombente e induce a riduttive semplificazioni o rassicuranti scissioni tra il bene dal male, i buoni da una parte, i cattivi dall’altra.

.Con l’affermarsi della teoria gruppoanalitica, sviluppatasi a partire dal secondo dopo guerra, si è fatto strada il concetto che la dimensione sociale determina in maniera significativa il mondo interno dell’individuo, informando di sé (in base alle specifiche caratteristiche di contesto storiche, economiche, culturali) comportamenti, atteggiamenti, pensieri, azioni, sogni di chi vi è nato e cresciuto.

Secondo Siegfried Heinrich Foulkes, il fondatore della Gruppoanalisi, l’individuo è un plexus, ovvero un punto nodale all’interno della rete relazionale e può solo artificialmente essere considerato isolatamente, come fosse “un pesce fuor d’acqua”.

Esiste infatti una trama, un sostrato, che accomuna tutti i membri del gruppo, che è la matrice di base, presupposto essenziale per la comunicazione interpersonale tra di essi.

Ogni individuo, in quanto membro di un certo nucleo familiare originario, incorpora l’intero insieme di rapporti, di significati, di “mitologizzazioni” e “fantasmatizzazioni” che tali rapporti hanno e di cui fa inevitabilmente esperienza nel corso della sua vita, costruendo una matrice personale specifica.

L’intreccio peculiare di più matrici personali in una particolare condizione di interazione di gruppo configura poi una matrice dinamica, specifica a seconda degli scambi relazionali che si sviluppano nell’hic et nunc del processo di comunicazione di gruppo.

Queste concezioni segnano un vero e proprio cambiamento di vertice osservativo, arricchendo e innovando le riflessioni sul rapporto di interdipendenza tra individuo, gruppo, cultura e, in particolare, aprono la strada alla teorizzazione di un inconscio sociale, accanto all’inconscio individuale, dove è il primo che incide sul secondo, sulla base delle esperienze.

Wilfred R. Bion (1961), un altro pioniere nell’ambito dello studio sui gruppi, è arrivato a concettualizzare che è il gruppo a scegliere il proprio leader, individuando attraverso meccanismi inconsci di identificazione e proiezione la personalità che meglio risponde ai bisogni espressi dal gruppo.

È quindi osservando le dinamiche dei gruppi, in particolare dei grandi gruppi, che si può uscire da una semplice sovrapposizione individuo-gruppo-massa per accedere a una dimensione di interrelazione che comporta responsabilità a tutti i livelli, individuale, gruppale, organizzativa, istituzionale e politica.

L’attraversabilità dei confini gruppali e istituzionali è, infatti, misura della capacità mentale di tollerare l’ambivalenza e l’ambiguità, di contenere il conflitto, di dialogare con l’alterità, senza andare in confusione e senza dover ricorrere a categorizzazioni rigide e stigmatizzanti.

Quando un grande gruppo può interrogarsi sul senso morale e sulla dimensione estetica dell’esistenza, siamo di fronte a una condizione di avanzamento. Allora, è anche in grado di farsi delle domande sulla realtà psichica del “nemico”, cercando di comprendere perché ha agito in un determinato modo, quali meccanismi lo hanno spinto, ecc…

Il che non significa assumere un atteggiamento consolatorio orientato al perdono, ma porsi in un’ottica di comprensione che riconosca la componente di umanità anche nei peggiori criminali.

Il fatto è che la storia passata e contemporanea ci sta insegnando che le azioni più orrende, i crimini più efferati non sono opera di “dèmoni”, avulsi alla razza umana, ma piuttosto sono il frutto di movimenti di massa che, seguendo il processo della rivendicazioni di ferite subite, possono riattivare traumi scelti alla ricerca di una identità minacciata.

Questi meccanismi possono partire dalla “semplice” eliminazione di parole straniere per giungere all’annientamento di interi sottogruppi o alla guerra totale contro “gli altri”, quelli che noi non siamo, per poter definire chi noi siamo.

Sigmund Freud nel 1933, rispondendo a una lettera di Albert Einstein che chiedeva se la nuova scienza psicoanalitica potesse contribuire a neutralizzare la spinta aggressiva dell’uomo evitando le guerre, evidenziava tutto il suo pessimismo, ribadendo l’esistenza di pulsioni innate di tipo distruttivo.

L’analisi dei fenomeni di massa insegna che un sistema sociale civilizzato, dotato di istituzioni che tutelano la giustizia, di ospedali che si occupano di curare chi si ammala, basato su meccanismi evoluti che prevedono la sublimazione di spinte aggressive, la capacità di tollerare situazioni ambivalenti, di differire la gratificazione immediata dei bisogni individuali e di gruppo, di consentire critiche e favorire la libertà di parola, può rapidamente regredire verso funzionamenti primitivi di tipo paranoide o narcisistico, alimentando l’irrigidimento ideologico che separa nettamente i buoni dai cattivi, che individua capri espiatori nei dissidenti e promuove violenza di massa socialmente accettata contro gruppi o sottogruppi minoritari.

Essere capaci di riconoscere l’identità dell’altro, di accettarlo per come è realmente (malato, disabile, straniero), di promuovere una reale integrazione significa fare i conti con la dinamica del cambiamento, la paura dell’ignoto, la flessibilità dei confini.

E solo riconoscendo l’esistenza di un reciproco rispecchiamento tra il mondo interno individuale e quello del sistema circostante (famiglia, gruppo, istituzione, società), si può pensare di promuovere un’epistemologia trasformativa, in grado di intervenire a tutti questi livelli, riflettere sui modelli culturali e attivare scambi. Altrimenti, si finisce per creare, da un lato, sottosistemi chiusi che ripropongono all’interno climi culturali di esclusione oppure, dall’altro, situazioni idilliache ma incapaci di articolarsi con il contesto, una sorta di cattedrali nel deserto che tuttavia vivono la dimensione dell’emarginazione e l’impossibilità dell’integrazione con il tessuto sociale.

La storia recente allerta cioè sul rischio sempre incombente di scivolare verso meccanismi regressivi, essendo l’equilibrio sociale raggiunto da un determinato sistema non un valore assoluto ma una condizione dal carattere transitorio, se non si vigila attentamente e costantemente sui movimenti collettivi e sui fenomeni che coinvolgono i grandi gruppi.

 

Bion, W. R. (1961) Esperienze nei gruppi. Tr. it. Armando, Roma 1971

Foulkes, S. H.  (1975) La psicoterapia gruppoanalitica. Metodo e principi. Tr.it. Astrolabio, Roma 1976

Freud S. (1933) Perché la guerra?, Opere, vol.11. tr.it. Bollati Boringhieri, Torino 1989

Volkan (2006) Large Group: identità, processi di regressione e violenza di massa. In: Gruppi. Vol. VIII, n.° 3. Franco Angeli, Milano.

 

Demenza e disturbi correlati  

-esperienza in Residenza Sociale Assistenziale per anziani non autosufficienti-                                                                      

di Maria Novella Colluto

Problemi di memoria, di comunicazione e il disorientamento sono solo alcuni dei problemi che deve affrontare chi sta accanto a chi soffre di malattie degenerative del sistema nervoso centrale, come la demenza senile o la demenza d’Alzheimer. Per demenza si intende genericamente una condizione di disfunzione cronica e progressiva delle funzioni cerebrali che porta a un declino delle facoltà cognitive della persona. Le statistiche che la riguardano parlano di una condizione che interessa dall’1 al 5 per cento della popolazione sopra i 65 anni di età, con una prevalenza che raddoppia, poi, ogni quattro anni, giungendo, quindi, a una percentuale circa del 30 per cento all’età di 80 anni. Essa non è guaribile ma curabile, a condizione che venga adottatta una diagnosi precoce e corretta.

Attualmente, in alcune strutture residenziali – ancora poche, invero - specializzate nel trattamento e nella cura  di questa patologia, è in fase di sperimentazione uno specifico percorso che affronta le diverse problematiche scaturite dalla gestione di pazienti affetti da demenza, sia dal punto di vista sanitario, sia dal punto di vista socio-assistenziale, con tanto di vademecum del percorso clinico che viene fornito agli operatori, affinché possano gestire meglio le diverse problematiche legate ai disturbi senili. È quello che accade presso la RSA Residenza Solaria di Carmiano (LE), una struttura ricettiva per la Terza Età al passo con i tempi (www.rsa.lecce.it). La dinamica osservata è la seguente: da principio vengono analizzati i disturbi dal punto di vista farmacologico; successivamente, si avanzano proposte sulle dinamiche di prevenzione e sui possibili rimedi di natura anche non farmacologica. Tra le diverse terapie non farmacologiche attivate per la gestione dei singoli disturbi una è l’approccio relazionale, attraverso una serie di strumenti come la terapia comportamentale o le arti terapie. 

Prima di vedere in che consista, è bene analizzare quali siano i disturbi più frequenti nei pazienti affetti da demenza. Prendendo, dunque, in riferimento la scala di valutazione NPI, risultano ricorrenti agitazione, aggressività, ansia, delirio, depressione apatia, irritabilità, allucinazioni, disturbi del sonno. E va detto che questa analisi può variare in base al cambiamento delle situazioni. Nell’approccio col paziente, pertanto, è opportuno che l’operatore metta in pratica alcune indicazioni e regole per non turbare la sensibilità dell’ospite che sta vivendo una situazione di disagio e di sofferenza. Quindi, l’operatore, dopo aver valutato innanzitutto il quadro clinico, unitamente alla situazione psicologica e socio-relazionale del paziente, dovrà avvicinarsi alla persona rispettandone i tempi, fisici ed espressivi. Dovrà adottare diverse strategie comunicative, come usare un tono di voce sempre basso, parlare lentamente cadenzando in modo chiaro le diverse parole; in linea generale, l’operatore dovrà porsi in molto tranquillo col paziente e, se necessario, rinforzare la comunicazione verbale con segnali corporei e gestuali molto lenti. Tuttavia, prima di adottare una particolare strategia, l’operatore dovrà assicurarsi che lo stato di disagio del paziente non sia causato da fattori esterni, come, ad esempio, da persona vicina non gradita, da collocazione ambientale non gradita, da richieste specifiche non soddisfatte, ecc.. In ogni caso, sarà sempre buona norma  informare l’operatore di un’eventuale situazione di disagio o, quando sono presenti difficoltà comunicative, di quello che si andrà a fare. Talvolta, il comportamento disturbato del paziente può essere un segnale di comunicazione, l’espressione di una particolare esigenza o di una richiesta d’aiuto che non potrebbe essere fatta mediante abilità linguistiche o razionali. Ecco che il paziente affetto da demenza cerca di esprimere, mediante delle modalità quasi primitive, la necessità di un proprio territorio confortevole, la necessità di vivere secondo i propri ritmi, la necessità di comunicare con gli altri, la ricerca di un rifugio sicuro, il tentativo di nascondere sentimenti come la vergogna o una bassa autostima, la ricerca di sollievo dal dolore fisico, il desiderio di controllo su di sé e sull’ambiente, il tentativo di orientarsi, la ricerca della propria identità. Non bisogna dimenticare, infatti, che la mancata soddisfazione di questi bisogni porta il paziente ad assumere comportamenti difficili da gestire poiché egli avverte una sensazione di intrappolamento alla quale cerca di reagire.

Per affrontare i disturbi comportamentali nei pazienti affetti da demenza è necessario individuare le possibili cause che li provocano e per questo è indispensabile raccogliere quante più informazioni, sia dalla voce diretta del paziente, ove possibile, che dei suoi familiari: tutte notizie che possono aiutare il medico a indirizzarsi verso una diagnosi, al fine di mettere in luce eventuali disturbi psichiatrici già presenti prima dell’insorgere della malattia.

I disturbi comportamentali del paziente vengono valutati mediante un’anamnesi personale, un’anamnesi patologica, remota e prossima, un’anamnesi psichiatrica e un’anamnesi farmacologica, rispettivamente svolte da psicologa, assistente sociale e medici specialisti.

Il primo step è sempre, in ogni caso, la valutazione per esami: un esame obiettivo, delle indagini di laboratorio di routine e altre più specifiche, un esame psichico insieme a una valutazione cognitiva, la valutazione dei sintomi comportamentali riguardanti il rapporto con l’ambiente.

Da qui, per finire, si va verso la scelta tra i tre tipi di approcci curativi, se uno solo di essi o un approccio integrato: l’ approccio comportamentale, con il sostegno psicologico, l’ approccio farmacologico, necessario e somministrato dai medici, e l’ approccio ambientale, con una serie di interventi mirati all’integrazione (tra cui la musicoterapia), ma sempre tenendo in gran conto la reale condizione del paziente, oltre alle sue risorse sane, le uniche su cui tali interventi possono innestarsi.

 

di Stefano Centonze

Gli studi finora effettuati confermano il condizionamento che le emozioni esercitano sulla vita di ciascuno di noi. Condizionamento che – evidentemente – incide a seconda della diversa personalità ma anche della diversa cultura di ciascuno, ragion per cui le emozioni sembrano tanto migliorare quanto complicare la nostra esistenza.

Secondo quanto afferma Moira Mikolajczak, ricercatrice presso il Fondo Nazionale Belga per la Ricerca Scientifica (FNRS) e docente presso la facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Loviano, autrice nel 2010 di un articolo ‘Emozioni in equilibrio’, “un’emozione, a seconda dei casi, può aumentare o ridurre le possibilità di sopravvivenza; migliorare la nostra capacità di prendere decisioni, o ancor più confonderci; favorire  o sfavorire  le nostre relazioni sociali”.

Per quanto attiene alla possibilità di sopravvivenza, le emozioni hanno generalmente un ruolo positivo perché preparano l’organismo a far fronte a situazioni di vario tipo: se, ad esempio, l’individuo deve affrontare una situazione di paura, secondo la studiosa belga, la paura migliora la capacità di rilevare le minacce circostanti e permette di agire più prontamente al pericolo che incombe (spirito di conservazione). Allora, emozione negativa forte – che spinge a comportamenti imprudenti – è la collera che aumenta il tono muscolare e rende più efficace la difesa.

E’ anche vero che la paura e la collera – in certi soggetti e in condizioni psicologiche particolari dell’individuo – riducono, talora in maniera determinante, la possibilità di sopravvivenza.

Il neuroscienziato statunitense Antonio Damasio viene in supporto della seconda ipotesi, secondo la quale le emozioni possono migliorare la nostra capacità di prendere decisioni ma anche che – in taluni casi- ci confondono.

Damasio ha dimostrato che le emozioni sono indispensabili perché le persone che hanno subito lesioni nelle aree cerebrali che sottendono alle emozioni sono, nella maggior parte dei casi, incapaci di gestire il proprio denaro, la propria vita personale e professionale o le relazioni sociali: conservano la capacità di ragionamento e sembrano del tutto normali, benché abbiano grosse difficoltà nel prendere decisioni.

Le scelte che quotidianamente facciamo, di solito, hanno poco di razionale, per cui il pasto quotidiano o la decisione di andare al cinema o rimanere in casa a guardare la TV non ci impegnano necessariamente come esseri razionali. Piuttosto si direbbe che, nel compierle, siamo condizionati dalla suggestione del momento. Tuttavia – sostiene Damasio – se le emozioni accelerano e orientano le nostre decisioni, esse possono anche ostacolarle o indurci in errore. E cita ad esempio il caso dello studente che deve sostenere un esame o di un candidato che deve essere selezionato da un responsabile di risorse umane che ha passato una cattiva giornata: il risultato per l’uno e per l’altro sarà meno buono che se fossero stati ricevuti in un altro momento.

L’irrazionalità governa, secondo quanto sostengono altri psicologi statunitensi, Daniel Kahnemen e Amos Tversky, chi gioca in borsa che, per esempio, sviluppa la tendenza a conservare troppo a lungo titoli che, strada facendo e nel corso del tempo, perdono punti. Che cosa dimostra tutto queto? Che le emozioni negative causate da una perdita finanziaria sono più intense rispetto alle emozioni positive generate dal guadagno della stessa somma. Per questa ragione è spiacevole per un azionista vendere un titolo che perde: rimandando la decisione di vendere le proprie azioni rimanda la brutta sensazione associata alla consapevolezza di aver subito una perdita finanziaria.

Infine, l’ultimo – ma non ultimo - aspetto paradossale delle emozioni è la loro implicazione nelle relazioni sociali.

Sappiamo le nostre emozioni sono facilmente leggibili sul nostro volto e costituiscono, quindi, una risorsa preziosa per il nostro interlocutore, così come quelle dei nostri interlocutori ci comunicano un insieme di informazioni sui loro bisogni. Nostra moglie, la nostra compagna ha l’aria triste? Adattiamo il nostro comportamento al suo umore diventando più premurosi. E’ nervosa? Differiamo ad altro momento l’annuncio di una cattiva notizia. Ma non sempre sappiamo mediare siffatte situazioni e spesso non riusciamo a contenere la collera ed esplodiamo in parole che non avremmo mai voluto dire, compromettendo così un rapporto fino a quel momento bellissimo.

Le emozioni che talvolta hanno una “funzione adattiva”, tal altro  sono alla base di numerosi problemi e disordini psicologici e non solo.

Come conciliare queste due opposte visioni? La prima cosa da fare in siffatte situazioni è CAPIRE LE PROPRIE EMOZIONI, identificarne la causa e prevenire le conseguenze.

La comprensione delle emozioni passa dalla nozione di bisogno dell’essere umano secondo la classificazione che Abraam Maslow ha fatto dei bisogni, classificazione che parte dai bisogni materiali dal gradino più basso - soddisfazione della fame, dal guadagno finalizzato alla sopravvivenza - , alla realizzazione sociale, fino al massimo livello che è l’antirealizzazione, nella quale si identifica il massimo della soddisfazione personale, sociale e professionale. Quella stessa autorealizzazione che si traduce nella rinuncia alla gratificazione materiale (soldi, ecc.) per aspirare alla sola soddisfazione personale, in virtù della quale l’artigiano, che ha lavorato tutta una vita per migliorare se stesso e la sua famiglia guadagnando il giusto delle sue richiestissime prestazioni, rinuncia al compenso pur di poter vincere la gioia e realizzare il palco in occasione della visita del pontefice nella sua città. La soddisfazione di poter dire: “Quel palco l’ho fatto io” supera ogni tipo di compenso che da quel lavoro avrebbe potuto ottenere. Eccole le emozioni più alte, evolute, benché sempre indicibili, intime, personali ed uniche, che l’applauso dei colleghi e un bell’assegno non potranno mai eguagliare.

 

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