Anno II - Numero 8

Gli strumenti di rilevazione dei fenomeni corporei    

di Maria Galantucci

 

Vanno definiti gli strumenti (psicologici) attraverso i quali possiamo rilevare i fenomeni corporei. Ci si può riferire a due

concetti - base (empatia e controtransfert) come strumenti fondamentali di rilevazione psicologica, basati sulla soggettività del terapeuta (operatore),anche se è necessario precisare l’uso che ne viene fatto nel contesto di questo lavoro.

Il termine “empatia” fa la sua comparsa con Novalis nel 1978 per indicare un vissuto fondamentale dei romantici: il sentirsi da parte dell’uomo all’unisono con la natura, un tutt’uno con essa e il viverne le forze come se fossero quelle della propria anima.

Si tratta qui di uno stile mentale che privilegia il sentire (pathos), si caratterizza per una forte prevalenza della proiezione e valorizza vissuti fusionali mettendo in  secondo piano la separatezza soggetto/oggetto.  

Per Freud il “controtransfert” è l’effetto dell’ “influenza del malato sui sentimenti inconsci del medico”; le reazioni controtransferali sono reazioni personali alla comunicazione affettiva percepita, e derivano dai complessi e dalle resistenze interne dell’analista.

In maniera antagonista alla definizione “classica”, il “controtransfert si è progressivamente evoluto in quella che viene chiamata la concezione “totale”: in questo senso “le reazioni conscie e inconsce dell’analista alla comunicazione del paziente sarebbero reazioni sia alla realtà del paziente che al suo transfert, ai suoi bisogni, sia reali che nevrotici e diventano un vero e proprio strumento di lavoro.

Secondo la Heimann (1950) la “risposta emotiva dell’analista, rappresenta uno dei più importanti strumenti del suo lavoro. Ciò che distingue questa relazione dalle altre non è la presenza dei sentimenti in un partner, il paziente, e l’assenza nell’altro, l’analista, ma soprattutto, l’intensità dei sentimenti provati e l’uso che ne fa, giacchè questi fattori sono interdipendenti”.

Occorre all’analista un’acuta sensibilità emotiva in modo da poter seguire i movimenti affettivi e le fantasie inconsce del paziente. Questo rapporto profondo affiora nei sentimenti che l’analista avverte in risposta al paziente, cioè nel suo “controtransfert”. Questo è il modo più dinamico in cui gli giunge la voce del suo paziente. L’analista che paragona i suoi sentimenti con le associazioni e la condotta del paziente possiede uno strumento assai prezioso per verificare se è riuscito a capire il paziente. 

I concetti di “empatia” e “controtransfert” vengono usati in genere in maniera difforme nella letteratura psicanalitica. Talora i due concetti vengono concepiti in modo analogo e cioè, alternativamente una posizione emotiva e, un metodo conoscitivo; altre volte però si possono riscontrare differenze notevoli nell’uso dei due concetti.

Berger (1987) chiarisce due principali distinzioni tra l’empatia e il controtransfert.

La prima distinzione considera empatia lo stato emotivo vissuto dal terapeuta al contatto con il paziente come soggetto, mentre il controtransfert riguarderebbe lo stato emotivo vissuto dall’analista a contatto con l’oggetto del mondo interno del paziente.

Una riflessione  metodologica “comparata” sull’empatia e il controtransfert viene tentata da Spacal (1989) nella quale viene proposto di considerare  empatia e controtransfert non tanto come differenti metodi di indagine, quanto come posizioni emotive, cioè come “elementi conoscibili, o decodificabili, della soggettività”.

Mediante l’introspezione l’analista può derivare le proprie informazioni sia dal settore controtransferale dei propri vissuti che da quello empatico. C’è un messaggio appartenente alla soggettività del paziente che non è formulato ma che vuole essere percepito e l’analista può percepirlo con il suo atteggiamento empatico.

Questo modo di considerare l’empatia e il controtransfert ci sembra molto utile per organizzare e ampliare la portata degli elementi ricavabili dal flusso delle emozioni e degli affetti del terapeuta nel suo incontro con il paziente.

L’orientamento empatico della sensibilità del terapeuta si basa su un atteggiamento di recettività conscia e inconscia nei confronti del mondo del paziente, del suo ambiente interno/esterno, dei suoi oggetti/sè, ma tutto ciò come via o mezzo per sintonizzarsi nella sua stessa lunghezza d’onda affettiva del paziente e immedesimarsi con l’Io del paziente, con con il soggetto-paziente, rimanendo contemporaneamente in contatto con la propria dimensione affettiva.

Anche la Alvarez (1993) differenzia in modo simile empatia e controtransfert : nella “percezione empatica” il paziente, attraverso la postura corporea, l’espressione mimica e altri elementi, trasmette qualcosa del suo stato interno al terapeuta; nel controtransfert, il paziente non è a conoscenza del suo stato interno e non lo lascia trasparire all’esterno, se non per “rovesciarlo fuori”.

L’attivazione della sensibilità empatica del terapeuta offre la possibilità di rilevare, osservare e comprendere i fenomeni corporei.

Costa (1990) descrive in maniera molto vivida l’organizzarsi in senso empatico degli effetti del terapeuta nel corso del primo incontro : l’empatia ha una qualità globale e sul piano conoscitivo prende infatti contatto con le operazioni intuitive che non sono razionali o discrete bensì appaiono caratterizzate da percorsi inconsci complessi e non dettagliabili. Il paziente si presenta alla nostra percezione affettiva come una gestalt globale. La sua comunicazione affettiva prende la via del racconto e del contenuto, ma il nostro canale percettivo è aperto alla ricezione di elementi stilistici, alla percezione emotiva della voce, della modulazione sintattica, dei silenzi, che saranno riempiti da gestalt posturali e motorie, dai prodotti tangibili dell’affettività espressiva (un sorriso, un aggrottamento, un atteggiamento fisico rilassato o teso). La nostra risposta è canalizzata “su regioni compresenti del nostro Sè”, sintonizzata sui registri ineffabili della nostra parola-emozione oltre che del discorso, o della nostra cenestesi globale, delle nostre posture microscopiche, della nostra visceralità...

In sintesi vediamo come    la sensibilità empatica orientata sui fenomeni corporei costituisca quella condizione facilitante di una certa osmosi (emotivo-affettiva, ideativa, linguistica) tra  i due membri della coppia terapeutica, osmosi che può essere funzionale alla costituzione e al consolidamento di un assetto di lavoro.

La disponibilità all’ascolto dei messaggi provenienti da qualsiasi parte e da qualsiasi livello consente - anche in assenza di emozioni e affetti - di cogliere anche le proprie sensazioni corporee, di accettarle come un dato essenziale e ineludibile del contesto, discriminarle ed eventualmente ricollegarle all’insieme o al momento dell’esperienza con quel paziente o anche considerarle indicative del suo difetto o arresto evolutivo.

L’attenzione al registro corporeo della propria esistenza, alla fisicità della propria interazione col paziente e ai fenomeni corporei che costellano l’evoluzione della relazione terapeutica, comporta sul versante del terapeuta lo sviluppo di una particolare sensibilità nei confronti dello stile comunicativo dei propri interventi.

In tal senso contribuisce alla formazione dell’insight non soltanto le interpretazioni, bensì anche interventi non interpretativi, variamente denominati, e  per lo più poco valorizzati come le “preparazioni” (Loewenstein, 1951), le “confrontazioni” (Devereux, 1951), le “chiarificazioni” (Bibring, 1954).

Langs (1973-74) propone una classificazione completa degli interventi del terapeuta: silenzio, domanda e chiarimenti, confrontazioni, interpretazioni, ricostruzioni e interventi di appoggio. Secondo questo autore le confrontazioni sono degli interventi basati sul contenuto manifesto del materiale, coi quali il terapeuta richiama l’attenzione del paziente su di un comportamento o un pensiero evidenti a entrambi; si differenzierebbero dalle interpretazioni in quanto farebbero cadere maggiormente l’accento sulla superficie del materiale psichico e si ricollegherebbero più strettamente ai conflitti reali.

Al fine di prendere in considerazione le diversità del campo emotivo che si stabilisce a seconda dei vari interventi del terapeuta, può essere utile ricordare l’uso delle “chiarificazioni” così come illustrato da Greenson (1967) dal punto di vista della tecnica di chiarificazione delle resistenze :

“Il paziente che resiste cerca di evitare emozioni penose, come l’angoscia, la colpevolezza, la vergogna, la depressione, o un loro miscuglio. Qualche volta, nonostante la resistenza, l’affetto penoso è penoso perchè il paziente si comporta nella maniera caratteristica di quel particolare affetto. Ad esempio un paziente che parli a fatica, con frasi fatte, o divaghi attorno a banalità, può tradire il suo senso di vergogna arrossendo o coprendosi il viso con le mani, o voltando il capo per non farsi vedere, nascondendo la zona dei genitali con le mani o accavallando tutt’a un tratto le gambe. Comportamenti che tendono a nascondersi indicano vergogna. Tremori, sudore, sensazione di avere la gola secca, tensione muscolare, brividi o rigidità possono essere segni di paura. Un paziente che parla lentamente, con voce triste, la mascella contratta, sospirando, fermandosi, deglutendo con fatica, con con i pugni stretti, può tradire la lotta contro il pianto e la depressione. In tutti questi casi si cerca di cogliere le reazioni fisiche, non verbali, in quanto ci possono offrire qualche indizio sul particolare affetto penoso contro il quale il paziente lotta”.

Greenson sottolinea alcuni aspetti rilevanti della tecnica  : il linguaggio deve essere chiaro, concreto e schietto; le parole non devono poter essere fraintese, quindi nè vaghe nè generiche. Il termine usato per descrivere l’affetto contro cui il paziente potrebbe essere alle prese, non deve essere adultomorfo, bensì potenzialmente  evocativo di esperienze infantili. Inoltre la parola deve essere appropriata al momento, quantitativamente, qualitativamente e per il tono di voce.

Qui gli aspetti corporei del paziente vengono valorizzati come indizi utili al fine di smantellare le resistenze del paziente da parte di un terapeuta che assume un atteggiamento definito ad esempio da Schafer come “belligerante”, proteso cioè a superare le trincee difensive del paziente.

In antitesi a tale atteggiamento è stato descritto un atteggiamento empatico caratterizzato principalmente dalla ricerca della risonanza emotiva e della sintonizzazione affettiva. Può trattarsi però di una contrapposizione artificiosa in quanto per lo più accade, inevitabilmente e talora inconsapevolmente, di dover percorrere con lo stesso paziente questo passaggio dalla  “belligeranza”  all’empatia.

L’attenzione agli atteggiamenti corporei sia del terapeuta che del paziente e l’accorgersi di assumere le stesse identiche posture del paziente, portano il terapeuta a pensare di essere sul punto di mettere in atto una sorta di istintiva imitazione del paziente, una spontanea duplicazione al proprio interno, un collocarsi nei panni dell’interlocutore molto elementare ma sostanziale:  tutto questo ha a che fare con l’empatia, quasi un inseguimento empatico.

Buie (1981) sottolinea come l’empatia sia fondata su fenomeni di percezione ordinati che determinano inferenze sullo stato mentale dell’altra persona: si tratterebbe quindi di un processo di “risonanza” basato sulla capacità di dare risposte automaticamente imitative. Anche per Basch (1983) l’empatia è basata su fenomeni di percezione e risonanza: un segnale affettivo provoca nell’osservatore un’imitazione automatica, quasi impercettibile, dei movimenti e delle posture di chi lo invia.

Vi sono tuttavia pazienti handicappati “nel rappresentare mentalmente quanto accade nella loro realtà psichica e nella loro vita emozionale: una evidente incapacità di sognare, un blocco nel seguire le tracce della vita fantastica, l’espressione del conflitto attraverso l’azione piuttosto che attraverso l’elaborazione mentale” (Mc  Dougall, 1992).

Il compito del terapeuta diviene quello di prestare ascolto ai terrori anonimi che stanno dietro le associazioni analitiche, aiutare cioè il paziente a trovare il coraggio di ascolare i propri sentimenti, sostenere le angoscie schiaccianti, immaginare le fantasie che si possono accompagnare a certe emozioni e infine dare un nome a ciò che di terrificante è senza nome. Questi interventi li possiamo definire di “nominazione”.

In alcuni casi gli eventi corporei possono prendere il posto delle interpretazioni. La verbalizzazione diventa quindi il secondo stadio di un processo costituito di due stadi, entrambi necessari perchè si possa giungere a una vera introspezione, ma di cui il secondo è efficace in quanto è il risultato del primo, cioè dell’evento corporeo.

Va anche sottolineato che - nella prospettiva relazionale - può talora essere più importante rispetto al contenuto delle interpretazioni, quel tanto di inevitabile e parziale acting out del controtansfert che si esprime nella forma (emotivo-affettiva) con cui le interpretazioni vengono date: infatti sarebbe questo elemento metacomunicativo che “permette al paziente di capire che il terapeuta viene toccato da ciò che è stato proiettato, che sta lottando per tollerarlo e per mantenere la propria prospettiva analitica senza compiere grossolani acting out” (Steward 1992).

Alla luce di quanto esposto finora, acquistano importanza non secondaria anche tutta una serie di interventi del terapeuta diversi dalle interpretazioni : interventi di chiarificazione, di confrontazione, di “nominazione” di stati d’animo, di descrizione di elementi sensoriali, emotivi, affettivi, che spesso - particolarmente con i pazienti borderline e psicotici - costituiscono una rete comunicativa indispensabile per l’evolvere della relazione terapeutica.

 

Abbiamo visto come all’affinamento e all’ampliamento della gamma degli stili comunicativi a disposizione del terapeuta nel suo rapporto con il paziente possa portare un notevole contributo l’ingresso nel campo percettivo del terapeuta della presenza sensibile del corpo del paziente e del terapeuta stesso. E’ infatti attraverso la mediazione di tale presenza corporea che le emozioni possono essere vissute, comprese e riferite a determinati processi ideativi e il paziente può essere raggiunto con delle parole vive, che non lo lascino indifferente, ma che lo aiutino a procedere sulla strada della maturazione personale e a prendere veramente contatto con se stesso e con l’altro.  

 

 

L'intervento psicocorporeo tra imprinting e crescita  

di Sandra Pierpaoli

 

La famiglia è il luogo dove si costruiscono relazioni significative intese  come legame di attaccamento e quindi come base fondamentale nella costituzione dell’individualità e nell’evolversi della storia personale. Essa è quindi uno spazio interpersonale vivo e dinamico in continuo cambiamento e quindi un potenziale spazio di crescita.

Ogni relazione familiare si muove tra aspetti stabili e aspetti dinamici, tra ciò che possiamo chiamare in altre parole imprinting e crescita.

L’imprinting è una forma di apprendimento di base, che si verifica in un periodo della vita detto “periodo critico”, nel quale si è particolarmente predisposti a quel tipo di apprendimento.

Tradotto dall’inglese significa “prendere forma” e per estensione “educazione, formazione originaria”

La famiglia è prima di tutto il luogo dove si ricevono gli imprinting fondanti della personalità, che porteranno a fare scelte, tessere relazioni, costruire nuove famiglie, sulla base delle esperienze biologiche, emotive ed affettive che si sono sperimentate specialmente nei primi tre anni di vita, a partire dal momento del concepimento fino ad arrivare alla fase verbale attiva.

La caratteristica principale di questo periodo è che l’essere umano non sarà mai altrettanto vulnerabile e ricettivo ai fattori ambientali. L’architettura del sistema nervoso si crea in questa fase ed è quindi in essa racchiuso il segreto del futuro potenziale di sviluppo e di crescita.

All’interno di questo periodo assume particolare rilevanza l’imprinting della madre al momento della nascita.

Si tratta di un processo biologico fondamentale, regolato da un equilibrio ormonale delicatissimo che permette l’istaurarsi di una relazione ottimale in cui il bambino esprime i suoi bisogni e la mamma risponde prontamente.

In particolare secondo lo psicologo svizzero Willi Maurer l’imprinting è l’impronta determinata dal contatto multidimensionale che avviene tra madre e bambino al momento della nascita. Quando questa esperienza non viene alterata da fattori esterni, si attiva un senso di appartenenza reciproca e un appropriato comportamento istintivo.

Il mancato imprinting è perciò secondo l’autore la mancanza delle condizioni previste, sia al livello ormonale che nella qualità relazionale. Un buon imprinting comprende viceversa il contatto mutidimensionale, il riconoscimento reciproco e l’appartenenza.

Al primo imprinting tra madre e bambino seguono gli imprinting che si ricevono da entrambi i genitori e che sono fondanti per lo sviluppo individuale successivo, in primo luogo nei primi tre anni di vita, e poi successivamente nell’infanzia e nell’adolescenza, che si riferiscono al modo in cui le figure genitoriali rispondono ai vari bisogni che si succedono nella crescita dei figli: il bisogno di attaccamento, il bisogno di accettazione, il bisogno di sperimentazione, il bisogno di incoraggiamento, il bisogno di comunicazione.

Gli imprinting provengono dall’ambiente socio-educativo, dal vissuto emozionale, dai messaggi permissivi o di divieto dei genitori.

La tipologia e la qualità degli imprinting ricevuti sono perciò determinanti non solo per la costituzione della personalità, ma anche per la regolazione dei rapporti interpersonali.

Gli imprinting rappresentano gli elementi stabili di come una persona si pone in relazione. Insieme all’aspetto nutritivo e portatore di sicurezza che si è ricevuto dalla madre e da entrambi i genitori, gli imprinting possono presentare aspetti di mancanza o di eccesso in una o più fasi della crescita, andando a determinare aspetti critici e di sofferenza sia sul piano individuale che nel rapporto interpersonale.

Nell’ Analisi Bioenergetica classica di A. Lowen gli imprinting negativi ricevuti corrispondono alla formazione di una corazza caratteriale, che si struttura specularmente nel corpo sotto forma di tensioni muscolari e nella psiche sotto forma di specifici aspetti della personalità. Le tensioni muscolari rappresentano “fissazioni” inconsce di forze energetiche in conflitto tra loro, che si stabilizzano nel bambino in una o più fasi della sua crescita.

Nell’evoluzione più attuale dell’Analisi Bioenergetica è il tipo di legame di attaccamento che si crea tra la mamma e il bambino a rappresentare l’imprinting più significativo nella storia evolutiva.

Gli imprinting ricevuti, se pure stabili, non sono tuttavia immutabili e definitivi, ma possono diventare occasioni di crescita e di superamento, laddove le impronte familiari hanno lasciato ferite, disagi, mancanze, a volte traumi, che inevitabilmente si ripercuotono sulle relazioni attuali con il proprio partner o con i propri figli.

Le relazioni attuali si possono leggere come occasioni per mettere a fuoco, assumere consapevolezza e modificare gli aspetti emotivi e relazionali irrisolti. Il rapporto con la nuova famiglia che si è creata, è perciò una preziosa opportunità per sperimentare l’aspetto dinamico dell’imprinting, quello che spinge al cambiamento e alla crescita.

Se spostiamo l’attenzione dalla crescita individuale all’intero gruppo familiare, ritroviamo la stessa polarità tra imprinting e crescita.

La sopravvivenza del sistema familiare è l’esito di due processi intrecciati: il processo morfostatico e il processo morfogenetico.

Il processo morfostatico riguarda il modo in cui il gruppo familiare riesce a mantenere una continuità con se stesso, il processo morfogenetico come riesce a cambiare rispetto alle sollecitazioni che vengono dai suoi rapporti con un ambiente, interno o esterno che sia.

I processi morfogenetici regolano il cambiamento, i processi morfostatici conservano stabile l’assetto familiare.

Ogni sistema familiare sviluppa uno stile di funzionamento che riguarda la modalità con cui coniuga cambiamento e stabilità, ogni famiglia esprime una diversa combinazione di stabilità e cambiamento che la definisce nella sua specificità e singolarità.

Queste modalità riguardano il modo di reagire e di regolarsi rispetto ad eventi critici prevedibili, cioè i cambiamenti che fanno parte del ciclo di vita di ogni organizzazione familiare, come la nascita, l’affiliazione o il lutto, e gli eventi critici imprevedibili, che riguardano i cambiamenti repentini o interni alla famiglia, come la perdita improvvisa di un membro familiare, o esterni, come crisi economiche, calamità..

E’ il valore simbolico attribuito dalle famiglie alla stabilità e al cambiamento che concorre a definire il grado di adeguatezza dello stile di funzionamento familiare.

Sia sul piano dell’equilibrio individuale che di quello interpersonale e del gruppo familiare, l’indice di salute psicologica è perciò dato dalla capacità di flessibilità tra aspetti stabili e aspetti dinamici, tra acquisizione e cambiamento, tra imprinting e crescita.

In questa ricerca di flessibilità non sempre facile, si colloca la funzione dello psicologo e dello psicoterapeuta, che consiste nell’aiutare a riequilibrare e a regolare sia al livello individuale, che al livello relazionale interno ed esterno al sistema familiare, gli aspetti statici con gli aspetti dinamici.

Gli aspetti statici, infatti, se si irrigidiscono e si cristallizzano impediscono l’evoluzione e la crescita, gli aspetti dinamici se non sono sostenuti da radici forti portano alla dispersione e alla mancanza di una base sicura.

In particolare lo psicologo e lo psicoterapeuta a orientamento  psicocorporeo, si rivolge all’interezza della persona, cioè sia al suo aspetto psichico che al suo aspetto corporeo.

L’imprinting, in particolare quello che riguarda i primi anni di vita, ma anche tutti gli imprinting successivi, passa specialmente attraverso un canale non verbale, lasciando tracce profonde nel corpo, nella memoria procedurale, ad un livello del tutto inconscio ed inconsapevole, e va a costituire una struttura non solo psicologica, ma anche somatica, attraverso una specifica postura, blocchi e tensioni al livello muscolare, per quanto riguarda il singolo individuo e attraverso stili di comunicazione non verbale per quanto riguarda le relazioni interpersonali.

Lo psicologo- psicoterapeuta a mediazione corporea opera quindi anche su questo piano, andando ad incidere sull’aspetto preverbale, non verbale e psicosomatico.

 

La musica, strumento di coesione sociale     

di Stefano Centonze

 

I primi studi sulle risposte emotive alla musica risalgono al 1936, quando la psicologa e musicologa Kate Heiner dimostrò che vi sono due elementi essenziali che il nostro cervello utilizza per elaborare una risposta emozionale alla musica: il Modo, cioè la tonalità (Maggiore/Minore), e il Tempo, cioè la velocità di esecuzione (Veloce/Lento).

A partire dagli anni cinquanta, diversi psicologi hanno cercato di spiegare il potere della musica confrontando l’apprezzamento musicale con il linguaggio. Oggi sappiamo che la corteccia emotiva del cervello, un’area dedicata all’ascolto, elabora elementi musicali elementari come l’altezza (la frequenza di una nota) e il volume; mentre le vicine aree uditive secondarie gestiscono modelli musicali più complessi, come l’armonia e il ritmo.

Nuove ricerche spiegano il potere della musica sulle emozioni umane e i vantaggi che può portare al nostro benessere mentale e fisico. La musica ci consola quando siamo tristi, ci stimola nei momenti felici e ci fa sentire uniti…Non solo, poiché la musica è la forma più diretta di comunicazione emotiva, importante quanto il linguaggio e la gestualità è in grado di rinsaldare i legami su cui si basano le società umane: dalle etnie del Burundi agli Indigeni del Cile, dai berberi del Marocco agli aborigeni australiani, la musica è un tratto comune a tutti i popoli della Terra.

I ritmi musicali, insomma, hanno il potere di facilitare interazioni fisiche di gruppo come la marcia o la danza, rafforzando ulteriormente i legami sociali, per riprendere le parole di Karen Schrock, autrice dell’articolo Emozioni in Musica comparso nel n. 60 di Dicembre 2009 del mensile di psicologia e neuroscienze Mente & Cervello.

Uno dei benefici che può apportare la musica alla nostra persona è quello di stimolare, fortificare e controllare il nostro stato di salute e benessere, dal momento che la musica è in grado di influenzare il nostro umore e persino la fisiologia umana in modo più efficace delle parole.

Non possiamo ignorare che la musica è un linguaggio universale: il contenuto emotivo di un brano musicale raggiunge gli ascoltatori a prescindere dalla cultura di appartenenza.

Diverse ricerche indicano che la musica trasmette in modo efficace e preciso l’emozione desiderata a tutte le persone che la ascoltano. La Schrock aggiunge che alla fine degli anni novanta il gruppo della neuroscienziata Isabelle Peretz all’Università di Montreal ha scoperto che gli occidentali rispondono in modo unanimemente concorde quando si chiede loro se una canzone che usa elementi tonali occidentali suscita allegria, tristezza, paura o serenità. E’ stato dimostrato attraverso ampi studi che la capacità di una canzone di suscitare una particolare emozione non dipenda necessariamente dal background culturale.

La musica è in grado di comunicare efficacemente le emozioni persino a persone la cui capacità di cogliere segnali sociali emotivamente significativi, come le espressioni del viso o il tono della voce è gravemente compromessa. La musica potrebbe costituire una forma di comunicazione unica. La musica favorisce la coesione sociale creando connessioni empatiche tra i membri di un gruppo.

Nella maggior parte delle culture, la musica è quasi sempre un evento collettivo, funge da legame corale: la gente si riunisce per cantare, ballare e suonare. Gli scienziati oggi sostengono che la musica porta vantaggi anche a livello individuale. La musica produce effetti fisiologici che possono migliorare il nostro benessere mentale e fisico. Gli studi mostrano che una musica in levare, carica di tensione o stimolante, è in grado di eccitare fisicamente l’ascoltatore, innescando una reazione fisica di tipo “fight” or “flight” (lotta o fuggi): i battiti del cuore e la respirazione accelerano, in alcuni casi si ha sudorazione, e l’adrenalina entra nel circolo sanguigno. La musica, ad esempio, è un ottimo stimolante per chi fa ginnastica perché prepara i sistemi fisiologici che servono per i movimenti che richiedono molta energia. Ma la musica non solo ha effetti stimolanti, può avere anche effetti calmanti perché, secondo diversi studi, riduce i livelli del cortisolo, l’ormone dello stress, nel sangue, abbassa il battito cardiaco, rallenta la respirazione e allevia il dolore.

Ma soprattutto la musica è curativa: è sorprendente come la musica riesca ad alterare i nostri stati d’animo o ad alleviare il dolore fisico, in questo caso comportandosi da vero e proprio “analgesico” durante un parto o una procedura medica per ridurre la sofferenza fisica.

Studi clinici hanno dimostrato che la musica è uno strumento potente per rilassare i pazienti che devono sottoporsi a un intervento chirurgico, in grado di controllare il dolore e di migliorare problemi comportamentali nei bambini e nelle persone affette da demenza.

Possiamo sempre usare il canto per rallegrarci o per tranquillizzarci, per alleviare il dolore e l’ansia, per rafforzare i nostri legami con gli altri o semplicemente far commuovere qualcuno. La musica è il modo più diretto e misterioso di trasmettere ed evocare il sentimento. E’ un modo per collegare la nostra coscienza a quella di un altro. Mentre fanno musica, le persone comunicano e collaborano reciprocamente. In un certo senso, praticano attività  e funzioni sociali e questo comportamento sociale è estremamente importante per la specie umana.

 

I benefici di una vita di gruppo          

di Maria Novella Colluto

 

Per lungo tempo i ricercatori hanno ritenuto che appartenere a troppi gruppi non fosse positivo, in quanto sostenevano che, più sono i gruppi a cui apparteniamo, tanto più siamo occupati e stressati. Studi recenti, tuttavia, suggeriscono che ciò che conta non è tanto il numero dei gruppi sociali, quanto le relazioni che sussistono tra loro.

 

Uno studio condotto su 655 pazienti colpiti da ictus e pubblicato nel 2005 da Bernadette Boden-Albala, docente di scienze sociomediche e neurologia alla Columbia Universitiy ha dimostrato che appartenere a molti gruppi diversi fa bene alla salute, sia del corpo sia della mente, secondo quanto è riportato in Cura sociale, l’articolo redatto da un’equipe di psicologi americani, Jolanda Jetten, Catherine Haslam, S. Alexander Haslam e Nyla R. Branscombe e apparso nel n. 60 di Dicembre 2009 del mensile di psicologia e neuroscienze  Mente & Cervello.

 

E’ importante considerare che l’isolamento sociale è nocivo quasi quanto il fumo, l’ipertensione, l’obesità. E’ stato, inoltre, riscontrato, mediante questo studio, che i pazienti che erano socialmente  isolati erano posti a maggiori probabilità di avere un altro ictus entro cinque anni rispetto ai malati con relazioni sociali significative. Allo stesso modo, in uno studio condotto nel 2009 dagli epidemiologi Karen Ertel, Maria Glymour e Lisa Berkman della Harvard School of Public Health hanno preso in esame un numero di anziani pari a 16.638 per un periodo di sei anni e hanno riscontrato una perdita di memoria significativamente inferiore in coloro che erano socialmente più integrati e attivi.Appartenere a diversi gruppi permette anche di cautelarsi da eventuali cambiamenti improvvisi, e magari non volontari, dello stile di vita, perché perdere un contesto di riferimento non comporta, in questo caso, la perdita della propria identità sociale.Pensiamo a un maratoneta che subisce una lesione che gli impedisce di continuare a correre. Chiunque potrebbe sentirsi devastato dopo un fatto del genere, ma la situazione è più delicata se si tratta di una persona che si autodefinisce esclusivamente come corridore. Per esempio, se una persona perde il lavoro, è  probabile che perda anche una rete di colleghi che negli anni sono stati importanti per lei, e questo tende a comprometterne il suo benessere e il suo equilibrio. Ma se la stessa persona fa parte anche di un club sportivo locale o fa volontariato in parrocchia, o frequenta una scuola di ballo, la conservazione di queste identità probabilmente la aiuterà a superare la transizione. Pertanto è fondamentale orientare i nostri interessi in più campi ed evitare di puntare tutte le proprie identità sociali su un’unica carta, nel caso si venga colpiti dalla malasorte. Appartenere a più gruppi permette anche di integrarsi meglio e in tempi brevi a un nuovo ambiente, come quello universitario, senza andare incontro a stati depressivi o stress, così come è stato dimostrato da un recente studio condotto da Jetten e S.A. Haslam e pubblicato sul “British Journal of Social Psychology” dove alcune matricole universitarie sono state sottoposte a un monitoraggio per un periodo di 4 mesi, a partire da due mesi prima che si iscrivessero e fino a due mesi dopo l’iscrizione. La questione in gioco era riuscire a capire quali soggetti sarebbero stati più capaci di adeguarsi alla loro nuova identità di studenti universitari. E, infatti, coloro che avevano fatto parte di più gruppi in passato presentavano livelli inferiori di depressione, anche dopo aver considerato altri fattori che avrebbero potuto influenzare questa transizione, tra cui l’incertezza sul percorso da seguire, la disponibilità di sostegno sociale e gli ostacoli accademici.

 

Il gruppo non sempre può risultare vantaggioso, inizia a diventare una minaccia qualora sia caratterizzato da una forte conflittualità interna, tuttavia rafforza il senso di identità. Sembra strano, ma si è scoperto che il fallimento di  gruppo produce uno di questi due esiti: o le persone ne prendono le distanze e riferiscono di sentire un minor senso di identificazione, o, il più delle volte, il loro senso di appartenenza si rafforza e provano una maggiore solidarietà di gruppo. Vale lo stesso per i gruppi soggetti a discriminazione e denigrazione. Anche in questo caso i membri del gruppo seguono una di queste due strade: o ne prendono le distanze oppure il loro coinvolgimento aumenta. I gruppi sociali, quindi, possono causare sofferenza quando sono oggetto di discriminazione, ma possono anche essere un mezzo efficace con cui affrontare i problemi creati dalla discriminazione stessa. Ma se la vita sociale incide sul nostro benessere, quanto le reti sociali virtuali, come Facebook o MySpace incidono sul nostro stato di salute? Con oltre 300 milioni di utenti di reti sociali come Facebook e MySpace, la capacità di interagire con gli altri in ogni angolo del pianeta si è espansa rapidamente, aprendo nuove strade per la costruzione di relazioni di gruppo. Basta collegarsi per scoprire che cosa stanno facendo i nostri amici, vedere le loro foto e sapere che cosa stanno pensando, anche se sono dall’altra parte del globo. Ci si chiede se queste reti sociali virtuali riescano a incidere sul nostro benessere quanto quelle reali. Le opinioni in merito si dividono, ma resta il sempre fatto che queste nuove opportunità di socializzazione siano una ricchezza in più.

 

In definitiva, la vita di gruppo e il senso di identità sociale hanno una profonda influenza sul nostro stato di salute e benessere generale. Siccome noi esseri umani siamo animali sociali, viviamo e ci siamo evoluti per vivere in gruppo, per noi esseri umani l’appartenenza al gruppo è una parte imprescindibile di quello che siamo e di ciò che ci serve per condurre una vita ricca e soddisfacente.Riconoscere l’importanza dell’identità sociale apre la strada a un nuovo tipo di pensiero non soltanto in psicologia, ma anche in campo sociologico, economico, medico e neuroscientifico. Non solo: fornisce anche applicazioni pratiche, perché indica che i gruppi sono in grado di offrire una terapia sociale. In altri termini, partecipare alla vita di gruppo può essere un vaccino contro le minacce alla nostra salute fisica e mentale, più economico e con meno effetti collaterali. E potrebbe rivelarsi un metodo molto piacevole per tenere il medico lontano.  

 

 I gruppi di Lettura: percorsi condivisi di socializzazione costruttiva           

 

di Francesco Paolo Pizzileo

 

La Columbia Public Library, pubblicò nel 1993 un manuale in cui si affermavano le ragioni della nascita dei Gruppi di Lettura:

1. per fornire una educazione di base;

2. per superare l’isolamento di nuovi lettori adulti;

3. per creare comunità di persone che imparano l’una dall’altra supportandosi a vicenda con le loro nuove capacità intellettuali acquisite, grazie agli aspetti della socializzazione e della libroterapia di gruppo.

Negli USA, i Gruppi di Lettura continuano tuttora a diffondersi talmente tanto da lasciare senza parole chiunque provi ad approcciarsi al fenomeno.

In Book Discussion Groups, lo studioso R.Kleim racconta un episodio, curioso e divertente, che fa piena luce su come, ogni giorno, in molti appartamenti di Manhattan, si svolgano gruppi informali di lettura molto frequentati: “La mia amica Laura, che vive nell’Upper West Side di Manhattan, era stata recentemente invitata a partecipare a un gruppo di lettura. Aveva oltrepassato un po’ di quelle case tutte uguali dalla facciata in mattoni rossi, sapete, e sebbene si ricordasse dell’indirizzo preciso, non era altrettanto sicura di quale appartamento fosse, così schiacciò a caso uno dei pulsanti del citofono. Alla voce che le chiedeva cosa volesse, disse che era lì per il gruppo di lettura, e così le aprirono il portone. Quando entrò nell’appartamento, si accorse che la discussione era già avviata da un pezzo e pensò che forse aveva capito male l’orario dell’incontro. Non vedeva l’amica che l’aveva invitata, ma le persone erano carine, simpatiche, e c’erano anche delle cose buone da mangiare. Ci impiegò circa un quarto d’ora a capire che quello non era il gruppo a cui la sua amica l’aveva invitata, ma un altro che si era riunito più o meno alla stessa ora, nello stesso caseggiato! Ciò che l’aveva ingannata era una cosa ancora più pazzesca: quel gruppo stava discutendo il prossimo libro in calendario del gruppo a cui era stata invitata!

Restò lì per il resto dell’incontro e quando se ne andò si chiese se uno potesse andare in ogni appartamento di New York, dicendo che si è lì per il gruppo di lettura ed essere accolto senza troppe storie.”

In questo stesso periodo, il fenomeno si sviluppò profusamente nel mondo latino, basti pensare alla realtà spagnola.

La differenza tra i due mondi è lapalissiana: la maggior parte dei Gruppi di Lettura statunitensi sono privati e si svolgono nelle public libraries, più efficaci per la lettura ed il prestito dei libri, mentre nel mondo spagnolo sono pubblici e si svolgono nelle biblioteche, luoghi ideali di incontro e di promozione di manifestazioni culturali.

Con un forte ritardo rispetto alla tradizione e alla cultura di matrice anglo-americana e di lingua spagnola, il fenomeno dei Gruppi di Lettura sta prendendo piede anche nel nostro Paese.

In particolare si assiste ad un crescente interesse da parte non solo degli adulti ma anche dei giovani.

Le ragioni, come vedremo di seguito, sono molteplici: i Gruppi di Lettura assumono una grande importanza per motivi di tipo personale, sociale, di apprendimento e di benessere. Essi stimolano la socializzazione, danno la possibilità di scambiare pareri e opinioni con altri lettori, consentono la condivisione del piacere della lettura favorendo un auto-apprendimento reciproco, costituiscono un’attività di alto livello culturale e profondo aiuto sociale.                              

               

             

a) Il ruolo di socializzazione di un gruppo di lettura

 

Oggi chi accetta di fare parte di un Gruppo di Lettura cerca anche la compagnia e la socializzazione in un ambito intellettualmente stimolante.

I Gruppi di Lettura sono forme di associazionismo, e come tali sembrano voler realizzare bisogni più profondi.. 

I partecipanti diventano più intimi tra di loro perché, mentre introducono nello spazio pubblico del gruppo i propri discorsi sulle storie dei libri, spesso non fanno altro che discutere di temi di interesse personale con gli altri membri ascoltando i punti di vista dei loro compagni.

S. McCarthy, una bibliotecaria americana che si è occupata a lungo di Gruppi di Lettura, rileva che il gruppo di lettura può rappresentare una via di fuga dalle incombenze familiari e lavorative di ogni giorno, e spesso un luogo dove essere fisicamente rilassati e poter mettere in campo le proprie idee senza venire tacciati o derisi.

Il gruppo, così, rappresenta per molti partecipanti un’alternativa alla solitudine.

Nell’esperienza del Gruppo di Lettura si possono individuare tre  fattori: le persone, la struttura e la cultura.

Riguardo al primo, la composizione informale e variegata dei componenti del gruppo consente che in esso ci sia un’atmosfera favorevole a far sì che i partecipanti siano più liberi di esprimere e condividere le proprie idee o di obiettare in modo civile.

Il secondo fattore riguarda la tipica disposizione fisica del sedersi in circolo, che valorizza lo status di ogni partecipante, portatore di valori, cultura, punti di vista; il sedersi in circolo crea un’atmosfera confortevole e rilassata, in cui i lettori si sentono liberi di condividere idee, sentimenti, e diversi punti di vista sul libro.

La cultura, infine, è importante perché i lettori si supportano reciprocamente, imparando l’uno dall’altro attraverso lo scambio dei propri vissuti e dei propri punti vista che sottendono sistemi di credenze e valori diversi o condivisi.

Collegando i testi delle narrazioni con la propria vita, i lettori trovano dei significati per comprendere la vita stessa e il mondo.

 

b) Aspetti “terapeutici”del gruppo di lettura

 

Per lo studioso americano D. Carr, quando si legge e si interpreta la lettura, molte volte non si fa altro che scoprire e palesare la vita che non si è vissuta e le esperienze che non si sono mai fatte realmente.

Spesso alcuni partecipanti fermano sulla carta dei propri quaderni le parole, le impressioni e le esperienze vicarie proprie e quelle dei propri compagni, in una sorta di diarioterapia.

Sempre secondo Carr, partecipare ad un Gruppo di Lettura è qualcosa che non appartiene solo alla lettura di un libro in sé; riguarda sempre i sentimenti che i lettori hanno dentro di loro mentre leggono il libro: dolori, euforie, sconcerti, piaceri. E parlare con altri di questi sentimenti e delle esperienze vicarie permette agli stessi un miglioramento della propria personalità e della propria consapevolezza sul mondo.

Parlare delle proprie esperienze di letture con altri aiuta a recuperare o a trovare significati per la propria esistenza.

In definitiva, ci si sente supportati dal gruppo.

 

c) Gruppi di lettura come forme di auto-educazione

 

Riguardo all’aspetto dell’apprendimento, S. Kerka ha definito i Gruppi di Lettura come gruppi di libera stimolazione intellettuale all’apprendimento. Egli ha analizzato l’aspetto dell’apprendimento nei gruppi, altri modi di interpretare i testi e di integrare e comprendere le loro stesse esperienze.

I partecipanti riescono più facilmente a trascendere i limiti culturali e a vedere le cose come le vedono le altre persone.

 

d) I Gruppi diLlettura fanno bene

 

Commentare i libri insieme ad altri è il vero valore aggiunto del Gruppo di Lettura che conferisce ai partecipanti un senso di appartenenza ad una comunità con un tocco di umanità.

I libri aiutano a guarire, a crescere sul piano cognitivo, affettivo e sociale.

I Gruppi di Lettura hanno, perciò, una rilevanza sociale costruttiva: fanno uscire le persone di casa, le abituano a condividere emozioni, le educano allo scambio rispettoso di idee, opinioni ed intuizioni su argomenti letti nel libro, diffondono cultura, aprono le menti.

Sono strumenti di conoscenza e di sviluppo. Aiutano la persona a sviluppare consapevolezza, abilità empatiche, capacità critiche e capacità creative. Sono risorse e aiuto per lo sviluppo ed il benessere delle menti. Promuovono nel tessuto sociale momenti d’incontro e di socializzazione, generano circoli virtuosi e conoscenza.

Volendo, infine, riassumere il tutto, diremo che far parte di un Gruppo di Lettura fa bene perchè:

 

1.leggere interrompe il ritmo frenetico dell’esistenza che con varia misura caratterizza ogni vita.

2.in un gruppo di lettura ognuno può uscire dall’anonimo grigiore quotidiano parlando di sé, facendosi conoscere, in sostanza affermando se stesso, ma con una modalità affatto diversa rispetto alle altre situazioni di vita: non deve cioè né urlare né spingere.

3.la lettura condivisa è un’attività gratificante, soprattutto perché tutti i componenti del gruppo possono condividere quell’aspetto della lettura per cui il lettore si identifica con i personaggi del romanzo.

4.leggere insieme vince la pigrizia, ossia l’impegno, i compiti assunti nei confronti degli altri necessitano a compiere l’attività della lettura e della riflessione su di essa che altrimenti verrebbero relegate ad un ipotetico se non irreale tempo libero.

5.l’università come luogo fisico nel quale si tengono gli incontri rende gli stessi più gradevoli e accattivanti.

6.la lettura crea altre realtà che rendono accettabile la realtà che si vive, spesso odiosa, meschina o semplicemente prosaica: questo leggere per evadere come mezzo per sopportare la fatica dell’esistenza è uno dei valori condivisi.

7.nel gruppo ognuno sa di essere ascoltato, ma non esaminato né tanto meno giudicato; ciò  determina curiosità e attesa in chi ascolta e fiducia e sicurezza in chi parla.

 

Di tutto questo, e di altro ancora, parlo nel mio Corso on line in “Educazione alla Narrazione di Sè e Scrittura Diaristica nei contesti del disagio giovanile” (http://www.erbasacra.com./corsi), un compendio di dieci lezioni destinato ad educatori, assistenti sociali, psicologi, insegnanti, infermieri pediatrici, genitori.

 

Innovativo Sistema di Riabilitazione Espressiva e Relazionale (R.E.R) con il software "conTatto"   

 

di Grazia Ragone

 

La Riabilitazione Espressiva e Relazionale con conTatto nasce da un'idea di Mousikessere che nel 2008 ha commissionato la realizzazione del software conTatto al dipartimento ISTI del CNR di Pisa. Il sistema nato da questa collaborazione, grazie all'esperienza della Dott.ssa Grazia Ragone con i bambini affetti da Disturbo dello Spettro autistico, ha permesso la nascita della metodologia R.E.R. che tutt'ora riporta buoni risultati nel trattamento del disturbo.

Oltre ad interventi di tipo psicologico, i bambini autistici, avendo bisogni speciali, hanno bisogno di un consistente trattamento riabilitativo, che permetta l'apprendimento attraverso modalità alternative. Tra gli interventi più efficaci con questi bambini, risultano essere quelli di musicoterapia, arteterapia e psicomotricità che attraverso il gioco stimolano il bambino alla relazione, aprendo canali alternativi di comunicazione. Purtroppo  l'efficacia di tali interventi resta spesso all'ombra dei trattamenti medici, testati scientificamente.

A tal proposito è nato il progetto di Riabilitazione Espressiva e Relazionale con conTatto il quale risulta innovativo oltre che per l'avanzata tecnologia utilizzata, anche per il secondo obiettivo che si prefigge: traghettare nel già attuale futuro tecnologico l'antica forma della “arte di curare” attraverso i suoni e le immagini.

L'idea progettuale deriva dall'esperienza dei soci fondatori di Mousikessere s.r.l., costituita da Grazia Ragone e Raimondo Lenoci, che hanno contribuito notevolmente al finanziamento economico e umano di tale progetto.

Tale sistema risulta particolarmente innovativo oltre che per la sua possibilità istantanea di trasformare il gesto del bambino in suono, anche per la possibilità che offre di registrare elementi utili alla diagnosi e al monitoraggio dei risultati raggiunti e perseguibili. 

 

Il progetto conTatto è stato testato specificamente per bambini con disturbo dello spettro autistico, per i quali sono ancora poche le certezze, a livello mondiale, rispetto all'efficacia o meno di strumenti riabilitativi. Sostanziali benefici sono stati riscontrati nel trattamento attraverso la Musicoterapia e le Artiterapie, che a differenza di approcci strettamente medici, si avvalgono di una conoscenza più empirica nel loro campo di applicazione. Mousikessere quindi  nasce con l’intento di far confluire nel mondo della Musicoterapia le esperienze umanistiche e le conoscenze tecnologiche per un riconoscimento scientifico della disciplina. 

L' intervento di conTatto è assolutamente non invasivo e centrato sul gioco, esso varia a seconda delle strategie utilizzate e degli obiettivi che si prefiggono.

I Disturbi dello Spettro Autistico (DSA) sono disturbi neuroevolutivi caratterizzati dalla compromissione delle capacità di interazione sociale e di comunicazione  e dalla presenza di comportamenti, interessi ed attività ristretti e stereotipati. Essi presentano comportamenti in deficit nella comunicazione, nella relazione e nell'immaginazione sociale, perciò Mousikessere ha pensato di unire un determinato approccio Riabilitativo Espressivo e Relazionale che punta alla modifica e al miglioramento, di ognuna delle aree maggiormente colpite nel disturbo autistico: la comunicazione, la relazione e l'immaginazione.

E' ben noto che le persone con autismo hanno difficoltà nell'apprendimento attraverso l'osservazione e l'imitazione .  Grazie al software conTatto che è capace di tradurre ogni movimento del bambino in suono, si favorisce la percezione di sé stesso nell'ambiente attraverso la forza del suono che va ad incidere sull'area della comunicazione del bambino stimolandolo ad interagire con il terapeuta nella stanza e intessendo con lui una relazione terapeutica. Ciò, come riscontrato, porta inevitabilmente all'imitazione in quanto è il gesto stesso altrui, se fatto in un certo modo, che rinforza e stimola il bambino all'imitazione. Per lavorare, invece, sull'altra sfera deficitaria, grazie alla metodologia R.E.R. applicata al sistema conTatto è possibile incidere positivamente sui comportamenti stereotipati del bambino che acquisisce maggior controllo dei suoi movimenti, i quali risuonano empaticamente con le sonorità che emergono.

 Inoltre, grazie alla eccezionale bravura degli ingegneri del dipartimento ISTI del CNR di Pisa è stato possibile realizzare un software capace anche di registrare i tratti caratterizzanti le movenze di ogni bambino prima e dopo l'incontro, permettendo poi di analizzare l'accaduto offline e poter procedere ad un assestamento degli obiettivi.

 Alla luce della stretta connessione che all’interno dell’ambiente si viene a creare tra abilità di interazione e condivisione sociale e componenti motorie legate alla necessità di modulare e diversificare il movimento per ottenere i suoni, lo studio si è proposto infine di verificare l’efficacia abilitativa e riabilitativa di un ciclo di trattamento effettuato tramite questo sistema.

Lo studio pilota effettuato con una versione Beta del sistema conTatto, ci ha portato a formulare delle procedure da seguire nei vari cicli di incontri.

 A tal fine è stato considerato un campione sperimentale composto da 10 bambini, 5 con DSA già in trattamento presso l'Istituto Superiore di Sanità Stella Maris di Calambrone (Pisa) specializzato nel trattamento per l’Autismo, e un campione di controllo, appaiato per età, sesso, diagnosi e tipo di trattamento. Ciò è stato fornito allo scopo di verificare l’entità degli eventuali miglioramenti ascrivibili all’azione di conTatto.   Lo studio ha fornito indicazioni positive relativamente alla utilizzabilità del sistema con bambini in tale età ed alla sua flessibilità ed adattabilità alle caratteristiche di ciascun bambino.

Le esperienze dei bambini nell’ambiente conTatto sono risultate in tutti i casi gratificanti e nessuna reazione avversa è stata osservata. Durante le sedute con conTatto è stato possibile apprezzare un progressivo aumento di comportamenti di ricerca e di riferimento sociale nei confronti dell’operatore coinvolto.

Sul piano richiestivo ognuno ha espresso una precisa volontà nella modulazione e nella scelta del suono. Per quel che riguarda l'imitazione i bambini hanno imitato in modo differente (grossolanamente e precisamente) i movimenti richiesti dalla dott.ssa Ragone.

Inoltre sono stati riscontrati benefici effetti sull'attenzione del bambino e sulla motivazione che, in ognuno dei casi, ha portato ad esprimersi in maniera appropriata al contesto.

Dai vissuti dei genitori che nella maggiorparte dei casi hanno assistito, all'insaputa dei bambini, dietro lo specchio monodirezionale, è emersa la gioia del bambino e l'espressa volontà a continuare il “gioco” con conTatto.

Infine, il lavoro con i bambini su menzionati non ha avuto un prosieguo oltre alle sedute sperimentali, ciò avrebbe notevolmente contribuito al mantenimento degli obiettivi raggiunti.

 

Il termine autismo/autistico che sempre più spesso leggiamo su riviste, spot televisivi  e pubblicitari  si riferisce ad un disturbo dell'età evolutiva che va a minare gli elementi più caratteristici dell'essere umano, cioè il suo essere sociale, empatico e in relazione con l'altro. L'autistico si caratterizza per il suo essere solipsistico (autòs  = sè stesso), cioè rivolto a sè stesso e al suo mondo, precludendosi la relazione con l'altro e con l'ambiente che lo circonda. Esso nel linguaggio specialistico rientra nei Disturbi Pervasivi dello Sviluppo (DPS) e si distingue per la compromissione in tre aree: mancata e persistente compromissione dell'interazione sociale, mancata e persistente compromissione della comunicazione verbale e non verbale e infine modalità comportamentali ripetitive e stereotipate (rif. DSM IV) .

Tra gli studiosi , molti credono che l’autismo non sia una malattia, ma un disturbo complesso dei processi cerebrali che vanno ad influire negativamente su vari aspetti comunicativi e relazionali.  Chiunque può essere colpito da questo disturbo nonostante l'esistenza di studi che circoscrivono il disturbo a caratteristiche genetiche e sociali . Sembra molto più alta la percentuale tra i sessi , che vede 4 maschi su una femmina colpiti dal disturbo. Per la maggior comprensione di tale fenomeno si rimanda allo studio condotto dagli scienziati dell'Università di Cambridge con supervisore il Prof. Simon Baron Cohen  l'autismo è stato definito come un disturbo caratterizzato da un “cervello maschile” . 

Per un distubo così complesso come è quello autistico è maggiormente importante un lavoro di coordinazione e scambio tra i vari professionisti che lavorano nello stesso settore, neuropsichiatri, psicologi, terapisti della riabilitazione, operatori socio – assistenziali ecc. permettendo così l'incontro e scambio di più e differenti punti di vista. 

 Mousikessere, con i propri mezzi ha mirato alla ri-unione tra Musica e Medicina , rifacendosi agli antichi insegnamenti, ma contestualizzandosi nell’attualità, cioè servendosi delle conquiste innovative e tecnologiche sviluppate in altri ambiti scientifici, dai quali non si può assolutamente prescindere.

Per il raggiungimento di tale obiettivo MousikEssere ha ideato un nuovo sistema terapeutico capace di produrre dati misurabili e ripetibili e successivamente lo ha sperimentato in laboratorio su un campione di bambini autistici e un gruppo di controllo con bambini con sviluppo tipico. Il sistema nato da questo processo si chiama ConTatto (commissionato da MousikEssere al dipartimento ISTI del CNR di Pisa che lo ha realizzato), e si avvale di una metodologia di utilizzo chiamata Riabilitazione Espressiva e Relazionale (creata dalla dott.ssa Ragone in collaborazione con una equipe medica).

La metodolgia di Riabilitazione Espressiva e Relazionale non si fonda solo su pricipi musicoterapeutici, nè arteterapeutici o di psicomotricità, bensì, prende spunto da ognuno di questi approcci, con il valore aggiunto del software conTatto, il quale permette di tradurre simultaneamente e numericamente il movimento e i gesti del bambino, in suono. I suoni utilizzati provengono dall'universo sonoro che vengono selezionati a seconda della tipologia del bambino.

E' risaputo che i bambini, tra cui in particolar modo anche gli autistici sono profondamente attratti dalla realtà virtuale (cartoon, video games ecc.). Infatti si diffondono sempre più giochi basati su elevate tecnologie che hanno raggiunto buoni risultati dal punto di vista terapeutico (vedi Cospatial, Face etc.) che vedono piccolissime realtà del nostro Paese collaborare con realtà fuori dal paese.

Grazie all'esperienza maturata sul campo Mousikessere ha pensato proprio al sistema conTatto come qualcosa di assolutamente utile ed efficace nell'intervento ludico e terapeutico con l'autismo.

Il fondamento centrale di questo sistema terapeutico parte dalla convinzione che qualunque forma di apprendimento inizi dal corpo, e che anche l'acquisizione del linguaggio abbia questa matrice. Daltronde il linguaggio avviene in massima parte ( 65% ) attraverso il canale visivo dei gesti ; solo il resto è verbale, tattile e olfattivo.   Il gesto indica la via alla parola, afferma un antico detto dei Dogon.

Pertanto il punto di inizio del processo terapeutico che MousikEssere sostiene, è tracciato dal linguaggio del corpo che si esprime attraverso il gesto e il movimento, i quali, tramite i suoni che si autoproducono in sintonia con i movimenti, vengono percepiti e resi più funzionali da parte del bambino. Ciò, inevitabilmente, ci porta a pensare di poter successivamente lavorare sugli altri linguaggi, compreso quello verbale.

Considerando i risultati scientifici ed emotivi, che tale ricerca ha portato, si tratta di un'innovazione senza precedenti se si considera l'idea di riabilitazione, attraverso la produzione sonora associata al movimento (creativa e assolutamente non invasiva), unita alla registrazione e misurazione dei dati, essenziale per diagnosi e prognosi. Purtroppo in Italia il progetto conTatto attualmente ha subito un notevole rallentamento a causa della situazione che diviene sempre più compromessa nel mondo della ricerca. Infatti, nonostante il successo dell'intervento a favore dei bambini, nessun ente o istituzione si è proposta di finanziare la ricerca.

Oggi pur continuando rapporti con l'Italia, il progetto conTatto ha trovato terreno fertile in Inghilterra dove lo strutturarsi di un percorso continuo, a beneficio dei bambini, non sembra solo un sogno ma anche realtà.  

 

Crediamo che il progetto sia di interesse generale, chiunque può provarlo e testarne i benefici su sé stesso, oltre che particolare per quei bambini autistici che trarrebbero gran beneficio nel  viverlo. Dato che, come già detto, gran parte del progetto è stato finanziato da due giovani ed intraprendenti ricercatori e studiosi che ci hanno sempre creduto, trovando riscontro successivamente nella gioia dei bambini e dei loro genitori come anche nell'incredulità di esperti nel settore, ci auspicheremmo che ora tale progetto torni in Italia, nella patria in cui è nato e coloro i quali possono perchè dotati di superpoteri nel mondo della Sanità e dell'Educazione, diano una mano a tutto il team procedendo in un'unica direzione che è il bene del bambino.

 

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