Anno II - Numero 10

La TGD (Terapia Grafica Digitale) applicata alla demenza - Parte I     

di Alfredo Pacilio

 

I vari tipi di demenza si distinguono soprattutto dal punto di vista eziologico, mentre per quanto concerne i sintomi,

le differenze tra i casi specifici dipendono  principalmente dalle   aree cerebrali colpite.

Generalmente la prima tra le facoltà intaccate è la memoria, a cui poi, come conseguenza di questa perdita, o indipendentemente da essa, segue la compromissione degli altri aspetti della mente, ossia della motivazione, della attenzione, della percezione e  del pensiero.

Altri sintomi possono essere l’ agnosia, ovvero l’ incapacità di riconoscere oggetti o persone, l’aprassia, che riguarda  l’impossibilità di  realizzare sequenze di movimenti finalizzati, e l’afasia, che inizia con l’impoverimento dell’ linguaggio ma che può giungere  sino alla totale incapacità di produrlo e comprenderlo. 

La demenza   può essere progressiva, statica, o remittente. Queste differenze derivano da quelle esistenti tra le sue possibili cause.

Nelle patologie che hanno un decorso progressivo, quali  l’Alzheimer e la demenza vascolare ad esempio, i trattamenti non possono che rallentare il decadimento mentale ed aiutare i pazienti ad accettare la loro condizione.

Mentre  nel caso di demenze  che possono non essere progressive, come ad esempio quelle derivanti da trauma cranico, la terapia può produrre un miglioramento che altrimenti non avverrebbe  o che se  si producesse in modo spontaneo sarebbe più lento e limitato.

 

 

Trattamento  della demenza.

In qualunque trattamento riguardante  una condizione di demenza, il rallentamento del degrado delle facoltà cognitive non va mai considerato come un bene in sé, ma piuttosto come  uno strumento  da usare per avvicinare quanto più possibile il  soggetto ad uno stato di benessere.

Se  un miglioramento della condizione cognitiva di  un paziente si produce  grazie ad un suo sforzo eccessivo, questo può implicare  come effetti collaterali   stress e irritabilità. D’altra parte forzare l’emersione alla coscienza di un problema, una verità, o un desiderio inconsci, in uno stato mentale che non permette una completa elaborazione cognitiva di questi oggetti, sarebbe altrettanto dannoso.

Per evitare tali rischi, in qualunque trattamento che riguardi la demenza, l’aspetto emotivo non va assolutamente ritenuto secondario, soprattutto quando, come accade il più delle volte, la demenza si presenta nella terza età, ossia in una fase della vita in cui l’inadeguatezza dei progetti a lungo termine spesso produce uno sconcerto che può sfociare in stati depressivi, dove l’anedonia  e la demotivazione possono aggravare o accelerare il decadimento in atto, profilandosi così l’innesco di un circolo vizioso in cui decadimento mentale e depressione si alimentano reciprocamente.

 

La TGD e il trattamento dei distinti aspetti della mente nella demenza.

Tutti gli aspetti della mente sono collegati e interdipendenti, per cui, quando uno di essi è alterato, tutti  gli altri ne risentono.

 Ad esempio una riduzione  delle facoltà mnemoniche, fa si che l’attenzione rivolta  ad un argomento o ad un oggetto specifico, se deviata da un distrattore, sia recuperabile spontaneamente, in misura inversamente proporzionale all’importanza del deficit della memoria, quindi se questa dovesse essere ridotta ai minimi termini diverrebbe impossibile, senza un ausilio esterno, mantenere l’attenzione concentrata su qualcosa, in quanto una distrazione minima sarebbe in questo senso irrimediabile.

Allo stesso modo una memoria deficitaria ostacola la strutturazione di motivazioni complesse.

Una ridotta capacità di  attenzione complica invece l’acquisizione di nuovi ricordi,  nonché la rievocazione di quelli più complessi, e non permette  alle   motivazioni   strutturate  di persistere, inversamente una forte tensione  motivazionale  intensificherà aspetti distinti dell’attenzione, quali la selettività, la costanza e l’attitudine alla ricerca  visuo-spaziale.

Ma  la motivazione quando raggiunge alti gradi di intensità, come quelli associati a situazioni stressanti, può anche essere fonte di allucinazioni e deliri.

Prima di occuparci dei rapporti tra motivazione e demenza sarà utile  descrivere la  composizione della motivazione, e il ruolo che piaceri e dolori svolgono in essa.

 La  piena consapevolezza di un piacere o di un  dolore può prodursi solo attraverso le  percezioni, ossia attraverso la loro relativizzazione.

Possiamo forse considerare tra i piaceri puri - ossia liberi da qualunque rapporto con il dolore- quello che proviamo appena prima di addormentarci, di questo piacere diveniamo totalmente consci solo se qualcosa o qualcuno ci sveglia bruscamente, confermandosi così   il detto :  “si conosce ciò che si aveva solo  dopo averlo perso”.

Un dolore smette invece di generare sofferenza quando l’attenzione di chi lo sperimenta è totalmente concentrata  su un altro oggetto, ciò è dimostrato dai numerosi casi  in cui  persone che  si trovavano in situazioni di estremo rischio   si sono accorte di essere gravemente ferite  solo quando il pericolo è passato.

Ma anche un comportamento contrario, ossia una totale concentrazione sul dolore percepito, toglie al dolore la sua capacità di produrre sofferenza, come attestano talune pratiche meditative.

Questi due tipi di risposta pur essendo opposti sono accomunati dall’azione srelativizzante che hanno sulle sensazioni dolorose, le quali  più vengono  isolate e più diventano evanescenti.

 Per cui possiamo dire che è solo grazie alla loro copresenza che piaceri e dolori si convertono in oggetti della coscienza.

Quando ci svegliamo improvvisamente, insieme alla consapevolezza del piacere perso diveniamo coscienti  della spiacevolezza della eccitazione sopraggiunta .

In tale contemporaneità di opposti, in questo conflitto tra piaceri e dolori, consiste ciò che chiamiamo motivazione  o volontà, nonché la fonte di ogni metacognizione.

Il piacere sperimentato in siffatto caso appartiene ad un  passato di cui, prima che entrasse in contatto con il suo opposto, non eravamo a conoscenza,  ma  anche ad un futuro immaginato, ossia ad una condizione che vorremmo ritornasse.  Mentre il presente consiste nel dolore in atto.

 Questa bipolarità composta dalla giustapposizione tra un piacere passato-futuro e un dolore presente, dà luogo alla concezione di un altro tipo di presente, che per quanto sia paradossale è  concettualmente ineludibile, un presente  che potremmo definire presente allargato o inclusivo, al cui interno vive l’opposizione tra

passato – futuro da un lato, e presente doloroso dall’altro. 

Saranno  dunque da considerare come “motivazioni dolorose” quelle connotate da un  “presente relativo” doloroso e da un passato-futuro piacevole, come lo sono ad esempio la fame e la sete.

Mentre definiremo “motivazioni piacevoli” quelle caratterizzate  da  un “presente relativo” piacevole e da un “passato- futuro” doloroso,  relazione quest’ultima propria  di tutte le condizioni che diciamo  di paura o di ansia.¹

 Una adeguata motivazione  del paziente demente influisce positivamente sui risultati della terapia, ma non vanno persi di vista i pericoli, a cui si è accennato più sopra, insiti in un  eccessivo pungolamento  della sua motivazione, che inevitabilmente   farebbe risaltare troppo la componente dolorosa.    

 Per lo  stesso motivo si eviterà di accentuare oltremisura il valore degli obbiettivi a cui si mira,  in quanto se eccessivamente motivato, il paziente potrebbe vivere i suoi errori in modo catastrofico.

La consapevolezza  di questo pericolo dovrebbe quindi condurre l’arteterapeuta  ad evitare, per quanto possibile, che il paziente commetta errori,  nonché a definire gli errori che si presentino, talune volte  come assolutamente irrilevanti,  ed altre come una prova superata.

 

                                           

¹Queste considerazioni sui rapporti tra il significato dell’esperienza temporale e l’affettività nella motivazione, sono parte  di una teoria motivazionale  che sto  elaborando.   

 

Ciò nonostante,   un moderato aspetto valutativo non può essere eliminato dalla comunicazione con il paziente, dato il favorevole  effetto  che esercita sul miglioramento delle sue prestazioni.

 Abbiamo già detto che nel trattamento della demenza ciò che conta soprattutto è avvicinare quanto più possibile il  soggetto ad uno stato di benessere, ma cos’è uno stato di benessere?

 Durante il corso degli  ultimi millenni l’uomo ha risposto alle sollecitazioni che gli derivavano dall’ambiente con cambiamenti molto più marcati sul fronte della sofisticazione del suo pensiero che su quello anatomico. Si potrebbe supporre che questo aumento della capacità umana di risolvere problemi  abbia ridotto il   numero delle difficoltà, ma la verità è che spesso l’intelligenza ha creato più problemi di quanti ne risolvesse, poiché lo sviluppo della ragione non è necessariamente accompagnato da quello della saggezza, definibile forse come  la capacità di dare la giusta importanza ad ogni cosa.

 Siffatta  definizione nonostante la problematicità che la sua vaghezza comporta possiamo considerarla  adatta a definire anche  la  salute mentale. Resta comunque da stabilire cosa sia più importante e cosa meno.

Se decidessimo che per ognuno contano  cose diverse, allora questa definizione non avrebbe alcun valore,  ma prima di scartarla vale la pena considerare una “filosofia” che può aiutarci a giudicarla, ovvero lo zen.

  Chi pratica lo zen  si  dedica  con la massima concentrazione  e  il massimo impegno   ad ogni sua  occupazione, sia che si tratti di servire il tè che di risolvere un kòan (  i kòan sono dei   quesiti privi di senso, ideati pe indurre i discepoli zen alla consapevolezza dei limiti della logica e del ragionamento), tutto questo zelo ha un solo scopo finale : la  comprensione, totale e profonda, del fatto che nulla può renderci migliori o peggiori degli altri, ne ci approssimerà  alla verità. Questa convinzione crea uno sfondo di leggerezza  che permea anche le fatiche più intense, fisiche o mentali  che siano; tale levità si manifesta nella proverbiale scherzosità dei monaci zen. Da questo punto di vista quindi, dare la giusta importanza alle cose vuol dire inseguire appassionatamente ciò che ci prefiggiamo, ma convincendoci ad ogni istante di più che nulla è realmente importante o imprescindibile, e vivere la propria vita come un gioco in cui sappiamo che alla fine non avremo mai vinto ne perso niente di rilevante.

Adottando quest’ottica potremmo dunque decidere di trasmettere ai pazienti   l’idea che non sono le capacità fisiche o mentali a dare valore ad una persona,  dato che l’essere  umano possiede un valore intrinseco che non conosce gradi nè livelli.

La motivazione che spinge un soggetto ad impegnarsi nel recuperare le proprie facoltà mentali non  dovrebbe, quindi, nascere dall’intenzione di non perdere valore nel proprio e nell’altrui giudizio, ma piuttosto derivare dal proposito di conoscere, seppur in modo indiretto, ossia attraverso l’impegno, l’afinalità  che sottende ogni azione. 

Questa è una prospettiva  che può sembrare difficile da suggerire ad un paziente affetto da demenza,  ma che  diviene molto più semplice quando si traduce nel proporgli ogni  esercizio  come un gioco.

Verbalmente possiamo dire ad un paziente frasi del tipo: “per chi ti apprezza il  tuo valore non andrà mai perso”, ma il miglior modo per trasmettergli  il senso  della vita risiede nel canale  non verbale.

 Riuscire a infondere queste che potremmo definire come “convinzioni emozionali” è particolarmente importante nella fase iniziale di una demenza, dato il forte rischio che in essa si presentino  degli stati depressivi. 

Dato il ruolo centrale della motivazione tra le facoltà mentali, nei primi incontri  con il paziente, si punterà soprattutto ad   individuare un argomento o un campo  di suo interesse. A tale scopo  gli verranno proposte delle immagini riguardanti ambienti ed attività diverse (di semplicità e leggibilità adeguate alla sua condizione) tra queste ne sceglierà una, in funzione della quale  l’arteterapeuta determinerà il tema della seguente serie di immagini  che  gli mostrerà. Anche tra  queste altre l’utente     indicherà  quella che preferisce, e così di seguito,  facendo si che ad ogni passaggio l’immagine scelta  rappresenti  attività  e   contesti di volta in volta sempre più specifici.    

 Questo processo non ha solo una finalità conoscitiva, ma va considerato come il primo degli esercizi  che  mirano al  consolidamento del substrato motivazionale.

 I vantaggi di tale metodo di individuazione derivano inoltre dall’azione protesica che esso svolge sulla memoria, nonché dalla semplificazione del compito affettivo assegnato a soggetti, che essendo spesso depressi  non sono propensi  ad esprimersi riguardo alle loro attività favorite. 

Inevitabilmente  tra gli interessi  che si riveleranno attraverso  le scelte compiute dal paziente, e  tramite le modificazioni che l’arteterapeuta apporterà alle immagini, ve ne saranno alcuni più lontani ed altri più vicini a quelli  dell’arteterapeuta, questi ultimi costituiranno uno strumento mediante il quale sarà possibile favorire  l’alleanza terapeutica. 

Come abbiamo visto, le sensazioni sono gli elementi costitutivi della motivazione, per cui,  favorire il contatto con gli stimoli che le producono e la consapevolezza relativa al loro valore affettivo, offre la materia prima per la costituzione di nuove motivazioni, e  favorisce la preservazione di quelle esistenti.

La TGD, basandosi fondamentalmente sulle immagini e la loro manipolazione digitale, offre la possibilità di controllarne immediatamente e costantemente il potere emozionante e motivante , aspetto che abbiamo visto quanto sia importante in qualunque rapporto terapeutico.

     In un esercizio  di TGD, relativo alla risposta emotiva ai colori, l’utente osserva sullo schermo due fogli digitali affiancati, uno dei quali  appare  suddiviso   in sei aree quadrate, ognuna campita con un colore fondamentale diverso, mentre l’altro ospita sei volti ciascuno con un espressione che suggerisce una tra  sei emozioni principali –sorpresa, rabbia, paura, allegria, serenità, tristezza-

Al paziente viene chiesto poi di “trascinare” ² ogni volto sul quadrato del colore che gli sembra più adatto all’emozione espressa da quel viso, e  se lo desidera, e la sua condizione lo consente, di descrivere ciò che tali associazioni gli suggeriscono. 

In uno sviluppo possibile di tale esercizio,  i volti  espressivi vengono, dal paziente,  trasportati su immagini  in cui appaiono personaggi il cui volto è cancellato, impegnati in attività ambigue, che assumeranno un significato diverso a seconda     dell’espressione dei visi sovrapposti a quelli dei personaggi. L’ambiguità delle scene potrà poi essere ulteriormente ridotta, sia  dal paziente che dal arteterapeuta, sottraendo  o aggiungendo all’immagine  distinti elementi.

 

²Gli schermi  touch screen sono particolarmente adatti alla TGD, in quanto gli utenti possono interagire direttamente con gli oggetti che appaiono sullo schermo, e quindi, senza ricorrere all’intermediazione  del mouse,  trascinarli letteralmente. 

 

 Di tutte le informazioni ricavate da questi primi esercizi  si terrà  conto quando si tratterà di sollecitare gli altri aspetti della mente, e quindi, ad esempio,  negli esercizi mnemonici gli oggetti e i temi  saranno spesso quelli che risultano maggiormente interessanti per l’utente. Converrà inoltre   che tali argomenti siano almeno due, in modo da ridurre il rischio che si convertano in ossessioni. 

 Riassumendo, dunque, sarà conveniente che   sia soprattutto la gratificazione derivante dall’ esercizio, a favorire l’impegno  con cui i pazienti  compiono le distinte attività, piuttosto che il desiderio preponderante  di preservare le proprie capacità  mentali.

  Paradossalmente nella prima fase della demenza si tende ad essere più  consapevoli degli aspetti della mente, di quanto non lo si fosse stati prima dell’inizio della malattia, un po’ come accade riguardo a certi organi interni, che percepiamo solo quando funzionano male. Ciò avviene perché l’attenzione  è sempre attirata  dal cambiamento, e dunque quando in un soggetto  una funzione mentale sta divenendo carente si converte  contemporaneamente in un oggetto privilegiato della sua attenzione. È per il suddetto motivo che all’esordio di una demenza è possibile favorire l’autoconsapevolezza del soggetto, sottolineando l’aspetto positivo di tale processo.

Si ha inoltre  l’opportunità  di   sfruttare questa sensibilità per dirigere l’attenzione del paziente verso percezioni derivanti, ad esempio, dalla consapevolezza del respiro,   che, se nella prima fase della malattia diventano  oggetti  dell’attenzione,      possono rimanere tali  anche con l’aggravarsi dell’ infermità, sono percezioni  la cui componente piacevole  è preponderante, e che quindi   hanno il potere di orientare il soggetto verso una condizione in cui, la maggior parte del tempo è gratificante.

Anche la perdita della memoria potrà essere utilizzata, faciliterà infatti la canalizzazione dell’attenzione su ciò che rimane di ogni esperienza quando il suo ricordo va perso, ovvero una specifica emozione.

Questa unità dell’ osservatore che può sopravvivere al  deterioramento dei suoi elementi costitutivi, deve essere dunque favorita affinché  anche quando il pensiero diventa assolutamente disorganizzato, lo stato emotivo sullo sfondo rimanga sereno. Anche un eloquio assolutamente privo di senso razionale, mantiene infatti, dietro di sé, un substrato emotivo  che cerca espressione, ossia uno stato d’animo che tenta di manifestarsi ricorrendo spesso a parole il cui valore emotivo non va perso,  neanche quando si tratta di  frasi   pronunciate in modo apparentemente anaffettivo. D’atra parte, i pazienti mantengono, anche nelle condizioni più gravi, la capacita di discriminare il contenuto affettivo delle parole che ascoltano.

  È  dunque parallelamente agli obbiettivi e alla consapevolezza degli aspetti,  sin qui   menzionati, che va  perseguita  la stimolazione  dell’attenzione. 

 Di seguito  descriverò alcuni esercizi di TGD diretti alla preservazione delle capacità relative all’attenzione .

1 Variazione del colore:

La costanza dell’attenzione è l’obbiettivo fondamentale di  questo esercizio. In esso l’arterapeuta servendosi di un programma per il foto ritocco digitale creerà dieci fogli,  ognuno  dei quali sarà completamente occupato  da una campitura  di colore diverso da quello degli altri; queste pagine verranno poi sovrapposte una sull’altra  in modo che esista la possibilità di selezionarne  una qualunque tra di esse e  renderla così immediatamente visibile.

 Il compito del  paziente consiste nel rilevare il passaggio da un colore all’altro, mutamenti che verranno prodotti dall’artetrapeuta nel modo meno evidente possibile, ossia muovendo lentamente il  mouse, e usandone uno esterno anche quando si serve di un pc portatile.

In un'altra versione di questo esercizio le campiture sono  mostrate attivando il  comando di Windows “visualizza come presentazione preliminare”, per rendere automatico il passaggio da un colore all’altro. In questa modalità però si perde la possibilità di decidere in tempo reale quale sarà la campitura  successiva, libertà importante quando si vuole adattare immediatamente la difficoltà del compito al livello della prestazione  che il paziente sta  fornendo, producendo passaggi  tra tonalità più o meno simili. 

 

2 Identificazione di aspetti comuni specifici

Questo esercizio ha come scopo principale l’aspetto selettivo dell’attenzione. L’arteterapeuta prepara un fotocollage digitale rappresentante il contesto in cui si svolge  l’attività preferita dal paziente.  Se, per esempio,  tale occupazione consiste nella creazione di oggetti in legno, si produrrà un immagine a più livelli³ rappresentante una falegnameria, e, su ogni livello, si  collocherà un  elemento tipico di questo ambiente, ognuno di dimensioni diverse e alcuni  di uno stesso colore. Osservando l’immagine il paziente dovrà indicare  gli oggetti che  hanno in comune questo aspetto, mentre il terapeuta disattiverà di volta in volta il livello su cui compare l’oggetto individuato facendolo cosi conseguentemente sparire dall’ immagine.

La difficoltà di questo compito può essere regolata  tramite il numero e la piccolezza degli elementi da individuare, l’intensità e la purezza del colore scelto, oppure in base alla loro collocazione.

In un altra versione di questo esercizio si potrà chiedere al paziente di riporre gli oggetti dello stesso colore in un contenitore (creato  su un livello più alto di tutti gli altri) trascinandolo con il  mouse   oppure facendo scorrere il dito sullo schermo, se il monitor è touch  screen.

 

3 Fotocollage con oggetti  fuori luogo.

Questo esercizio è finalizzato alla attivazione di un tipo di attenzione selettiva i cui   oggetti  non consistono  in caratteristiche semplici quali il colore o la forma, ma in entità logiche più complesse,  rilevabili quindi ricorrendo a ragionamenti la cui difficoltà può essere regolata. Anche in questo caso  si parte dalla creazione di  un fotocollage digitale rappresentante un contesto  interessante per il paziente.   Supponendo che l’immagine rappresenti una cucina, la presenza in  questo ambiente di un oggetto inadeguato, quale ad esempio,   una scarpa su un tavolo, potrebbe essere riconosciuta dal paziente come fuori luogo, dati gli  effetti antigienici che produrrebbe  stando li , oppure per la sua inutilità in quel contesto.

 Questi ragionamenti per quanto elementari, rendono più difficile sostenere l’attenzione sul compito dell’esercizio, che consisterà dunque, o nel rilevare oggetti  e comportamenti inappropriati al  contesto, oppure  nell’ individuare quelli collocati in una posizione inadeguata. Questi elementi possono offrire gradi diversi di ambiguità e conseguentemente di difficoltà al loro riconoscimento.

 

 ³Un livello consiste in un foglio di plastica trasparente e virtuale, su cui si possono fissare  uno o più elementi  ritagliati o dipinti digitalmente, e che è possibile rendere visibili o invisibili attivando o disattivando tale livello

 

Gli oggetti  giudicati fuori luogo vanno eliminati disattivando il livello a cui appartengono, oppure  cancellandoli, così come  possono essere resi coerenti con il contesto spostandoli in un'altra area dell’immagine. Il paziente osservando l’immagine ipotizzata, potrebbe, ad esempio, decidere di spostare la  scarpa dal tavolo  al piede   di un personaggio che ne calza solo una.  Un altro  modo per rendere coerenti le immagini può  consistere  nell’integrazione di nuovi elementi.

 

4 Individuazione di un  oggetto che appare in diverse immagini.

In  questo esercizio, l’attenzione selettiva  può avere come obbiettivi principali oggetti più o meno complessi, e, la difficoltà del compito di identificazione, dipende dal fatto  che  essi mantengano o meno costanti i loro distinti aspetti in ogni rappresentazione, così come dai  cambiamenti relativi a posizione, colore, dimensioni e rapporto con gli altri oggetti.

Ovviamente  maggiore sarà  il numero delle variazioni, maggiore diverrà il livello di astrazione dell’elemento e quindi superiore il grado di attenzione richiesto.

 Per facilitare  o complicare  il compito, l’arteterapeuta  potrà   variare i singoli aspetti, o l’ubicazione  dell’ oggetto,  rendendo così più o meno simile questa versione a quella   identificata nell’immagine precedente.

 

5 Immagini sovrapposte.

Il quinto esercizio riguarda  la costanza dell’attenzione; in esso verranno presentate al paziente coppie di immagini sovrapposte, ognuna appartenente ad un  livello diverso. Poi verrà chiesto al soggetto  di mantenere la sua attenzione  focalizzata sull’immagine posteriore, la quale sarà visibile, poiché quella superficiale  verrà resa trasparente.  Il grado di opacità di questa seconda immagine, sarà variato,  dall’arteterapeuta, durante il corso dell’ esercizio in funzione della capacità  di attenzione del paziente. Per verificare in che misura egli è concentrato sull’immagine sottostante,  si effettueranno delle modifiche  su di essa che  l’utente dovrà rilevare.  

In un prossimo  articolo sulla TGD applicata al trattamento della demenza mi occuperò degli altri aspetti della mente.

 

Quale musica per quale handicap? Esperienze di Musicoterapia in un centro per videolesi            

di Rocco Peconio, Musicoterapista

 

L’articolo che segue descrive una delle diverse attività che sono realizzate nell’Istituzione Provinciale Centro Educativo Riabilitativo per videolesi “Gino Messeni Localzo” di Rutigliano, che da oltre 50 anni opera in favore delle persone con minorazione visiva della provincia di Bari.

Nato come scuola speciale per l’istruzione dei ciechi, attualmente il Centro “Messeni” realizza attività articolate in una molteplicità di servizi polivalenti ed aperti sul territorio, finalizzati al recupero funzionale e all’integrazione scolastica, lavorativa e sociale dei minorati della vista, anche affetti da minorazioni aggiuntive, di ogni età e grado, residenti nella Provincia di Bari.

Alcune stanze accoglienti sono occupate da un pianoforte e strumenti musicali, le pareti sono ricche di luce, colori e quadri con sopra disegnati segni musicali e fotografie di bambini; ancora, giochi sonori per ogni età e personale qualificato accoglie le famiglie desiderose di sapere  quali opportunità il centro può offrire ai propri bambini.

Ciò che cattura l’attenzione di un visitatore è l’assenza di spartiti, leggii, biblioteca con libri musicali e spartiti per professionisti. La Musica scritta non ha luogo in queste stanze, non si raggiunge alcun diploma o specializzazione, non ci sono professori di Musica incaricati di giudicare le lezioni.

Nessun partecipante sarà promosso o respinto, nessun concerto eseguito dai professionisti della Musica: pianisti, violinisti e concertisti di ogni settore musicale in queste stanze non eseguiranno musica colta.

La loro esperienza e il loro talento restano muti di fronte a una realtà diversa da quella a cui sono abituati: nessun applauso e riconoscimento finale.

Infatti non sto descrivendo un Conservatorio di Musica o sale da concerto, piuttosto un Centro della provincia di Bari in cui sono accolti ambulatorialmente anche bambini e adulti non vedenti ed ipovedenti pluriminorati.

Il Centro “Messeni Localzo” Centro Provinciale Educativo e Riabilitativo per bambini e adulti affetti da cecità o ipovisione, da oltre un decennio offre ai bambini affetti da pluriminorazione uno spazio sonoro in cui sentirsi “elemento vibrante”, in un mondo spesso dissonante rispetto alle loro richieste.

La stanza accoglie uno spartito “eccezionale”, una musica sorda, strumenti irrisi e qualitativamente scarsi, che non possono far parte dell’orchestra della natura. Come riuscire a rendere musica terminologie come Sindrome di Edwards, sindrome di Wolf-Hirschhorn, retinopatia del prematuro e, soprattutto, a cosa può servire l’approccio musicale a un bambino così diverso, così fragile, così “scordato”?

I genitori accompagnano un fagottino che a stento mostra il suo essere in vita, la sua capacità di emettere piccoli gemiti, di muovere con fatica il proprio petto per dirci che ancora respira.

Anni luce dal genio di Chopin, dal virtuosismo di Listz, dalle geometrie di Bach, dall’opera beethoveniana.

I suoni e la Musica perfetta possono trovare spazio in un luogo di cura e riabilitazione?

Fra timori e desiderio di conoscenza, al bambino eccezionale viene tesa una mano silenziosa ma intonata, come la corda di un violino che vibra per raggiungere l’altro, il bambino disagiato, minorato, isolato.

Ecco che la mano del musicoterapista, accompagnato dalle speranze dei genitori, incontra il corpicino steso sul maestoso pianoforte e, per incanto, l’incontro fra le diverse emozioni diventa dapprima un timido suono, un segnale di speranza affinché tutto non sia irrimediabilmente perduto, infine, come in un crescendo rossiniano, il suono diventa melodia, poi ancora si manifesta con armonie coinvolgenti: il gioco dei suoni diventa Musica e la Musica manifesta il rapporto che si crea tra il musicoterapista, il bambino, i suoi genitori.

Nulla è scritto se non il convincimento che un bambino con pluriminorazioni, senza le pluriminorazioni, è un bambino; egli è un corpo vibrante, risuona nella sua completezza e non resta inerme quando le onde sonore del pianoforte lo investono, ricordandogli che è lui il centro della Musica che nasce, è lui che, in virtù dei suoi movimenti malfermi, detta i ritmi e le cadenze, è grazie al suo gemito che il suono della sua voce diventa respiro, altezza e intensità, infine“canto”.

Il bambino diventa il fulcro di una relazione circolare che coinvolge la propria musicalità, lo stupore dei genitori sempre presenti alle sedute, quando egli reagisce con tutto se stesso agli stimoli sonori, alla capacità del musicoterapista di leggere oltre la sofferenza, oltre il dolore di un bambino.

Attraverso l’uso controllato del suono, adottando le tecniche di improvvisazione musicale in senso clinico, la Musica si lega a uno spartito, un foglio ricco non di note ma di spunti di dialogo, di relazione, di ritmi del corpo martoriato dal dolore di una diversità unica nella sua eccezionalità.

Il musicoterapista legge uno spartito che trova solo nella natura del bambino stesso, nei suoi movimenti avulsi, nello sguardo  assente per gli occhi che non vedono, per un’assenza comunicativa che rende insopportabile il dolore di un papà e di una mamma.

Lo spartito è il volto sofferente del piccolo paziente, spesso abbandonato a se stesso dalle cure della medicina ufficiale perché troppo grave, un peso per i costi della riabilitazione.

Non si arrende il bimbo, però, non si arrendono i suoi genitori, non si arrende il  team del Centro ”Messeni Localzo” e, insieme, iniziamo un percorso riabilitativo che comprende le stimolazioni visive, la psicomotricità, la musicoterapia.

Si esegue Musica per attivare un primo canale comunicativo, un segno tangibile che è possibile comunicare attraverso i suoni, le vibrazioni, il contatto corporeo.

I genitori smettono i panni degli educatori per travestirsi da musicisti disposti a suonare, cantare, muoversi a ritmo di Musica coinvolgendo il proprio bambino in un rapporto insolito, unico, non verbale, “diverso”.

Essi osservano e ammirano risposte insolite, nuove, per certi versi “adeguate” al contesto di relazione circolare: suoni, emozioni e movimento producono cambiamenti quasi impercettibili ma utili nel processo di crescita del piccolo paziente; gli occhi dei genitori scrutano ogni minimo cambiamento nel respiro, nel movimento delle palpebre, nelle apnee che confermano il riconoscimento del silenzio fra tanti rumori.

L’intervento musicoterapico rivendica la propria attendibilità perché riproducibile; la nuova modalità di comunicazione del bambino ripropone l’importanza di rispettare la diversità del bambino, la diversità nel comunicare, la diversità nel rifiutare l’accanimento terapeutico, il diritto di essere se stesso, il diritto di esistere.

Nessun essere umano, per quanto piccolo e disagiato, resta inerme di fronte al vibrare di una cassa armonica di un pianoforte, alla percussione di un tamburo, al canto di una madre.

I suoni penetrano il piccolo corpo, delegando ai residui comunicativi ancora presenti in quel corpo la possibilità  di reagire, di rispondere, di comunicare.

Tutto questo forse non sarà sufficiente a salvare la vita ad alcuni di loro, la Musica accompagna il bambino “eccezionale” in un percorso di vita irto di ostacoli, di vie tortuose, di impedimenti che non sempre sono nel DNA del piccolo, ma nelle richieste di una società che sembra voler dimostrare che si può andare avanti anche senza questi bambini.

Ebbene, la società a cui mi riferisco è una realtà sorda, rigida, incapace di entrare in relazione con un  mondo, quello di un’utenza differenziata, che invece trova nella propria sofferenza il canale comunicativo privilegiato, con gli occhi deboli, con braccia stanche, con la difficoltà del proprio respiro.

Quale mezzo privilegiato può rendere dignitoso ciò che relega il bambino all’angolo del mondo?

Suonare con lui e sottolineare che i  piedini rigidi sono una marcia lenta, il respiro una proposta di canto a più voci, un cuore che batte un valzer lento. Non è poesia, ma arte che si pone al servizio per una migliore qualità di vita del bambino pluriminorato. 

 

Conclusioni

I risultati conseguiti sono stati significativi e rilevanti soprattutto dal punto di vista qualitativo. La maggior parte dei bambini seguiti ha avuto l’opportunità di aprire un canale di comunicazione con l’altro più diretto, più semplice e più adeguato alla propria natura e condizione. Questo ha incoraggiato l’equipe del Centro “Messeni” ad estendere l’attività espressiva di musicoterapia anche agli adulti pluriminorati del Centro Diurno Socio Educativo e Riabilitativo, attuato nel “Messeni” in convenzione con l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ai sensi della Legge 284/97, con lo scopo di migliorare anche la loro qualità di vita, attraverso l’arte della musica, che , come ha egregiamente illustrato il Maestro Rocco Peconio, fa sì che  si possa comunicare anche attraverso  i suoni, le vibrazioni, il contatto corporeo.

(La prefazione e le conclusioni sono a cura della dott.ssa Rosa Pugliese, coordinatrice del Servizio Domiciliare e del Centro diurno Socio Educativo e Riabilitativo per videolesi pluriminorati, attuato presso il “Messeni” di Rutigliano).

 

Donne e Lavoro: un grande divario tra risultati scolastici e pratica lavorativa           

di Patrizia Mattioli, psicologa-psicoterapeuta

 

Prima di iniziare voglio dire due parole su un momento che ha riguardato le donne nella storia della psicologia.

In aree come quelle della psicoterapia, la presenza femminile è stata sempre piuttosto alta, nonostante ciò la psicologia non ha aiutato inizialmente la condizione delle donne. Alcune teorie psicologiche hanno addirittura contribuito a penalizzarla come la psicoanalisi per esempio, che è stata la prima dottrina e forma di psicoterapia.

 

 

Il suo fondatore Sigmund Freud, aveva messo su una teoria fortemente invalidante per le donne giustificata secondo lui, dall’esistenza di una oggettiva inferiorità organica femminile.. Non entro ora troppo nei dettagli della teoria dirò solo che secondo Freud la diversa conformazione fisica (facciamo riferimento alla diversità degli organi sessuali) provocava sentimenti di inferiorità delle bambine nei confronti delle figure maschili, e di disprezzo dei maschi verso le femmine. A questi sentimenti di inferiorità si aggiungeva una forte invidia per  le caratteristiche fisiche maschili, invidia che poteva trovare un’appagamento solo attraverso la maternità.

Questa ipotesi che all’epoca pretendeva di dare una spiegazione sulle caratteristiche psicologiche della femminilità, facendola derivare da un modello maschile, suscitò molte polemiche già all’interno del mondo accademico da parte delle prime psicoanaliste, che misero fortemente in dubbio l’effettiva neutralità del sapere psicoanalitico.

Molti aspetti della teoria di Freud si sono poi dimostrati infondati possiamo dire che la sua è stata una versione leggermente razionalizzata dei pregiudizi patriarcali del suo tempo dovuta anche alle difficoltà personali che egli aveva con le donne.

Nello stesso tempo, anche se involontariamente, Freud favorì le aspirazioni delle donne che volevano diventare psicoanaliste, infatti nel 1910 quando alla Società Psicoanalitica di Vienna si pose il problema dell’ammissione o meno delle donne, egli si dichiarò favorevole, e fù uno dei pochi a farlo. Era convinto che le donne potessero essere più brave dei colleghi maschi a scavare nei primi anni di vita di un paziente e gestire meglio di loro i processi di transfert. Sembrava un riconoscimento da parte di Freud, in realtà era l’espressione del suo sottile pregiudizio antifemminista: egli riconosceva che un’analista era brava nel ruolo a cui la biologia l’aveva destinata.

 

Oggi la psicologia e soprattutto la psicoterapia sono tra i settori in cui la donna è maggiormente presente anche se è ancora difficile trovare  donne alla dirigenza delle diverse aree del mondo accademiche, questo è in linea con i dati delle numerose ricerche sul rapporto tra donne e lavoro dalle quali emerge che:

- le donne si laureano più degli uomini ma lavorano meno di loro;

- quelle che lavorano vengono pagate meno dei colleghi uomini;

- quelle che lavorano raggiungono più raramente posizioni di potere.

Da una parte possiamo dire che l’attuale posizione professionale femminile rappresenta un’evoluzione nella condizione lavorativa della donna dal momento che fino a pochi anni fa si discuteva sul diritto delle donne al lavoro, mentre oggi si discute sul diritto delle donne a posizioni di potere. D’altra parte ci dobbiamo domandare se l’atteggiamento nei confronti del lavoro femminile è sufficientemente cambiato e ci si pone il problema di spiegare uno  stato di cose che sembra rimandare comunque un’immagine di donna penalizzata, non riconosciuta dal mondo del lavoro.

Viene naturale attribuire il fenomeno ai tradizionali pregiudizi maschili e al mondo professionale tendenzialmente maschilista.

Non possiamo negare che ci siano fenomeni discriminatori verso il lavoro femminile, che però da soli non sono sufficienti a spiegare l’enorme divario che poi notiamo, ed è meglio vedere le cose come il risultato di una reciprocità tra atteggiamenti maschili e  femminili. Reciprocità in cui le donne evidentemente contribuiscono a mantenere il quadro.

Quali atteggiamenti femminili allora, colludono con le attuali condizioni di lavoro?

A livello individuale ovviamente gli aspetti possono essere i più diversi, sul piano generale però io vorrei parlare soprattutto di due: da una parte la tendenza femminile ad aderire ad un punto di vista esterno, dall’altra il dover fare i conti con i propri sentimenti.

 

Non è una novità il fatto che le donne che lavorano hanno sempre l’impressione di dover dimostrare qualcosa: di saper fare, di essere in grado di tenere il ritmo e il livello di lavoro. A parità di condizioni la donna fatica il doppio per guadagnarsi la fiducia e il riconoscimento con il senso spesso di non aver fatto abbastanza, l’uomo lo dà più per scontato. Naturalmente non sempre è così e possiamo trovare la donna più sicura e determinata e l’uomo che si sente insicuro e incapace ma sui grandi numeri sappiamo che le tendenze sono quelle che ho detto.  Atteggiamenti di questo tipo chiamano in causa il senso di autostima, il sentirsi o non sentirsi all’altezza della situazione,  i sentimenti di inferiorità e inadeguatezza professionale (a volte lo sappiamo, non solo sul lavoro). E’ comprensibile che un simile stato di cose favorisca un minor desiderio di esposizione delle donne, una minore volontà di mettersi in ballo a vari livelli. Ma andiamo oltre, facciamo ipotesi sull’origine di questa vissuta insicurezza?

Anche qui non voglio entrare nel discorso individuale, ma fare un discorso più generale: dire che le donne si sentono insicure o inadeguate a causa degli uomini sembra  un atteggiamento piuttosto riduttivo che non tiene conto della complessità e specificità femminile e della reciprocità come dicevo, che si è stabilita nel corso del tempo tra i due sessi.

Senza entrare nel merito dell’educazione ricevuta, né dei condizionamenti culturali e sociali, voglio porre l’accento sul mondo lavorativo in cui si sono trovate e si trovano a barcamenarsi le donne. Un mondo improntato sulla competitività, sul valore dato ai numeri e alla produttività, alla potenza fisica, sulla considerazione del lavoro come asse centrale dell’identità personale, sulla rinuncia al proprio tempo e spazio.

Sono aspetti in cui generalmente il femminile si rispecchia meno. Ciò nonostante, le donne si sono adeguate alle modalità esistenti, trovandosi a competere su fronti che non gli appartenevano e non gli appartengono.

Senza rendersene conto dunque le donne hanno accettato di vedere il mondo al maschile di aderire ad un punto di vista esterno come dicevo, portando ancora pochi sostanziali cambiamenti nel mondo del lavoro, diventando a volte la brutta copia degli uomini, i sentimenti di insicurezza sembrano coerenti con questo scenario.

Potremmo dire che non si poteva fare altrimenti, che per cambiare le regole le donne se ne dovevano, se ne debbano impossessare entrando nel sistema per cambiarlo da dentro, ma ormai abbiamo capito che non si tratta solo di cambiare le regole ma anche anzi soprattutto di integrare le modalità maschili con quelle femminili, entrambe importanti, per favorire quello sviluppo sul piano lavorativo e sociale ormai necessario nella nostra società.

 

Le condizioni di lavoro ci portano al secondo punto della nostra analisi,  la necessità per le donne di fare i conti con i propri sentimenti.

Il lavoro in generale e in maggior misura il lavoro a livelli dirigenziali richiedono una certa disponibilità di tempo e inevitabilmente significano  restringere lo spazio di altre aree della vita, fare molte rinunce sul piano umano, affettivo, relazionale questo è un aspetto più evidente per una donna quando si trova a vivere la maternità. Molte donne decidono di lasciare o sospendere il lavoro o di rifiutare la possibilità di un avanzamento di carriera proprio in concomitanza con la nascita dei figli, e non mi riferisco solo alle donne che si trovano da sole a  far quadrare l’impegno familiare con quello lavorativo ma anche alle donne che godono di tutti gli aiuti e i sostegni necessari che ad un certo punto si trovano ad un bivio. Di fronte alla scelta tra lavoro e affetti molte donne scelgono gli affetti, non avendo  dubbi su quale sia la priorità per loro in quel momento. Spiegare il fenomeno come la semplice mancanza di servizi a sostegno del lavoro femminile è secondo me un modo molto concreto, direi maschile, di vedere le cose. Quello di cui dobbiamo renderci conto è che le donne vogliono mantenere questo ruolo, ed è il mondo del lavoro che si deve adeguare, perché questa predisposizione femminile ha un importante valore sul piano evolutivo.

    John Bowlby, psicoanalista inglese del ventesimo secolo, teorico dell’attaccamento ci aiuta a capire. Egli ci spiega l’importanza per un neonato di avere una figura di accudimento stabile che stimoli il sistema dell’attaccamento. Ci dice anche però che al bisogno di attaccamento del bambino corrisponde un bisogno di accudimento della madre. Il sistema di accudimento è  reciproco a quello dell’attaccamento. Il suo scopo è la cura del bambino ed è attivato da segnali di richiesta di conforto e protezione emessi dal piccolo, o dalla percezione della sua fragilità. Le emozioni che accompagnano l’attivazione del sistema vanno dall’ansiosa sollecitudine, alla compassione, alla tenerezza protettiva fino alla colpa per il mancato accudimento. Avere un figlio significa ed è il risultato dell’attivarsi del sistema dell’accudimento. A volte una donna se ne rende conto solo nel momento in cui diventa madre.

    Possiamo comprendere, se non l’abbiamo vissuto personalemente, che sia molto difficile per una mamma, rinunciare ad occuparsi dei figli al di là di qualsiasi aspettativa e pregiudizio esterno. Magari è più facile evitare: alcune donne per non dover scegliere decidono di non fare figli o di averne uno piuttosto che due o tre e questa è una grave perdita sia per se stesse che per la società.

 

Tornando dunque al tema iniziale sul divario tra livello culturale raggiunto e ruoli di potere femminili, da quanto detto possiamo sicuramente trarre una conclusione: le attuali condizioni lavorative sono molto poco attraenti per le donne. Qualsiasi soluzione deve prevedere condizioni alternative, valide dal punto di vista femminile e alla fine utili alla società. 

 

Costruire un'associazione di psicologi e perché: limiti e possibilità

di Maria Letizia Rotolo, psicologa-psicoterapeuta

 

Associazione tra professionisti

 

1. Il lavoro autonomo

 

Sotto l’albero del lavoro autonomo, disciplinato dall’art. 2222 del C.C. (“Quando una persona si obbliga a compiere verso un corrispettivo un’opera o un servizio con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente, si applicano le disposizioni del presente capo..”) non ci sono solo avvocati, commercialisti, architetti e medici, ma anche artisti di strada, attori e procuratori sportivi.

Non è poi così raro che giovani avvocati o commercialisti vogliano, dopo qualche anno da lavoratore dipendente, avviare uno studio professionale. Più raramente tra psicologi.

 

Nell’ambito delle attività di lavoro autonomo si possono inoltre distinguere: le professioni libere, cioè quelle svolte senza alcuna formalità e senza necessità d’iscrizione ad alcun albo (ad esempio artisti, pubblicitari eccetera); le professioni protette, cioè quelle il cui esercizio è subordinato al superamento d’un esame d’abilitazione ed alla successiva iscrizione in appositi albi, ordini od elenchi (psicologi, avvocati, giornalisti, notai, medici, ecc.); il lavoro autonomo occasionale, vale a dire qualsiasi attività esercitata in modo sporadico al di fuori di rapporti a carattere unitario e continuativo, i contratti di lavoro a progetto (in precedenza denominati come collaborazioni coordinate e continuative) che si riferiscono ad attività a contenuto intrinsecamente artistico o professionale, svolte senza vincolo di subordinazione, ma in modo adeguato alle esigenze del committente nell’ ambito di un rapporto unitario e continuativo, senza impiego di mezzi organizzati e con un compenso periodico prestabilito.

 

1.2    Svolgimento in forma individuale o associata

 

Per chi decide di esercitare in maniera abituale un’arte o professione, si pone da subito iI problema di stabilire se organizzarsi in forma individuale, associata o, quando ammesso, in forma associata o societaria.

Esordire nel mercato del lavoro (autonomo) da soli vuol dire sobbarcarsi di tutti gli oneri, primo fra tutti quello d’acquistare computer, mobilio, arredamento ed attrezzature necessarie all’espletamento della singola specifica attività. Di regola occorrerà poi reperire i locali dove esercitare la professione, stipulando il relativo contratto di locazione. Molte volte sarà necessario inoltre assumere personale (segretarie, collaboratori ecc.).

Se lavorare da soli ha l’innegabile pregio di non dover condividere con altri decisioni (e profitti), l’associazione professionale presenta invece il vantaggio di dividere le spese di gestione, il che soprattutto nella fase iniziale dell’attività non guasta.

Inoltre associarsi vuol dire anche confrontarsi con altri colleghi sulle singole problematiche che di volta in volta si presentano.

Senza contare che al giorno d’oggi l’associazione rappresenta molte volte lo strumento migliore per essere competitivi sul mercato.

 

Perché lo studio associato? L’unione fa la forza.

 

a)    multidisciplinarietà e specializzazione – miglior servizio al cliente

 

La complessità dei singoli casi che si prospettano allo psicologo, oltre alla necessità del continuo aggiornamento, rendono quasi indispensabile un’adozione di sinergie tra più professionisti. Più specializzazioni, più riferimenti con colleghi di diversa formazione si traducono in un arricchimento personale e professionale che – sia nell’ottica del rapporto personale terapeuta/cliente, sia in un’ottica di studio e di ricerca – si traduce in una migliore prestazione.

 

b)    per coprire più piazze (estensione territoriale)

 

La collaborazione di più professionalità e più specializzazioni si traducono anche, ovviamente, non solo nella possibilità di offrire un miglior servizio, ma di poterlo offrire anche in una maggiore area territoriale, perché la struttura “c’è”-

 

c)    “paracadute” per gli eventi negativi della vita e della professione

 

L’unione fa la forza. Quante volte, problematiche familiari ci costringono a fare delle scelte tristi e dolorose, per noi, per i nostri pazienti e per altri clienti? Facciamo solo qualche esempio, tra i più frequenti:

-    la malattia grave di un congiunto e la conseguente necessità di doverlo assistere;

-    la maternità: quante professioniste riescono a far coincidere impegni professionali ed impegni familiari?

-    una situazione di particolare crisi dovuta a vari fattori nel nostro ramo specialistico con conseguente grave riduzione del numero degli incarichi.

Tutti questi casi e molti altri in genere provocano un drastico e pericoloso rallentamento della vita professionale, se non addirittura una sua “sospensione temporanea” con gravi ripercussioni - non difficili da immaginare - sia di carattere economico, sia di carattere… psicologico!

Ecco, quindi, la funzione di “paracadute” dello svolgimento dell’attività in forma associata: lo studio va avanti, comunque, se ho qualche problema, c’è sempre qualcuno che, in qualche modo, “continua” anche per me. La struttura continua ad esistere, mi solleva da qualche incombenza e mi aiuta nell’organizzazione della mia vita professionale.

 

d)    per far crescere i giovani che possono confrontarsi con stili e competenze diverse

 

Quanti di noi, specialmente all’inizio della professione, non hanno sentito la necessità di un continuo scambio d’idee, sensazioni ed esperienze lavorative?

Il continuo bisogno di crescere professionalmente ed umanamente è sempre uno scopo da perseguire individualmente, ma è altamente più gratificante e meno faticoso se perseguito insieme ad altri colleghi.

 

e)    per poter affrontare la concorrenza Europea e/o internazionale che ha creato modelli che solo schemi associativi possono reggere

 

Non esiste solo l’aspetto “clinico” dell’attività di psicologo, ma anche quello di studio, indagine e ricerca. Una maggiore crescita professionale avviene più facilmente anche attraverso alla collaborazione di più professionisti.

A conforto di questa tesi si vedano anche gli “incentivi per l’aggregazione” che erano previsti dalla legge n. 244/2007 (Finanziaria 2008) e solo per il periodo 2008-2010 in attesa dell’autorizzazione della Commissione Europea.

 

f)    per poter integrare nella struttura professioni che non appartengono al “core business”

 

Più specializzazioni, più rami in una stessa organizzazione.

 

g)    per consentire un alto grado d’informatizzazione

 

E’ indispensabile per lo studio e la ricerca la possibilità di “catalogare” casi, studi, test psicologici, eseguire statistiche ecc.

Ferma restando la non trascurabile utilità anche nella parte più prettamente amministrativa dell’associazione (parcellazione, liberatorie varie ecc.).

E’ chiaramente individuabile il vantaggio di condividere hardware e le banche dati interne di più professionisti.

 

 

h)    per educare i clienti ad avere fiducia nello studio come “istituzione” (senza peraltro spersonalizzare il rapporto)

 

Il rapporto con il cliente è quasi nella totalità dei casi del tutto personale e basato sulla fiducia che questi ripone verso il professionista di riferimento. Spesso è difficile, se un cliente è “abituato” a rivolgersi al dottor Rossi, convincerlo ad accettare un rapporto con lo Studio Associato di Psicoterapia dei dottori Rossi, Bianchi e Neri.

E’ anche utile, secondo me, che il paziente – nel caso di psicoterapia singola – non percepisca lo Studio Associato come “altro” dal proprio terapeuta, ma come “istituzione” a garanzia proprio della qualità, della preparazione e dell’interesse “personale” di quest’ultimo.

 

i)    perché il confronto continuo arricchisce e conforta

 

Repetita iuvant. Il confronto continuo non fa che stimolare ed evita una fossilizzazione nelle proprie convinzioni, mantiene la mente aperta e ricettiva e… conforta!

Sì, proprio così, conforta. E non è cosa da poco conto visto il disagio che può provocare l’essere da solo con il proprio paziente.

 

j)    perché è bello costruire, crescere e vivere la vita professionale assieme ad altri

 

 

 

1.3    L’associazione professionale

 

Da un ambito più teorico sul lavoro autonomo e sul suo esercizio in forma associata, veniamo alla parte più tecnica per cercare di meglio comprendere che cosa sia l’esercizio della professione in forma associata e che cosa sia e che cosa s’intende, nella fattispecie, per associazione.

 

Espressamente consentita dalla legge 1815 del 1939, è una mera modalità d’esercizio in comune d’una determinata attività professionale.

Non viene ad esistenza un nuovo soggetto ma ciascun professionista conserva la propria individualità sia nei rapporti con i clienti, sia quanto ai doveri, sia, ancora, quanto ai rapporti con l’Ordine d’appartenenza.

L’associazione produce effetti nei rapporti interni quanto alla ripartizione degli utili e delle spese tra gli associati.

Nell’ambito del rapporto che s’instaura tra il cliente ed i professionisti associati si presume che ciascun professionista, nell’espletamento dell’incarico, agisca, oltre che per sé, anche per gli altri, secondo il principio della rappresentanza reciproca (art. 1723 c.c.).

E’ importante ricordare bene che l’associazione professionale non può configurarsi come un’associazione non riconosciuta (ad es. ONLUS od altre organizzazioni no-profit di cui oggi si sente tanto parlare per le loro meritorie attività): non solo perché lo scopo perseguito è di natura economica e non ideale, ma anche perché l’associazione non riconosciuta è un soggetto di diritto distinto dalle persone degli associati (che opera a favore degli associati e non solo), centro autonomo d’imputazione di rapporti giuridici (ancora una volta, altrimenti, si verificherebbe quel fenomeno di “spersonalizzazione” dell’attività che contrasta insanabilmente con il principio della personalità nell’assunzione del contratto d’opera).

 

In conclusione, l’associazione professionale si configura come contratto associativo atipico senza rilievo reale, avente ad oggetto:

 

a)    l’obbligazione di tutti i professionisti aderenti al contratto di cooperare all’attività degli altri associati;

b)    l’obbligazione di ripartire internamente secondo quote prefissate i compensi percepiti;

c)    l’assunzione in solido delle obbligazioni strumentali all’esercizio dell’attività, da suddividersi nei rapporti interni secondo criteri predeterminati;

d)    l’acquisto in comunione dei beni necessari allo svolgimento della professione intellettuale.

 

1.4 L’attività dei professionisti

 

L’attività dei professionisti intellettuali non è legislativamente considerata come attività imprenditoriale: infatti, mentre l’impresa nello svolgere la sua attività economica assume obbligazioni cosiddette di risultato, nel senso che si obbliga a fornire ai terzi un’entità determinata nel suo contenuto (ad esempio, l’appaltatore che si obbliga a costruire una casa, deve consegnare l’opera nei termini previsti dal contratto), l’obbligazione del professionista intellettuale non è di risultato, bensì di mezzi, nel senso che lo stesso non è tenuto a raggiungere un risultato predeterminato a priori, ma solo a svolgere la sua attività con il massimo della diligenza professionale (ad esempio l’avvocato non è tenuto a far vincere la causa del suo cliente).

L’esercente una professione protetta (cioè iscritto in appositi albi o elenchi quale ad esempio: psicologo, avvocato, notaio, farmacista, ragioniere…) agisce in base allo schema del contratto d’opera secondo cui “una persona si obbliga a compiere verso un corrispettivo un’opera o un servizio, con il lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente” (art. 2222 c.c.).

Le norme che non consentono a due o più professionisti di creare una società sono contenute nella legge 23 novembre 1939, n. 1815.

L’art. 1 così dispone: “le persone che, munite dei necessari titoli d’abilitazione professionale, ovvero autorizzate all’esercizio di specifiche attività in forza di particolari disposizioni di legge, si associano per l’esercizio delle professioni e delle altre attività per cui sono abilitate e autorizzate, debbono usare nella denominazione del loro ufficio e nei rapporti coi terzi, esclusivamente la dizione di studio tecnico, legale, commerciale, contabile amministrativo, tributario, seguito da nome e cognome, coi titoli professionali, dei singoli associati”.

Il vincolo d’associazione, cui la norma fa riferimento, può riguardare la comunione di mezzi (locazione in un comune di un medesimo locale, l’assunzione in comune dei medesimi impiegati, l’utilizzazione di comune attrezzatura); può anche riguardare la collaborazione fra professionisti nell’esercizio della professione e la divisione dei guadagni che ne derivano, ad esempio più psicologi studiano in collaborazione i casi che ciascuno di essi riceve e dividono fra loro i compensi che ciascuno di essi percepisce: in questo secondo caso si potrà parlare di rapporto di reciproca associazione in partecipazione.

L’art. 2 della citata legge vieta in modo esplicito di “costituire, esercitare o dirigere, sotto qualsiasi forma diversa da quella di cui al precedente articolo, società, uffici, agenzie od enti, i quali abbiano lo scopo di dare, anche gratuitamente, ai propri consociati od ai terzi, prestazioni di assistenza o consulenza in materia tecnica, legale, commerciale, amministrativa, contabile o tributaria”.

Dall’analisi delle due norme soprariportate, nasce il divieto tassativo all’esercizio in forma societaria di qualsiasi attività professionale protetta; dalle affermazioni precedenti è possibile rilevare i seguenti corollari:

- i professionisti in base alle norme di cui sopra, qualora intendano svolgere l’attività professionale in comune debbono utilizzare la forma giuridica dell’associazione tra professionisti;

- è vietato esercitare l’attività professionale sotto qualsiasi forma giuridica prevista per l’esercizio dell’attività economica (società in nome collettivo, società in accomandita semplice ecc.);

- l’associazione deve essere nota ai terzi utilizzando la denominazione di studio tecnico, legale e commerciale.

Anche la giurisprudenza più autorevole si è espressa in questo senso: in particolare la Cassazione civile, sez. I, 12 marzo 1987, n. 2555 ha statuito che “fra esercenti professioni protette non può essere costituito alcun tipo di società e ciò perché l’attività professionale non è attività economica d’impresa, per contrasto sia al precetto dell’esecuzione personale della prestazione che con il disposto degli artt. 1 e 2 della legge n. 18 15/1939”.

La giurisprudenza ha sempre ritenuto che i due predetti articoli della legge n. 1815/1939 si applicano esclusivamente alle professioni cosiddette protette ossia alle professioni per l’esercizio delle quali è necessario un titolo di specifica abilitazione ed un’apposita autorizzazione e tendono ad impedire, a tutela dei terzi e dell’interesse della collettività, che le predette professioni siano svolte comunque da persone non legittimate e perciò non provviste della necessaria preparazione tecnica; a tale discorso si aggancia l’art. 348 del codice penale il quale sanziona che l’esercizio abusivo delle professioni protette per difetto d’iscrizione del professionista all’albo costituisce la nullità dei contratti di opera professionali.

Può avvenire che persone non provviste della necessaria abilitazione intraprendano l’esercizio di professioni riservate associandosi con persone legittimate e, quindi, usufruendo dell’abilitazione o dell’autorizzazione di queste ultime.

Come conseguenza, i contratti che si pongono in contrasto con le norme della legge n. 1815/1939 sono da considerarsi nulli ai sensi dell’art. 1418, comma 1, c.c. (così Cass., sez. I, 12 marzo 1981, n. 2555).

In conclusione, l’esercizio di una professione protetta può essere svolto esclusivamente nella forma giuridica dello studio associato.

L’esercente la professione protetta (psicologo, avvocato, dottore commercialista, ecc.) non potrà associarsi con un soggetto che svolga una delle professioni non protette (ad esempio esperto pubblicitario), né tantomeno potrà costituire una società.

Analogamente, due soggetti esercenti professioni protette non potranno costituire una società ma solamente un’associazione.

Qualora l’attività professionale esercitata non sia compresa fra quelle protette sarà possibile costituire alternativamente:

- un’ associazione professionale;

- una società (di persone o di capitali).

In quest’ultima ipotesi si determina la formazione d’un soggetto che è ben diverso da quello professionale, poiché vi è la creazione di un’impresa, con tutto ciò che ne discende (reddito, responsabilità ecc.).

L’associazione professionale si configura come una particolare fattispecie di società semplice.

Infatti, da un punto di vista civilistico l’associazione altro non è che una società che, anziché svolgere un’attività agricola o comunque non commerciale, ha per oggetto l’esecuzione di un’attività professionale.

Mediante la costituzione di un’associazione professionale due o più persone conferiscono beni e servizi per l’esercizio in comune di un’attività professionale; la determinazione del reddito avviene secondo il criterio di cassa (incassi meno pagamenti) e non in base alla regola prevista per le altre società secondo il criterio di competenza.

 

1.5 Il contratto di un’associazione professionale

 

Il contratto di un’associazione professionale può essere modellato sulla base di quello della società semplice, che non è soggetto a forme speciali, salvo quelle richieste dalla natura dei beni conferiti (ad esempio, con beni immobili è necessario l’atto pubblico o la scrittura privata autenticata).

Se la partecipazione è in parti uguali è sufficiente una scrittura privata registrata per dare data certa, se la partecipazione non è in parti uguali è necessaria una scrittura privata autenticata od atto pubblico.

Il contratto può essere anche verbale: vi può essere un accordo non scritto ed anche tacito o per fatti concludenti.

La conseguenza è che tra i professionisti nasce l’associazione senza la necessità di alcun tipo di pubblicità. Lo studio associato in ogni caso non deve essere iscritto all’ufficio del Registro delle imprese presso la Camera di Commercio.

 

1.5.1 I conferimenti

 

Gli associati sono obbligati a conferire quanto indicato nel contratto sociale; nel caso di mancata determinazione dei conferimenti nel contratto si presume che i soci si siano obbligati ad effettuarli in parti uguali nel limite necessario per il conseguimento dell’oggetto sociale.

Quando i conferimenti non sono indicati nel contratto sociale, il loro ammontare è determinato con riferimento:

- al momento della conclusione del contratto sociale;

- alla specifica attività che i soci decidono di esercitare.

Accade frequentemente che nelle associazioni non vi sono conferimenti di capitale da parte degli associati. In questo caso i conferimenti si traducono nelle prestazioni di servizi che gli associati si obbligano a svolgere giornalmente presso lo studio; anzi è bene precisare che tale componente (l’attività svolta da ciascun associato) deve assolutamente verificarsi ,a altrimenti non è valido il rapporto associativo intercorso in quanto contrario alle prescrizioni della legge n. 1815/1939.

Nel rispetto del limite anzidetto, i soci possono conferire denaro, beni in natura, crediti e qualsiasi altro diritto anche di godimento, atto ad essere utilizzato nell’attività sociale.

Possono quindi essere oggetto di conferimento, ad esempio, beni mobili o immobili, materiali o immateriali (brevetti, marchi ecc.), oltre alle prestazioni d’opera.

Si ritiene che non sia possibile il conferimento di un’azienda; tale fattispecie, infatti, conduce molto probabilmente alla nascita di una società commerciale.

 

1.5.2 Le modifiche del contratto sociale

 

Le regole previste per la società semplice sono direttamente applicabili all’associazione professionale: per le modificazioni del contratto di associazione occorre il consenso di tutti gli associati, se non è convenuto diversamente nel contratto.

In alternativa al consenso unanime, frequentemente viene previsto nel contratto sociale che le modifiche sono assunte con il consenso della maggioranza degli associati.

Altre possibilità sono quelle di rimettere le modifiche del contratto sociale ad un terzo arbitratore o a una minoranza di soci.

Quindi, può essere previsto nel contratto che la modificazione di esso sia rimessa alla maggioranza dei soci o anche a un terzo o addirittura ad un singolo socio.

Costituiscono modificazioni del contratto le variazioni:

- oggettive, che riguardano cioè singole clausole che regolano la vita della società;

- soggettive, concernenti, ad esempio, la cessazione della qualità di socio, il trasferimento di tale qualità in capo ad un altro soggetto, l’ingresso di nuovo socio nella società.

 

1.5.3 Gli associati

 

Con la stipulazione del contratto d’associazione professionale i contraenti assumono la qualità di associati.

Per effetto del contratto gli associati assumono una molteplicità di situazioni giuridiche attive e passive, che rilevano sia nei rapporti tra i soci stessi sia nei confronti dei terzi.

Si tratta:

1) degli obblighi relativi:

- all’effettuazione dei conferimenti;

- al divieto di servirsi a fini personali, delle cose sociali senza il consenso degli altri soci;

- al divieto di concorrenza;

- all’esercizio dell’attività professionale in forma individuale (clausola eventualmente prevista nel contratto, che può essere limitata in vari modi);

2) dei diritti relativi:

- all’amministrazione della società (come regola, spetta a ciascun socio);

- all’ espressione della propria volontà tutte le volte che il contratto sociale o la legge lo prevedono;

- all’ottenimento dagli amministratori di notizie dello svolgimento degli affari sociali;

- alla consultazione dei documenti relativi all’amministrazione;

- alla liquidazione della quota in caso di recesso o a causa di morte (e anche nel caso di invalidità permanente se lo prevede l’atto costitutivo);

- alla richiesta di rendiconto;

- agli utili.

 

1.5.4 L’amministrazione dell’associazione

 

L’amministrazione dell’associazione è regolata secondo le modalità previste per la società semplice.

Giova qui ricordare che nella prassi l’amministrazione e la rappresentanza dell’associazione sono affidate a ciascun associato con pieni poteri, realizzando così un’amministrazione disgiuntiva a tutti gli associati. Questa modalità è anche la regola prevista dal codice civile; tutte le fattispecie d’amministrazione costituiscono un’eccezione, per la cui validità è necessaria l’indicazione espressa nel contratto associativo.

Per quanto attiene alla nomina degli amministratori si ritiene che non sia possibile nominare soggetti estranei alla società.

Gli amministratori devono essere nominati attraverso il contratto sociale o, in mancanza, vale l’art. 2257, del codice civile, secondo cui l’amministrazione spetta a ciascun socio in maniera disgiuntiva. Anche nell’associazione professionale la nomina degli amministratori può avvenire anche con atto separato.

 

1.5.5 La partecipazione agli utili e alle perdite

 

Il diritto dell’associato al rendiconto si collega al diritto di ciascun associato a percepire gli utili risultanti dal rendiconto approvato; non occorre una precisa delibera di distribuzione degli utili è sufficiente la semplice approvazione del rendiconto.

Le quote spettanti agli associati sugli utili e sulle perdite sono previste dal contratto sociale.

Normalmente la ripartizione avviene in proporzione all’effettiva attività lavorativa esercitata presso l’associazione.

A tale proposito si evidenza che nei contratti d’associazione professionale, essendo di notevole importanza lo svolgimento dell’attività professionale, viene prevista una regolamentazione particolarmente precisa con riferimento allo svolgimento dell’attività, quali ad esempio:

- la previsione di orari, di ferie ecc;

- la regolamentazione degli impegni lavorativi esterni all’associazione professionale;

- l’utilizzo di collaboratori professionali esterni.

Nel caso in cui il contratto non disponga nulla per quanto concerne la ripartizione degli utili e delle perdite, le regole da seguire sono le seguenti:

- le quote negli utili e nelle perdite si presumono uguali;

- qualora il valore dei conferimenti non è determinato dal contratto, le parti si presumono uguali;

- se è determinata la sola parte di spettanza degli utili si presume che la stessa sia riferita anche alle perdite;

- se il contratto sociale non qualifica la quota di partecipazione agli utili e in presenza di conferimenti d’opera, la misura della partecipazione è fissata dal giudice secondo equità.

N.B. Non è previsto normativamente l’obbligo della tenuta delle scritture contabili per le associazione professionali, così come, invece, avviene per gli imprenditori commerciali.

È civilisticamente sancita la sola predisposizione di un rendiconto, senza specificare né la struttura, né i criteri di valutazione dello stesso, né il termine entro il quale debba essere presentato dagli amministratori agli altri soci.

L’obbligo del rendiconto presuppone la tenuta di una contabilità, tuttavia, nell’associazione, ai fini:

- civilistici, la contabilità non è obbligatoria;

- fiscali, è prevista seguendo le modalità diverse a seconda dell’ammontare dei ricavi e in alcuni casi dell’attività svolta (si pensi allo studio medico che può essere esentato da alcuni adempimenti IVA).

 

1.5.6 La rappresentanza della società

 

L’ amministrazione dell’associazione non coincide necessariamente con la rappresentanza della società:

- la prima consiste nella direzione e nella gestione degli affari sociali ed ha quindi rilievo nei rapporti con gli associati;

- la seconda attiene ai rapporti con i terzi e consiste nell’ attività mediante la quale l’associazione acquista diritti e assume obblighi.

Se il contratto sociale nulla dispone, la rappresentanza:

- spetta disgiuntamente a ciascun socio amministratore; se il contratto non stabilisce i soci amministratori, tutti i soci amministratori hanno la rappresentanza della società;

- si estende a tutti gli atti che rientrano nell’oggetto sociale.

L’associato rappresentante (o gli associati rappresentanti) può conferire ad un altro socio o ad estraneo un mandato con rappresentanza per determinati atti o anche una procura generale, ma risponderà sempre personalmente verso i terzi.

Strettamente collegata alla rappresentanza negoziale è la rappresentanza processuale che è regolata allo stesso modo.

 

1.5.7 La responsabilità per le obbligazioni sociali

 

Per le obbligazioni sociali rispondono:

 

- in primo luogo, l’associazione con il suo patrimonio;

- in seconda battuta, personalmente e solidalmente gli associati che hanno agito in nome e per conto della società;

- infine, tutti gli altri associati, salvo patto contrario.

La responsabilità è quindi inderogabile per gli associati che hanno agito, mentre per gli altri può essere esclusa.

Sono estensibili ancora una volta all’associazione professionale le regole a proposito della società semplice, anche per quanto riguarda la responsabilità delle obbligazioni sociali.

Qualora vi sia l’ingresso nella compagine associativa d’un nuovo socio, sia che entri a far parte di una associazione già costituitasi aggiungendosi agli altri o che subentri a un altro associato, risponde delle obbligazioni assunte dall’associazione prima del suo ingresso in società.

Gli associati uscenti, invece, rispondono delle obbligazioni sociali fino al giorno in cui si verifica lo scioglimento.

 

1.5.8 Lo scioglimento del rapporto sociale e le pattuizioni del contratto sociale

 

Le più importanti cause di scioglimento del rapporto associativo rispetto ad un associato sono la morte, il recesso e l’esclusione.

Nel momento della costituzione dell’associazione tali cause possono essere regolamentate nel contratto associativo.

Il codice civile, a proposito della società semplice, stabilisce come regola generale che la morte di un socio non implica né lo scioglimento della società né la continuazione della società con gli eredi, ma comporta la risoluzione del rapporto, con l’obbligo a carico della società di liquidarne la quota.

Il contratto sociale può disporre diversamente, prevedendo ad esempio la continuazione o lo scioglimento della società.

Nel caso in cui il patto sociale non abbia previsto una particolare regolamentazione, i soci superstiti possono:

- sciogliere la società con accordo unanime; in tal caso gli eredi del socio defunto hanno diritto ad una somma di denaro che rappresenti il valore della quota;

- continuare la società con gli eredi che devono dare il loro assenso; la quota di partecipazione del defunto viene frazionata fra gli eredi.

N.B. Nell‘associazione professionale, stante la particolare disciplina che richiede la qualifica professionale specifica (per uno studio di medici, anche gli eredi dell’associato defunto dovranno essere iscritti all’albo dei medici per entrare nello studio), il contratto associativo generalmente prevede l’entrata automatica degli eredi nell’associazione e quindi la liquidazione della quota loro spettante.

 

1.5.9 Altre indicazioni del contratto sociale

 

Oltre a quelle già viste vi sono altre indicazioni che possono essere riportate nel contratto associativo: la ragione sociale, l’oggetto sociale, la sede ed eventualmente quelle secondarie e la durata.

- La ragione sociale - Nell’ambito dell’associazione professionale non esiste l’obbligo di indicazione nel contratto della denominazione sociale.

Tuttavia, l’indicazione della denominazione dell’associazione:

- può comunque essere indicata nel contratto;

- deve essere utilizzata nei rapporti con i terzi, rispettando così l’obbligo sancito dalla legge 18 15/1939.

Inoltre, la citata legge prevede che nella denominazione deve essere obbligatoriamente utilizzata la dizione studio tecnico, legale, commerciale, contabile seguito dal nome e cognome, con i titoli professionali dei singoli associati.

- L’oggetto sociale - Il contratto associativo potrebbe, almeno in linea teorica, non riportare l’oggetto sociale. Tuttavia, vista anche la particolare attività esercitata, deve risultare chiaro che l’oggetto del contratto è lo svolgimento dell’attività professionale.

- La sede e le sedi secondarie - L’indicazione della sede ed eventualmente delle sedi secondarie dell’associazione non rappresenta un elemento essenziale. L’individuazione della sede è rilevante ai fini del foro competente per le controversie in cui è parte la società.

- La durata - La durata dell’associazione non necessariamente deve essere specificata; qualora non sia indicata si presume a tempo indeterminato.

Diversamente, nel caso in cui sia indicato un termine preciso della durata dell’associazione nel contratto, può presentarsi l’ipotesi della proroga tacita.

Infatti, qualora gli associati continuano a compiere operazioni sociali nonostante sia decorso il tempo previsto dal contratto sociale, la società si intende tacitamente prorogata a tempo indeterminato.

La durata dell’associazione produce effetti sulle modalità di recesso degli associati; a seconda dell’indicazione della durata variano le possibilità di recesso.

Infatti, quando la durata è a tempo:

- determinato, il recesso è ammesso nei casi previsti dal contratto sociale ovvero quando sussiste una giusta causa;

- indeterminato o per tutta la vita di uno degli associati, il recesso è ammesso, oltre nei casi previsti dal contratto sociale o nell’ipotesi di una giusta causa, anche in qualsiasi momento l’associato lo ritenga opportuno, anche senza motivazione, purché lo comunichi agli altri associati con un preavviso di almeno tre mesi.

In ogni caso il contratto sociale può prevedere modalità di esercizio del recesso particolari, ad esempio può essere stabilita:

- una determinata forma;

- la necessità di un preavviso anche nell’ipotesi di recesso per giusta causa;

- l’indicazione di un preavviso superiore a quello dei tre mesi.

 

1.6 L’incentivo all’aggregazione previsto dalla finanziaria per l’anno 2008

 

Allo scopo di favorire la crescita dimensionale delle realtà professionali italiane, per migliorarne la qualità dei servizi forniti e renderle più competitive con i grandi studi internazionali, viene previsto dalla legge 24 dicembre 2007, n. 244, GU. 28 dicembre 2007, n. 300 (articolo 1, commi da 71 a 76) un incentivo per le aggregazioni professionali. La contropartita del “matrimonio collettivo” (solo per il periodo 2008 - 2010) è la maturazione di un credito d’imposta da spendere anche in compensazione con il modello F24. Ma l’applicazione del bonus resta subordinata all’autorizzazione della Commissione UE.

 

1.6.1 I beneficiari

 

L’agevolazione è destinata ad associazioni professionali (studi associati) e altre entità giuridiche, anche in forma societaria (per esempio società semplice), che derivino dall’aggregazione di almeno quattro ma non più di dieci professionisti.

La norma impone due ulteriori requisiti: l’esclusività del rapporto del singolo professionista con l’aggregazione e l’esclusione dei soggetti collettivi creati al solo scopo di svolgere attività meramente strumentali. In sostanza si vuol favorire la nascita di medio-piccole strutture professionali all’interno delle quali i partecipanti svolgono l’attività in modo esclusivo, sfruttando poi la possibilità fiscale di provvedere all’imputazione del reddito prodotto sulla scorta della qualità e della quantità del lavoro prestato.

Non si menziona il divieto di costituzione a latere di società di mezzi (il riferimento allo svolgimento esclusivo dell’attività professionale) probabilmente perché, in loro presenza, si azzererebbero per il soggetto collettivo professionale i costi che danno diritto al credito d’imposta.

 

1.6.2 Oggetto e misura

 

Il credito d’imposta è pari al 15% dei costi sostenuti per l’acquisizione, anche in leasing, di arredi, attrezzature informatiche, macchine d’ufficio, impianti e attrezzature varie, programmi informatici e brevetti concernenti nuove tecnologie di servizi.

Sono agevolate anche le spese per ammodernamento, ristrutturazione e manutenzione degli immobili utilizzati che, per loro caratteristiche sono imputabili a incremento del costo dei beni cui si riferiscono.

 

1.6.3 Monitoraggio e controllo

 

Il comma 75 della legge 24 dicembre 2007, n. 244 (finanziaria 2008) rinvia ad un decreto interministeriale per le modalità attuative, le procedure di monitoraggio e controllo, le cause di revoca (totale o parziale) del credito d’imposta e di applicazione delle sanzioni, anche nel caso in cui, nei tre anni successivi all’aggregazione, il numero dei professionisti associati si riduca in modo significativo rispetto a quello esistente dopo l’aggregazione.

La misura è quindi condizione di stabilità. Ma se si considera che il credito spetta anche per l’aggregazione di soli quattro professionisti, sarà importante sapere cosa si intende per significativa riduzione che interessa professionisti oggi titolari di partita IVA, specialmente per il passaggio di eventuali loro beni (non plusvalenti se acquistati sino al 3 luglio 2006) dalla posizione singola a quella collettiva.

Infine, nulla è detto sul trasferimento della clientela che, se pur configurante ipotesi fiscalmente rilevante, dovrebbe avvenire senza alcun corrispettivo. L’occasione, insomma, può essere propizia per fornire una regolamentazione delle operazioni di “conferimento di attività professionale”.

 

Le Paure         

 

di Patrizia Masciari, arteterapeuta

 

Paura di non piacere agli altri.

Paura di deludere chi ami.

Paura di rimanere solo.

Paura di non avere l’approvazione degli altri.

Paura di non ricevere attenzioni dagli altri.

Paura di non essere amato.

Paura di soffrire.

Paura del dolore.

Paura di non essere considerato.

Paura di rimanere senza un lavoro.

Paura di rimanere senza denaro.

Paura di mancare di cibo.

Paura di rimanere senza cellulare.

Paura di rimanere senza macchina.

Paura di rimanere senza pc.

Paura di rimanere senza casa.

Paura di mancare di una famiglia.

Paura di perdere gli affetti cari.

Paura del mondo.

Paura degli altri.

Paura di chi è diverso.

Paura di essere frainteso.

Paura di essere aggredito.

Paura di essere attaccato.

Paura che mi possa accadere qualsiasi cosa inaspettatamente.

Paura della debolezza.

Paura della forza.

Paura delle forze della natura.

Paura della mia rabbia.

Paura delle prestazioni sessuali deludenti.

Paura della tenerezza.

Paura del buio.

Paura degli animali.

Paura del passato.

Paura del presente.

Paura del futuro.

Paura dell’ignoto.

 

Non sai chi sei, perché hai paura anche di te stesso.

Ti fai condizionare troppo dai sensi di colpa interni e sei attaccato anche dall'esterno.

Ti senti un fallito perché credi che gli altri ti considerano tale.

FERMATI!

 

“Tu hai due centri.

Un centro tuo, che ti è dato dall’esistenza stessa: questo è il Sé.

E l’altro creato dalla società: questo è l’ego”.

 [Osho]

 

Le paure guidano la nostra vita, non siamo noi, ogni nostra scelta non è libera ma condizionata da questi filtri che hanno creato nel nostro cervello un circuito coatto nel quale cadiamo e ricadiamo e sul quale si agganciano i nostri pensieri, la nostra memoria (amigdala:cervello antico) le nostre emozioni e di conseguenza anche i nostri atti quotidiani. Quando andiamo a progettare qualcosa di nuovo che potrebbe portare un salutare miglioramento nella qualità del nostro vissuto, ecco che in agguato le paure ci afferrano vigorosamente riportandoci sui vecchi circuiti neuronali fissati stabilmente sulla bassa frequenza delle nostre familiari paure. Per guarire da queste insidie che accerchiano e soffocano la nostra vita impoverendo il nostro vissuto, è necessario ignorare con determinazione spartana l’ego e concentrare tutte le nostre capacità attentive e ogni nostra energia psichica, fisica e spirituale sulla conoscenza di noi stessi e nell’accettazione di chi profondamente e ontologicamente siamo.

 

Gruppi di auto mutuo aiuto con genitori di ragazzi portatori di disagio psico-fisico            

 

di Tamara Marchetti, psicologa clinica-psicoterapeuta familiare

 

Dal 2001 al 2006, ho coordinato un gruppo di auto-mutuo-aiuto per genitori di ragazzi con problemi di handicap fisico o psichico presenti nel territorio del comprensorio: narnese-amerino (provincia di Terni), alcuni dei quali facenti parte del centro diurno Il Faro (a Narni), il gruppo era ed è, composto da sei coppie di genitori.

Ad oggi, il gruppo, prosegue il suo cammino nella più completa autonomia, come previsto dalla finalità dell’ “auto-mutuo”, dove per un periodo, è presente la coordinazione di un esperto, per poi proseguire in autonomia e, in questo ogni gruppo ha i suoi tempi.

Andare avanti per confrontarsi su tematiche comuni e ritenute significative dal gruppo, esternando e condividendo emozioni che, diventano anche, emozioni del gruppo stesso.

 

Racconto di un’esperienza

“Un giorno un bambino aveva un problema e chiese aiuto alla  mamma, ma questa era distolta dai suoi problemi, dai suoi pensieri  e non si accorse che il bambino la stava cercando.

Il giorno dopo, il disaggio del bambino era ancora presente e, di corsa, si avvicinò alla mamma per sentirsi protetto, ma le condizioni della donna, non consentirono al piccolo di esprimersi.

Passò il tempo e nel bambino aumentava il suo disaggio che era quello di non sentirsi capito dalla mamma.

Un bel giorno e bello si fa per dire, il bambino venne messo in un Istituto, le condizioni familiari, favorirono questo evento. In istituto, il bambino soffriva perché le mancava la mamma, cosi, per sentirla sempre vicina, lottò con tutte le sue forze contro la tentazione di urlare al mondo che li soffriva. Neanche pianse Mimmi, a trattenere il dolore lo aveva imparato da sua madre.

Non chiedere dunque, fa parte di un insegnamento che ha dato i suoi frutti: imparare a difendersi, e anche questo Mimmi, lo ha appreso dal rapporto con sua madre, alla quale, se chiedeva conforto non lo otteneva in cambio, in quanto lei, non aveva gli strumenti per offrigliene.”

Questo elaborammo in  un incontro con un gruppo di auto-mutuo-aiuto per genitori di ragazzi con difficoltà fisiche o psichiche, al riguardo del signor Pettinelli. Il gruppo, composto da sei coppie genitoriali, aveva alle spalle tre anni di storia. Quando finii di leggere il foglio dove avevo riportato tali riflessioni sul caso (a turno si lavorò per un periodo nello specifico su una singola famiglia), il signor Pettinelli, assunse un atteggiamento regressivo, prendendo tra le sue braccia la propria giacca, prima appoggiata su una sedia e la stringeva forte a se.

Suo figlio, un bambino con diagnosi di ipercinesi, lo portarono in una clinica di cura quando aveva soli 5 anni, in quanto, la madre che soffriva di una forma grave di depressione non riusciva ad occuparsi di lui. Ora Mimmi ha 12 anni e si trova ancora in quella clinica, suo padre (sempre presente e per di più da solo ai gruppi di AMA), vive tra il senso di colpa e l’impotenza.

La disposizione circolare delle sede nella stanza dove svolgiamo il gruppo, è rappresentativa di un invito a guardarsi reciprocamente negli occhi ed imparare dunque ad esternare. La vera risorsa del gruppo di auto mutuo aiuto, è quella  di accogliere i singoli membri, facendoli sentire autorizzati a chiedere, ma anche lasciare spazio agli altri, andandogli incontro senza paura di fargli del male.

E’ tendenza naturale di ogni gruppo, proteggere il singolo membro che sta affondando un momento più difficile degli altri o più difficile rispetto al proprio passato. Quando un singolo ad esempio prova difficoltà a parlare di se, gli altri lo proteggono  parlando al suo posto, quasi volersi sostituire a lui.

Il gruppo di AMA è come una squadra, non può non allenarsi e, nell’allenamento, l’allenatore, ha il compito di lavorare con e su tutti i componenti, mettendo su ciascuno, in evidenza le proprie risorse e capacità a vivere ed affrontare il proprio ruolo genitoriale, più complesso e delicato di altri genitori, quando i figli sono portatori di handicap.

Un aspetto che è stato frequentemente trattato, è quello relativo alla preoccupazione e alla paura del “dopo”, quando cioè i loro figli possono rimanere da soli a seguito della morte dei genitori. Chi si occupa di loro, chi gli da quell’affetto che loro non hanno mai fatto mancare? Con questi e molti altri interrogativi, il gruppo continua ad incontrarsi, ormai da quasi 6 anni in forma autonoma, solo una volta l’anno, facciamo un incontro insieme a me!

 

Cosmo-art: continuità e discontinuità nella creazione della Bellezza            

di Antonio Rizzo, antropologo-psicologo-psicoterapeuta e M. Grazia De Donatis, antropologa-formatrice-pedagogista

 

La Cosmo-art è una forma d’arte e un movimento artistico, concepita dal pensiero e dalla ricerca di un maestro del nostro tempo, Antonio Mercurio, che ne ha sperimentato le possibilità e gli esiti a partire dalla propria esistenza, insieme a quanti ne hanno accettato la proposta.

1.    La nascita della Cosmo-art

In quanto forma d’arte, la Cosmo-art condivide con le altre forme d’arte alcuni elementi in comune.

Innanzitutto come ogni altra forma d’arte anche la Cosmo-art ha l’obiettivo di trasformare, o di creare, partendo da una materia dotata di una sua propria essenza ed esistenza. Nella scultura, ad esempio, l’artista trasforma l’essenza e l’esistenza di un blocco di marmo in un’immagine. Una volta creata l’immagine, il blocco di marmo non sarà più una pietra tra le altre, essendo mutata la sua essenza. Come il David di Michelangelo, sarà qualcosa di assolutamente nuovo nella sua essenza e nella sua esistenza e sarà capace di generare intorno a sé un campo di energia prima inesistente, così la capacità di trasformare essenza ed esistenza della materia è una qualità specifica dell’uomo, qualità che però l’uomo ha appresso dalla Natura. La Vita e l’Universo con pochi elementi chimici hanno creato la varietà di forme che possiamo riconoscere. Tuttavia le forme create dalla Natura, per quanto di bellezza straordinaria possano essere, sono destinate alla morte. Si tratti di una farfalla o di una stella entrambe sono destinate a scomparire.

L’opera d’arte ha invece la capacità di esistere oltre i limiti spazio-temporali dell’artista che l’ha creata. Gli esempi che si potrebbero fare in proposito sono molteplici. Le Piramidi sono un buon esempio, ma anche l’Odissea e Omero, il suo autore. Questa prospettiva e la conseguente tensione sono il sentimento caratteristico di ogni artista: oltrepassare i limiti del ciclo di morte-rinascita.

 

1.1 Sull’immortalità

Così il desiderio dell’artista è quello di creare un’opera che possa rimanere oltre la propria morte, e rendersi così immortale. Perché ciò possa accadere l’artista deve infondere nella materia della sua opera quel quid che l’artista ha scoperto e poi ha manifestato ed espresso.

Per alcuni è una forma di energia sui generis che l’opera d’arte condensa, per altri è l’anima stessa dell’artista. Ad ogni modo viene percepita nell’opera d’arte una realtà profonda ed essenziale, che chiama in causa chiunque sia coinvolto nel campo di energia dell’opera stessa.

Il desiderio di superare i limiti della propria vita biologica appartiene all’uomo. Tralasciando la soluzione biologica, ossia il perpetuarsi dei geni nelle generazioni future, l’umanità ha scoperto molto presto che questo può avvenire realizzando speciali opere. Le gesta eroiche, la scoperta di verità fondamentali, la fondazione di città e comunità, e altri esempi che si potrebbero fare, sono sistemi escogitati dagli uomini per continuare a vivere oltre i propri limiti biologici.

Al di là delle opere scientifiche, filosofiche o religiose, le opere d’arte hanno oltreché la forza della Verità, della Libertà e dell’Amore, anche e soprattutto quella della Bellezza.  Soprattutto quest’ultima distingue l’Opera d’arte da qualsiasi altra forma dell’ingegno umano.

Ciò che differenzia soprattutto le diverse forme d’Arte è la materia che ciascuna di esse tratta: suoni, colori, forme, immagini, movimenti. Tali “materiali” vengono trasformati dall’Artista in vista della creazione di una forma superiore che prima non esisteva.

La propria vita e quella del proprio mondo è la materia della Cosmo-art. Non è un’impresa più difficile di comporre e/o eseguire un’opera di Rachmaninov, o di scolpire immagini come i Bronzi di Riace, di danzare il Lago dei Cigni, o di declamare la Commedia. Ciascuna richiede conoscenza, disciplina, intenzione e azione.

Conoscenza della materia su cui l’artista intende lavorare, che è propria di quella specifica forma d’arte, ma anche conoscenza degli strumenti che intende utilizzare per modificarla.

Disciplina per imparare a padroneggiare gli strumenti dell’arte, la cui acquisizione può richiedere tempi lunghissimi, come sa chiunque abbia frequentato dieci anni di conservatorio.

Intenzione artistica, che differenzia l’artigiano, anch’egli capace di trasformare essenza ed esistenza della materia, dall’artista il cui scopo è appunto quello di “estrarre” dalla materia della sua arte una forma unica e superiore.

Azione che porta l’artista alla creazione di un quantum di bellezza.

Da queste semplici considerazioni sull’arte si possono mettere in evidenza due elementi: il desiderio di vincere la morte e la creazione della bellezza come mezzo per raggiungere tale obiettivo.

Il confronto con la morte, e quindi con il dolore e con il male, è profondamente radicato nella specie umana. Se le religioni nascono ed esistono per dare una risposta al problema della morte e del dolore, le società umane si fondano sulla possibilità di mettere un argine al potenziale distruttivo del male, (tutta la retorica politica contiene implicitamente tale focus). Così l’uomo, non solo, come ogni altra specie, è soggetto alla morte ma sembra manifestare al suo interno una spinta verso il proprio superamento, cioè verso l’immortalità. Mentre l’antropologia si è interessata allo studio storico e culturale della morte e delle sue rappresentazioni, resta ancora da scrivere una storia dell’immortalità e delle strategie immaginate per raggiungerla.

La creazione dell’Opera d’arte sembra dare una risposta al problema della morte, ma in ogni caso deve scontrarsi con un limite apparentemente invalicabile. Anche se l’opera d’arte può superare i limiti della vita individuale dell’artista, essa non può certo superare i limiti dell’universo che, come sostengono le moderne teorie cosmologiche, sarebbe anch’esso destinato alla morte. Venendo a mancare ogni supporto materiale della Bellezza creata, essa svanirebbe con la morte dell’universo.

È possibile allora immaginare una forma di Bellezza capace di superare i limiti dell’Universo fisico, al pari della Bellezza che già sappiamo può superare i limiti della vita individuale dell’Artista?

Intanto Antonio Mercurio ha dato un nome a questa ipotetica forma, chiamandola Bellezza Seconda.

 

1.2 Sulla Bellezza

Per realizzare il suo progetto di Bellezza la Cosmo-art ha scelto il più prezioso “materiale” presente nell’universo conosciuto: la vita umana e l’universo stesso. (Può sembrare presuntuoso, ma a pensarci bene meno di quanto sarebbe stato per un ghibellino del ‘200 sperare che i suoi versi sarebbero stati oggetto di Lectures, da Harvard a Yale, in una terra che allora neppure si pensava esistesse, e venduti in uno spazio ancor più “metafisico”, da Amazon.com al prezzo di $ 37.38).

Ritornando però alla Bellezza creata dall’arte, occorre fare una precisazione, riguardo il suo rapporto con la vita dell’artista.

La creazione dell’opera d’arte, e la Bellezza che essa rende manifesta, rimane spesso estranea alla vita dell’artista, talora addirittura in opposizione.

Come dire che l’arte non ha in sé il potere di trasformare la vita dell’artista né dei suoi fruitori, ma tutt’al più, per dirla con i versi di Baudelaire, di far “… l'universo meno orribile e/ questi istanti meno gravi…”. Vi è in questo genere di poetica l’idea di una Bellezza che sta altrove ed alla quale l’artista può attingere solo sacrificando la sua propria vita.

“Cammini sopra i morti, Beltà, e ti ridi di essi, fra i tuoi/ gioielli l'Orrore non è il meno affascinante e il Delitto,/ che sta fra i tuoi gingilli più cari, sul tuo ventre/ orgoglioso danza amorosamente” .

La “poetica” della Cosmo-art vuole invece che la vita stessa sia trasformata, plasmata dall’artista e capace a sua volta di trasformare l’universo.

Così l’ipotesi e il programma della Cosmo-art è che, se le Bellezza creata nell’arte ha un limite estremo nei limiti dell’Universo, la Bellezza creata trasformando la propria Vita e quella dell’Universo possa superarne i limiti.

 

2. Il Movimento della Cosmo-art: un patto per la bellezza

Implicitamente o esplicitamente, ogni movimento artistico ha una sua propria visione  del mondo e della vita, dell’artista e degli strumenti necessari per la realizzazione dell’opera d’arte. La visione della Cosmo-art è espressa nella “Proposta per un patto cosmoartistico per la Bellezza” , di A. Mercurio.

I punti del patto sono i seguenti:

“Affermo che la Vita è mia Madre e che l’Universo è mio Padre, e che con il loro immenso amore per me posso arrivare a distaccarmi dai miei genitori naturali perdonandoli e amandoli con gratitudine.

Affermo che la Vita è potente ma non è onnipotente né perfetta, e come tale la accetto con tutto il mio cuore e con tutte le mie forze.

Affermo che la Vita e l’Universo sono i creatori di tutto ciò che è vivente e non vivente sulla Terra e nel Cosmo intero.

Affermo che tutto ciò che è vivente e tutto ciò che non è vivente in questo Universo forma un unico e solo organismo vivente, e che ogni essere umano è una componente preziosa di questo unico organismo vivente.

Affermo che la vita umana è in continua evoluzione, così come l’universo di cui  è parte, ed essa ha lo scopo essenziale di sviluppare la proprietà emergente di questo universo: la creazione di una forma di vita che sia immortale al di là dello spazio-tempo di questo universo.

Affermo che una vita mortale, com’è quella umana, può arrivare a creare una forma di vita immortale se crea la Bellezza Seconda di cui parla la Cosmo-Art.

Affermo che il desiderio di immortalità che porto in me è il progetto stesso che la Vita porta in sé e che io e la Vita siamo cocreatori per poter realizzare insieme questo progetto.

Sono convinto che il dolore sia una delle forze cosmiche di cui può disporre l’essere umano, oltre alla saggezza e all’arte, per poter creare la bellezza seconda che è frutto della fusione di forze cosmiche e di forze umane.

Sono convinto che il dolore sia come la morte. In natura la morte incontra la vita per creare nuove forme di vita anch’esse mortali, mentre il dolore incontra la vita dell’uomo per indurlo a creare una nuova forma di vita che sia però immortale, realizzando così il desiderio supremo della Vita in questo universo, quello dell’immortalità.

Affermo, con il sommo poeta Omero, che chi opera la fusione tra l’Io e il Tu crea la bellezza della concordia gloriosa. Così ha fatto Ulisse con Penelope.

Affermo che chi opera la fusione tra il proprio Io e il proprio SÉ diventa un tutt’uno con il Cosmo e questo è quello che ha fatto Ulisse (l’Io) che ha sempre ascoltato i consigli della dea Atena (il SÉ).

Affermo che come Ulisse ha vinto i suoi mostri e i suoi veleni così anch’io posso arrivare a vincere i miei mostri interni e i miei veleni e fare della mia vita un’opera d’arte che sia fusione di verità, amore, libertà e bellezza, senza però pretendere che questo avvenga dall’oggi al domani.

Credo che la perfezione morale che è stata proposta dalle grandi religioni sia solo un gradino evolutivo della vita umana e che essa non è fine a se stessa ma è finalizzata all’evoluzione successiva dell’uomo che si trasforma in un artista della sua vita e della vita dell’Universo.

Qualunque vita inizia e finisce ma una vita che crea una forma di vita immortale come la bellezza seconda ha superato ogni inizio e ogni fine e ha trasformato il fluire continuo della vita e della morte in una vita che non finisce mai e non deve più incontrare la morte.

Gli artisti creano opere d’arte che sono immortali entro lo spazio-tempo di questo universo. Essi sono i primi che hanno creato e immesso un’anima immortale dentro un supporto materiale e mortale.

La Cosmo-Art è la continuazione della strada aperta dagli artisti affinché la vita umana possa creare e immettere un’anima immortale dentro la vita di questo universo che è mortale.

I cosmoartisti creano opere d’arte  che hanno un’anima che è immortale anche al di là dello spazio-tempo di questo universo, per poter navigare, dopo la morte, da un universo all’altro, all’infinito.

Affermo che se noi della Cosmo-Art ci uniamo in un patto per la Bellezza Seconda creiamo un SÉ Corale che supera l’egoismo di chi cerca soltanto il suo benessere, spirituale o fisico che sia, e che è capace di realizzare un progetto che sia cosmico e non solo individuale.

Affermo pertanto che è l’amicizia il valore da coltivare con lealtà tra noi che aspiriamo a realizzare un progetto cosmico: un’amicizia cosmoartistica da suggellare con questo patto, basata sulla decisione di aiuto reciproco nel lottare contro i nostri veleni e nell’operare le necessarie trasformazioni interiori nella nostra vita quotidiana.

“Oggi è un nuovo giorno e io scelgo l’amore e scelgo la bellezza.

L’amore che è fusione di verità, libertà e forza amorosa.

La bellezza che è fusione di opposti e fusione di dolore, saggezza e arte”.

Chi è fedele a questo Patto può trovare la sua pace, la sua gioia e la sua felicità, per oggi, per domani e per sempre.

Forti di queste convinzioni e di queste affermazioni, noi della Cosmo-Art giuriamo di coltivare la fedeltà al Patto per la Bellezza e ogni mattina rinnoviamo, in tutta libertà, l’adesione a questo giuramento”

 

3.    La Cosmo-art e il mito di Ulisse

Antonio Mercurio attraverso  il suo libro “Ipotesi su Ulisse” compie un’ipotesi sull’uomo, sul senso della vita e sul senso del dolore e sul significato della ricerca della bellezza che assilla l’uomo, prendendo come base la narrazione epica di Omero.

Mercurio vede nel personaggio di Ulisse un essere umano che attraversa mille patimenti durante i suoi dieci anni di ritorno verso Itaca ma, soprattutto, l’autore incontra Ulisse nel suo mondo interiore e ripercorre con lui i pericoli, i veleni e le lotte che egli deve affrontare per passare da una trasformazione all’altra e conquistarsi la strada per una vera immortalità.

Ulisse sa, scrive Mercurio, che l’immortalità che Circe prima e Calipso dopo gli promettono non è una vera immortalità e la storia gli darà ragione. Chi oggi è ancora convinto che esistono gli dei dell’Olimpo e che sono immortali? Eppure per secoli i Greci sono stati profondamente convinti che fosse così e invece Omero aveva capito, prima ancora dei filosofi presocratici, che era tutta una invenzione umana.  Certo non un’ invenzione basata sulla follia ma su una profonda saggezza che proietta fuori dell’uomo quello che sta dentro l’uomo. 

Infatti anche Omero continua a parlare degli déi e a servirsene per esprimere con grande poesia la sua profonda saggezza. Solo che mentre l’Iliade è piena di dèi che manovrano gli uomini a loro piacimento, nell’Odissea gli dèi agiscono in continuità a favore dell’uomo, anche quando l’uomo non lo vede e non lo sa. Il secondo Omero è completamente diverso dal primo, scrive Mercurio.

Ulisse pur riconoscendo che la bellezza di Calipso è superiore a quella di Penelope, si rifiuta di sposare Calipso e rifiutandosi di farlo sta affermando tra le righe che l’immortalità che promette Calipso non è una vera immortalità. Egli preferisce affrontare altre pene pur di poter rincontrare Penelope e creare con lei una nuova bellezza, quella creata dalla fusione di entrambi. E’ nella creazione della concordia gloriosa, dice Omero, che può esistere una strada verso una vera immortalità.

Qui, secondo Antonio Mercurio: “Ulisse comprende l’illusione che divora la vita degli uomini che vanno dietro al potere e alla gloria sperando di ottenere una immortalità che per questa strada non otterranno mai”.

Un altro dei patimenti che affronta Ulisse per tutta l’Odissea è riconoscere l’odio che nasce sin dalla vita intrauterina e lì si sedimenta e lì resta rimosso  per poter sopravvivere ed alimentarsi.

Mercurio sostiene: “L’odio rimosso è come la dinamite. E’ solo questione di tempo. Per un po’, anche per vent’anni e più, sta fermo come una belva accovacciata, ma poi viene il giorno in cui un timer segreto scorrendo velocemente arriva al punto zero e fa saltare tutto in aria. ”

L’autore intraprende un viaggio insieme a Ulisse alla ricerca dell’odio rimosso che alberga dentro ognuno di noi, un viaggio che passa attraverso i traumi passati e i sentimenti più difficili da accettare come l’invidia, la pretesa, l’orgoglio, la menzogna e la volontà omicida e suicida e lo compie non per dire che esistono ma per poterli vedere, affrontare e poi superare. Come?

Un’opportunità, per Antonio Mercurio, è il movimento della Cosmo-Art creato da lui e da un gruppo corale. - La grande intuizione - dice Mercurio - sta nel vedere l’uomo come un alchimista o meglio un artista che sa fondere i fatti della vita e il dolore che da essi promana, con  la saggezza e l’arte che sa trasformare la vita stessa in un’opera d’arte  -  .

Mercurio sostiene che esistono tre tipi di bellezza: la bellezza prima, che è quella effimera, soggetta ai danni del tempo e della morte (per essa, la bellissima Elena, Greci e Troiani sono morti a migliaia); esiste la bellezza della vita che è quella che tutti conosciamo entrando nella vita e poi subito perdiamo a causa dei traumi ineluttabili che ci colpiscono. Ma esiste anche la bellezza seconda che è quella che soltanto gli esseri umani possono creare e che è immortale perché una volta creata non muore più.

Scrive pure che esistono forze cosmiche e forze umane, le prime sono: la saggezza, l’arte e il dolore. Le seconde sono: verità, libertà, amore e bellezza.

Se l’uomo decide di imparare a fondere le forze cosmiche con le forze umane può creare quantum di Bellezza che sommandosi insieme creano un campo di energia che è immortale.

L’arte di fondere il dolore che viene dai traumi della vita, il dolore che si prova nel rinunciare ai propri veleni, e il dolore di perdere un’identità che conosciamo per andare verso una identità nuova, aiutati dalla saggezza che viene dal Sé Personale (Atena) e dalla saggezza che viene dal Sé Cosmico (Zeus) è capace di trasformare la vita di un uomo in un’opera d’arte.

Antonio Mercurio intensifica ancora di più il suo pensiero quando approfondisce la struttura dell’Io. All’interno dell’Io c’è un Io Persona che è un principio spirituale e che esiste sin dal primo momento del concepimento; c’è un Io Psichico e un Io Corporeo e poi c’è un SE’ Personale e un SE’ Cosmico che ci accompagnano per tutta la vita. 

C’è anche un Io embrionale e un Io fetale che rischiano di farci restare per sempre dentro l’utero, anche dopo che è avvenuta la nascita biologica, perché essi si oppongono tenacemente alla crescita e allo sviluppo dell’Io Persona adulto e cercano solo vendetta.

La logica dell’Io fetale è opposta alla logica dell’Io Persona. Se l’Io fetale è stato ferito, egli non vuole la riparazione della ferita ma vuole solo la vendetta e la distruzione di chi l’ha ferito anche se deve attuarla nel futuro e non all’istante. Accade spesso che la logica dell’Io fetale prevalga sulla logica dell’Io Persona adulto e l’Io nel suo insieme resta frantumato e scisso. Prevale l’odio e non l’amore. Prevale l’orgoglio e non l’umiltà e la vita diventa un interminabile dolore senza alcuna via d’uscita.

Non è così per Ulisse che decide di entrare nella sua reggia come un mendicante, egli che è un re, e si sottopone in silenzio a tutte le umiliazioni che gli infliggono i Proci.

Ora come mai tutti si ricordano dell’astuzia di Ulisse e quasi nessuno si ricorda dell’umiltà di Ulisse e dei suoi mille patimenti? È la domanda di Antonio Mercurio.

E ancora, come mai tutti si ricordano che Ulisse brama il ritorno, il nostos, e pochi si ricordano che Ulisse brama ritrovare la sua sposa, com’è scritto sin dal proemio dell’Odissea? 

Come mai nessuno vede che Penelope ha un cuore di pietra e che si è messa in casa più di cento pretendenti pronti ad uccidere sia Telemaco sia Ulisse?

A queste domande Antonio Mercurio risponde che il cammino dell’umanità si svolge per tappe e le opere d’arte ad ogni tappa vengono comprese in maniera diversa.

La Cosmo-art  affronta e trasforma il dolore e la colpa in una bellezza che è immortale e questo è quello che ha fatto Ulisse e noi possiamo imitarlo.

Omero ha trasferito sulla figura di Ulisse tutta la sua sapienza e l’arte di trasformare la vita in un’opera d’arte.

Ulisse è il grande artista che di tappa in tappa trasforma se stesso e, avendo prima trasformato se stesso, può poi trasformare Penelope e non ucciderla come invece raccontano certe versioni del mito di Ulisse che Omero ha scartato dal suo poema.

Questa meta di realizzare con Penelope un incontro d’amore, come non è mai avvenuto prima, dà il senso preciso del perché Ulisse debba affrontare nel suo viaggio tutti i mostri che si porta dentro e che non sono visibili e debba agire i suoi veleni esistenziali per poterli riconoscere come suoi e poi liberarsene.

Un’accurata lettura dell’Odissea rivela tutta la sapienza di Omero e rivela come questo poema sia la più grande storia d’amore che sia mai stata scritta dalla letteratura di tutti i tempi.

L’Odissea rappresenta così, nella lettura di A. Mercurio un libro sapienziale, alle origini della cultura occidentale. Ulisse è allora il prototipo dell’artista che ha trasformato le sue parti oscure in parti luminose e ha poi creato la sintesi degli opposti: tra sé e Penelope, tra maschile e femminile, vita e morte, follia e saggezza, orgoglio e umiltà, verità e menzogna, amore e odio. Così facendo ha infine creato la concordia gloriosa, la Bellezza che non muore mai, in un contesto corale che strappa l’uomo alla sua solitudine, al suo narcisismo e alla sua mortalità.

 

4.    Io – Tu

Per gli artisti della Cosmo-art ogni giorno è un’occasione. Ogni occasione è la possibilità di realizzare dimensioni inedite della propria vita, a volte sono i propri mostri, a volte sono amici pronti a donare una nave veloce, come Alcinoo ad Ulisse.

Anche una relazione per un convegno scientifico, può così diventare occasione per realizzare quel quantum di Bellezza a cui ogni artista  aspira.

Come possono fare un uomo e una donna, diversi per infiniti aspetti, a realizzare un progetto comune, la relazione nella fattispecie, e che soprattutto sia un progetto di Bellezza. Noi, Antonio e Maria Grazia, ci abbiamo provato impegnandoci sui seguenti punti:

 

Patto Cosmoartistico:  Io e Tu - Tu ed Io

Decido che quando mi trovo di fronte al dubbio e mi chiedo se sto cercando l’altro per dovere o per piacere, mi fermo, aspetto e attraverso il vuoto e l’assenza. Trasformo così il mio desiderio di piacere narcisistico in decisione di vivere al fianco dell’altro con piacere e non per piacere.

 

Decido che quando mi trovo di fronte al dubbio e non so se sto cercando l’altro per piacere o per dovere, mi fermo e mi ascolto, ma poi accetto di agire e di correre il rischio.

 

Decido che l’interpretazione, nell’amicizia e nel rapporto di coppia è un giudizio travestito. Se tra me e l’altro si sviluppa un modo di comunicare dove io interpreto il pensiero, la vita e l’esistenza dell’altro, diventa questo un modo per sentirmi superiore.

 

Decido che se tra me e l’altro c’è un periodo di distanza emotiva e/o fisica, un conflitto o il vuoto, il Tu per me è comunque presente. Continuo ad alimentare il mio bene per lui/lei anche nell’assenza, facendolo vivere nel cuore, anche se una parte di me prova rabbia, rifiuto o abbandono. Come? Tenendo sempre presente il Progetto e la Persona nel suo insieme.

 

Decido che se provo rabbia, rifiuto o abbandono, non lo voglio negare a me stesso, ma dopo voglio anche affermare la mia libertà di Essere al di là di rabbia, rifiuto e abbandono.

 

Decido che anche se con l’altro mi vivo il rifiuto prima e, l’abbandono poi, non mi fermo ad accusarlo rimanendo io stessa complice e amante dei miei mostri interni, cerco invece di pormi sull’asse della vita in quanto, la vita stessa in sé, non è mai assente o divorante. Motivo per cui ho il potere, la forza e la conoscenza necessarie per gestire tutto ciò che riguarda la mia vita con coraggio immettendomi nel flusso della vita stessa che si prende cura di me.

 

Decido che ogni volta che incontro l’altro prendo contatto anche con il suo corpo attraverso una stretta di mano, un bacio o un abbraccio. Nel contatto passo l’affetto e l’amore che provo e che ricevo e m’impegno a svolgere questi piccoli grandi gesti con consapevolezza.

 

Decido che l’altro non è più un esso, dove esso sta per utilizzo, occasione di crescita personale, manipolazione o narcisismo. L’altro ai miei occhi è un Tu con il suo universo, con la sua interezza. L’altro è per me contatto d’amore profondo, è parte del divino che è in me. Io e Tu sono due esseri sovrani, l'uno non cerca di condizionare l'altro né di utilizzarlo. Vige sempre il rapporto di reciprocità: Io sono un Re Tu sei un Re.

 

Io sono un Re, tu sei una Regina. Io riconosco che tu sei un Universo, ma l’essenza (o la quintessenza) è la Regina che vedo in te.  Io ho bisogno di Te, perché tu puoi vedere in me il Re (l’essenza dell’Universo che sono), che io riesco solo a immaginare.

 

Io sono una Regina, tu sei un Re. Anch’io ho bisogno di te per riconoscermi e poter rinunciare alla mia arroganza di donna ferita e alle mie pretese, per potermi donare a te, con amore. Ho bisogno di te per togliere le vesti da strega, arroccata nella prigione dell’orgoglio e stare al fianco di un Re che non si assoggetta e non fugge ma lotta con tutti i mezzi che ha per creare insieme Bellezza.

 

Decido che la coppia va protetta da attacchi esterni e che se uno dei due non protegge l’altro, posso parlarne per non lasciare dei “non detti” che creano aspetti cancerogeni nell’amore di coppia.

 

Decido che la libertà e l’amore, due valori importanti della Cosmo art, anche se spesso opposti, possono vivere insieme tra loro. Questo avviene non solo grazie a una grande maturità che la coppia ha acquisito e acquista nel tempo ma anche grazie alla capacità dell’uno nei confronti dell’altro di fidarsi e di affidarsi. Questo comporta un rischio considerevole poiché la relazione Io-Tu chiede un'apertura totale dell'Io, esponendosi anche al rischio del rifiuto e al rigetto totale ma non importa, va fatto. Quello sarà il quantum di Bellezza che si verrà a creare.

 

Decido insieme con il Tu che questo Patto non vale per sempre ma che insieme lo rinnoviamo ogni qual volta ne sentiamo la necessità. In questo modo l’amore per sé e per l’altro prende la forma di una decisione e non di un sentimento. In questo modo prende la forma di un progetto e non come innamoramento di sé o di un tu, ma come un progetto d’amore profondo e duraturo.

 

1.Charles Baudelaire, Inno alla bellezza, dalla raccolta : I fiori del male, traduzione di Luigi de Nardis, Feltrinelli, 1965.

 

2.Presentato da Antonio Mercurio, al 24° Laboratorio corale di Cosmo-art, Può esistere un Patto per la Bellezza?, Frascati (RM), febbraio 2009.

3.Antonio Mercurio, Ipotesi su Ulisse, Ed. Sophia University of Rome, Roma, 2007.

 

4.Ibidem, Mercurio A.

 

5.Antonio Mercurio, La vita come opera d’arte, Ed. Sophia University of Rome, Roma, 1999.

 

 

Relazione presentata al Congresso internazionale: Lugano Art Therapy, International Convention, Palazzo dei Congressi, Lugano (Switzerland) 11,12,13 November 2011

 

Effetti e conseguenze psicologiche dell'Information Overload          

di Maria Galantucci, psicologa-psicoterapeuta-psicopedagogista

 

Nel corso degli anni sono stati individuati due principali fenomeni strettamente collegati al sovraccarico informativo (Information Overload): l’Information Fatigue Sindrome (IFS) e l’Information Anxiety, entrambe derivanti dallo stress derivante dal dover fronteggiare una quantità eccessiva di dati.

 

 

L’Information Anxiety

 

Information Anxiety è un termine coniato da Richard Saul Wurman nel suo libro omonimo del 1989 ed individua una condizione di stress causata dall’impossibilità di accedere, capire o fare un uso dell’informazione necessaria. Wurman definisce l’ansia da informazione come “il prodotto del sempre più ampio divario tra ciò che capiamo e quello che pensiamo di capire. È il buco nero tra i dati e la conoscenza4”. L’information Anxiety sembra essere un’entità distinta dall’Information Overload, seppure strettamente connessa a quest’ultimo. Gli studiosi Baron e Wood hanno concluso che i soggetti sviluppano l’ansia da informazione quando i compiti che stanno svolgendo diventano più complessi, e quando aumenta il numero e la forza delle distrazioni. Inoltre gli individui manifestano l’Information Anxiety più frequentemente in compiti nuovi o con i quali non hanno ancora dimestichezza, piuttosto che in attività già consolidate5.

L’ansia da informazione è dovuta quindi principalmente alle difficoltà nell’accedere ai dati piuttosto che alla sensazione di esserne bombardati e non sottolinea particolari manifestazioni fisiche come avviene nel caso dell’Information Fatigue Syndrome, affrontato nel successivo capitolo e più strettamente collegato all’Information Overload.

 

L’Information Fatigue Syndrome (IFS)

 

Nel 1990 la Reuters News Agency commissionò a David Lewis uno studio titolato “Dying For Information?”, riguardante i problemi di gestione dell’informazione, soprattutto nei luoghi di lavoro. Lewis individua una serie di sintomi che derivano dal fronteggiamento dell’Information Overload e li racchiude nella sua sindrome da affaticamento informativo. Tra le manifestazioni più frequenti osservate nei knowledge workers, e in particolare nei manager, sono comprese:

 

-    malumori ed irritabilità;

-    ansia e dubbi su di sé;

-    insonnia;

-    confusione e frustrazione;

-    dolori di stomaco e mal di testa;

-    dimenticanze.

 

Secondo Lewis, queste manifestazioni fisiche del sovraccarico informativo si tradurrebbero in un peggioramento della qualità delle decisione prese e in una paralisi della capacità analitica, la cosiddetta “paralysis for analysis”. Tale paralisi può infatti costringere il cervello a funzionare in modalità-panico, con una conseguente lettura erronea delle informazioni a disposizione: questo la maggior parte delle volte porta i professionisti a prendere decisioni avventate o viziate.

L’Information Fatigue Syndrome  è un fenomeno che affligge in modo cronico chi per lavoro è costretto a gestire un notevole flusso informativo, ma si può anche verificare come una manifestazione occasionale.

 

Effetti e conseguenze psicologiche dell’evoluzione tecnologica sugli individui e nelle relazioni sociali

 

Tra gli effetti più immediatamente percepibili dell’ingresso delle nuove tecnologie nella vita degli individui, emerge la ridotta capacità di concentrazione. Dover prestare attenzione ad un elevato numero di stimoli contemporaneamente ci spinge a non dilungarci più su un singolo compito. Questo è particolarmente vero soprattutto nella navigazione web, che ha profondamente modificato il nostro modo di rapportarci verso la lettura. Nicholas Carr, uno scrittore americano autore dell’articolo “Is Google Making Us Stupid?”, usa una metafora sul cambiamento nel suo modo di rapportarsi all’informazione: “Prima ero un subacqueo nel mare di parole, ora sfreccio sulla superficie come un ragazzo con la moto d’acqua”6. Tale cambiamento sarebbe dovuto all’aspettative di ottenere le informazioni nello stesso modo in cui la Rete le distribuisce, in un rapido flusso in movimento. Secondo i ricercatori della University College London gli utenti online non leggono più in senso tradizionale, preferendo un tipo di lettura orizzontale basata su titoli, tavole dei contenuti e abstracts, alla ricerca di risultati più veloci. Stiamo diventando dei semplici decodificatori di informazioni, e staremmo via via perdendo la capacità di interpretazione, così come quella di costruire collegamenti mentali per un’analisi critica del testo.

Dovendo gestire più informazione di quanta possiamo effettivamente processarne, il rischio è di cadere vittime del confirmation bias, la tendenza a rimanere legati ad un’idea che ci siamo fatti sulla base di informazioni preliminari, anche quando evidenze successive contraddicono quell’idea. È una propensione naturale degli uomini, esacerbata dal fatto di aver a che fare con l’Information Overload. Se un individuo compie una ricerca per avere informazioni su uno specifico argomento, nel giro di pochi secondi Google gli restituisce diversi milioni di pagine visualizzabili: l’utente esamina i primi risultati della ricerca e si forma un’idea. Proseguendo nella navigazione tenderà a notare più facilmente le informazioni a sopporto della sua idea piuttosto che quelle contrarie.

Le nuove tecnologie stanno inoltre spingendo le persone verso l’individualismo: tenendo conto che prestiamo attenzione ai media (compresi televisione, cellulari, computer ecc) per circa 9,5 ore al giorno, il tempo rimanente per le interazioni sociali si sta riducendo. Sono soprattutto i giovani ad essere colpiti da questa realtà. Susan Greenfield, neuroscienziata dell’Università di Oxford, ritiene che i nuovi media favoriscano un profondo cambiamento nel cervello dei giovani, riducendo l’attenzione e l’empatia, favorendo la gratificazione istantanea, impoverendo le relazioni umane. Una prolungata esposizione ai nuovi media potrebbe inoltre dare luogo ad un ricablaggio delle connessioni cerebrali perché, dice Sue Palmer, scrittrice inglese che si occupa di educazione, il cervello dei giovani non si impegna più nelle attività nelle quali i cervelli umani si sono impegnati per millenni.

Come abbiamo visto nell’analisi storica, simili effetti sono stati riscontrati in tutte le epoche in cui un nuovo medium si imponeva sulla società, ma non per questo dobbiamo avere l’erronea convinzione che per questo siano solo delle sciocche superstizioni. È invece più probabile che il nostro cervello abbia bisogno di tempo per adattarsi a nuovi strumenti di comunicazione. Il cambiamento porta molto spesso con sé sensazioni di affaticamento e confusione, ma non per questo è necessariamente negativo. Il malessere, la sensazione di sovraccarico e le strategie di adattamento che mettiamo attualmente in atto per fronteggiare la quantità impressionante di dati, sono appunto un adattamento che forse, in futuro, porterà il cervello degli esseri umani ad essere meglio strutturato e connesso di quello di oggi. Anche l’avvento della scrittura ha avuto le sue ripercussioni, ma senza quell’invenzione sicuramente non esisterebbe tutto il sapere di cui oggi disponiamo.

 

 

 

Patologie e dipendenze da informazione

 

Nell’ampia definizione di Internet Addiction Disorder (IAD) rientrano diversi tipi di dipendenze online come quella per il gioco d’azzardo o i giochi di ruolo, per il sesso e le relazioni virtuali, per lo shopping compulsivo e il sovraccarico cognitivo. Tale patologia colpisce prevalentemente chi ha già disturbi psichici preesistenti, come una storia di dipendenza, o psicopatologie come depressione o disturbi di tipo ossessivo compulsivo e bipolare. Ma lo sviluppo di una dipendenza in rete può coincidere anche con periodi di crisi dell’individuo, come nel caso di problemi lavorativi o familiari, oppure essere favorito dalle caratteristiche proprie del web, come il fatto di poter navigare in anonimato o sotto false identità. In questo contesto affronteremo nello specifico la dipendenza da informazione (Information Overload Addiction) e la cybercondria, una manifestazione online della più conosciuta ipocondria.

 

L’information Overload Addiction

 

Tale dipendenza è una delle ultime individuate fra le patologie online e consiste nella ricerca irrefrenabile e compulsiva di informazioni e notizie sul web, passando in modo ossessivo da un sito all’altro. Chi soffre di tale disturbo mette in atto dei veri e propri comportamenti compulsivi, utilizzando tutti gli strumenti di cui dispone per rimanere costantemente aggiornato: iscrizione a newsletters e feed RSS, controllo ossessivo della casella e-mail, aggiornamento continuo delle pagine web, monitoraggio costante dei social network.

Spesso la ricerca di informazioni si conclude con una grandissima quantità di materiale salvato sul computer o nei preferiti del browser, che però non aiutano l’individuo a prendere una decisione o a focalizzarsi su una singola informazione. Questo accade a causa dell’ovvio stato di confusione e sovraccarico che si viene a creare per via dei pareri discordanti e dell’imponente quantità di dati a sua disposizione. La sensazione dell’individuo dipendente da informazione è quella di non essere mai abbastanza informato, di correre il rischio di lasciarsi scappare qualche notizia di vitale importanza. Talvolta i dati che vengono cercati non hanno neanche una reale importanza per il soggetto, ma assolvono al compito di impegnarlo in qualcosa ed evitargli pensieri frustranti. L’Information Overload Addiction risulta quindi essere una strategia di evitamento dei problemi reali per cui l’individuo soffre, un modo per mettere a tacere la sua ansia e la solitudine.

Il rischio di tale patologia è che il bisogno di rimanere costantemente aggiornato diventi invalidante al punto che la ricerca vada ad esaurire tutto il tempo libero, o peggio lavorativo, dell’individuo.

 

Una nuova forma di ipocondria: la cybercondria

 

Il motore di ricerca Google ci informa che le ricerche più comuni effettuate sono relative alla parola “tumore”, “tumore al seno” e “tumore al colon”. Un fenomeno che  sta recentemente prendendo piede è quello della cybercondria, cioè la tendenza ossessiva ad informarsi sul web per problemi di salute veri o presunti. Secondo una stima del Censis, in Italia sono circa 16 milioni gli utenti che si connettono per cercare informazioni sanitarie e il 34% dei navigatori è interessato esclusivamente a dati medici. Il soggetto cybercondriaco compie una ricerca su Internet in base ai sintomi presunti o reali che avverte, facendosi un’idea sul proprio disturbo ed evitando di interpellare il proprio medico proprio per paura che gli confermi la sua auto-diagnosi. Nella maggior parte dei casi però, la conclusione a cui l’ipocondriaco è giunto non è corretta o comunque è da valutare, e non fa altro che aumentare il suo stato d’ansia e di preoccupazione. Nel tentativo di trovare delle evidenze che contraddicano questa diagnosi, l’utente continua nella sua ricerca ma cade nell’effetto-paradosso di confermarlo ulteriormente e finisce con lo scegliere, tra le varie diagnosi proposte, quella peggiore.

Da uno studio del 2008 della Microsoft è emerso che gli utenti di solito guardano solo la prima coppia di risultati forniti dai motori di ricerca, ed è così che un mal di testa si trasforma facilmente in un tumore e un formicolio in sintomo di Sla. La conseguenza è che gli utenti sentono il bisogno di approfondire le informazioni sulla presunta malattia, individuando così sintomi che non manifestavano all’inizio della ricerca, alimentando in questo modo lo stato d’ansia.

Parte del problema risiede anche nel fatto che molta dell’informazione medica sul web non è certificata, al contrario spesso sono gli utenti comuni a scrivere di malattie: l’ansia e la suggestione fanno il resto.

Nel tentativo di ovviare a tale problema la Health On The Net Foundation (HON) ha stilato un codice di comportamento in base al quale i siti iscritti hanno accettato di diffondere informazioni responsabili rendendo note le fonti. È stato introdotto anche MedHunt, un motore di ricerca che diffonde solo risultati provenienti da siti di fiducia.

 

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