Anno II - Numero 3

Ti conosco ch’eri ciliegia       

Ti conosco ch’eri ciliegia - recensione di Raffaela D’Alterio al romanzo di Stefano Centonze - Ed. Albatros - 2010

È quasi insopportabile il pensiero che il senso della vita non abbia nome, non abbia luogo e non sia simbolicamente identificato in qualcosa o in qualcuno. La ricerca diventa, così, disperata e faticosa e ad ogni punto di “arrivo” sembra sempre di dover ricominciare. Si ha, a quel punto, come la sensazione di cercare invano, di essere destinati al fallimento e la solitudine accompagna i viaggi più lunghi e gli arrivi più entusiasmanti.

Davanti a questo incontro la vita appare scarna e la ricerca stanca! È come fermarsi ad un punto del viaggio e scrivere il diario dei giorni passati e poi rileggerlo a distanza di tempo… Ci vedi quello che hai cercato, quello che hai trovato, quello che hai dimenticato di cercare, le cose, le persone che hai incontrato, che hai lasciato, che ti hanno accompagnato. Quello di Marco è un viaggio di ritorno, attraverso un lungo cercare che anche alla “fine”, simbolica degli eventi, è ancora ricerca. Profonda è allora la riflessione che questo viaggio ci invita a fare: qual è il senso del mio cercare se ad ogni “arrivo” devo ricominciare! Dolce e  amara sensazione!!! Potremmo filosoficamente dire che il senso sta nella ricerca e che la ricerca è il senso stesso!! Ma quanti si accontenterebbero di questo, a quante coscienze basterebbe “pensare” che il loro disperato, affannoso, accanito cercare sia sufficiente per dare senso alla propria vita?

A pochi. E’ insopportabile la sensazione di sconfitta, quando il potere non si degna di “stare” tra le tue mani o quando il potere manovrato dagli altri ti obbliga a “stare” dove mai staresti. E si finisce per diventare potenti vite espropriate, sorridenti maschere impaurite, numerosi da soli, quadri dipinti a mano su carta crespa, ricercatori per strade di mercenarie illusioni. Potrebbe essere errata la destinazione o errato attraversare il “viaggio” correndo verso sentieri illusori? Marco fa ritorno alla sua vita, alle sue paure, alla solitudine sana che lo avrebbe salvato dalle illusioni e ai colori sbiaditi del quadro dei suoi desideri. Marco sceglie la strada del ritorno, molto più faticosa di quella che si percorre quando si va avanti, perché c’è bisogno di cercare ancora e in modo nuovo, c’è bisogno di guardare ancora dentro e fuori di sé e di fermare i propri occhi negli occhi degli altri che si credevano persi e rischiare di non trovarli più.

Ed è forse “ritornando” che il cercare fa sentire più intensamente il suo senso, si fa sentire come il “senso”. Sento di poter affermare che il ritorno di Marco è una ricerca alta e profondissima della verità. La mia verità, quella di Marco e non quella degli eventi temporali. Ritornare a sé, riconoscendo di essere anche un “non-sé”, significa  avventurarsi alla ricerca interiore, svelatrice della propria verità. Ritornare è ripercorrere le strade interiori, osservando, tutto intorno con gli occhi dell’anima, i paesaggi celati come da ombre di fredde stagioni mai fatte passare. Ritornare è riconoscersi innanzi alla propria coscienza. E’ ritrovarsi per partire ancora!!

L’uomo deve impegnarsi a fondo nella conoscenza, anche se non potrà raggiungere un sapere perfetto. E' questo il mezzo migliore per raggiungere la felicità, giacché "una vita senza ricerca non è vita umana" (Apologia di Socrate, 38 a – Platone)

Sinossi del RomanzoMarco Portulano è originario del Salento ma da anni ormai ha abbandonato la terra natia per trasferirsi a Milano. Il gelido Nord gli ha offerto tutto ciò che un uomo può desiderare: una moglie bellissima, il prestigio sociale e, soprattutto, una posizione di primo piano nella gestione della Golden Invest S.p.A., una delle più ricche società di costruzioni d'Italia. L'esistenza di Marco è scandita da una serie di trionfi in rapida successione, eppure c'è qualcosa, nel suo passato, che gli impedisce di essere felice, qualcosa che lentamente lo corrode, lo avvelena, lo uccide. Quando ciò che Portulano ha costruito crollerà rovinosamente lasciandolo solo con la propria coscienza, non gli resterà che sfogliare le pagine della memoria, esplorare la strada che ha già percorso e riaffrontare i suoi fantasmi. Con Ti conosco ch'eri ciliegia, Stefano Centonze ci regala un romanzo intenso e appassionante sul tema del ritorno alle origini; un lirico tributo alla scoperta di sé e di ciò che ci si porta dentro, si cela, si occulta, finché non scompare di fronte ai nostri stessi occhi.

 

"Ti conosco ch'eri ciliegia" è al Salone Internazionale del libro di Torino (11-16 Maggio 2011)

 

 

Emozioni patologiche            

di Stefano Centonze

Gioia, paura, disgusto, tristezza, collera sono emozioni che l'essere umano è in grado di provare quando si relaziona col mondo esterno e che gli procurano benessere e gli garantiscono la sopravvivenza. Così la collera lo incoraggerà all'attacco, la paura alla fuga, il disgusto gli farà rimettere il cibo avariato mangiato inavvertitamente e così via. Quello che noi oggi sappiamo delle emozioni – e che risponde a evidenze scientifiche – è che esse dipendono da aree ben definite del nostro cervello, i gangli della base, particolari nuclei di sostanza grigia situati nella regione subcorticale del cervello, il cui malfunzionamento genera patologie che alterano la sfera emotiva (come, ad esempio, accade nei disturbi d'ansia e negli attacchi di panico).

Normalmente, quando vengono attivati i gangli della base in seguito a una sollecitazione esterna, il corpo risponde mediante alterazioni che possono essere un'accelerazione cardiaca, un aumento della pressione arteriosa, uno stato d'allerta sensoriale diffuso. Nel momento in cui, però, questo stato di accresciuta vigilanza si attiva senza ragione, siamo di fronte alla patologia. Ed ecco che si può avere paura o essere ansiosi anche in totale assenza di pericolo! Le persone che soffrono di questi disturbi non riescono più a controllare le proprie reazioni sensoriali e affettive: possono rimanere paralizzate dalla paura, avere una sudorazione abbondante o un’accelerazione dei battiti cardiaci senza alcuna causa reale. Dove nasce la paura? Oltre ai gangli della base esistono altre strutture cerebrali che regolano i meccanismi della paura, come l’ amigdala, un’area del cervello che gestisce le emozioni e soprattutto la paura: secondo gli studi, essa è implicata nei comportamenti di fuga e aggressione che l’individuo assume adattandosi al mondo esterno, quindi, generalmente di fronte a un pericolo immediato. Ma quando l’emozione scatenata da una situazione non corrisponde ai rischi reali, siamo di fronte a un malfunzionamento di questa struttura.  L’amigdala, inoltre, esercita una imponente azione nei processi di condizionamento: secondo Laurie Mondillon e Martial  Mermillod, ricercatori alla Blaise Pascal di Clermont-Ferrand, (“Emozioni Malate” comparso nel mensile Mente & Cervello di Aprile 2010), se attraversiamo un passaggio pericoloso durante un’escursione e abbiamo avuto paura del vuoto, capita che il ricordo di questo passaggio rinforzi questa paura anche in assenza del pericolo. E’ in questo modo che ci spieghiamo come mai le  fobie o le paure irragionevoli di un animale (il ragno) o di una particolare situazione sociale come la folla, del vuoto, degli ascensori, corrispondano a un’attivazione ingiustificata dell’amigdala.  Ma non finisce qui. Studi condotti tramite risonanza magnetica funzionale (fMRI) hanno dimostrato che la sovrattivazione dell’amigdala è anche collegata a dei comportamenti sociali complessi come il razzismo: è emerso, infatti, che essa si attiva di più di fronte a individui di origine etnica diversa dalla nostra e che tale iperattivazione sembra essere causata da una cattiva regolazione della corteccia cerebrale. Ma l’amigdala non è l’unica responsabile di processi emotivi complessi, sani o patologici. Sono stati studiati, infatti, diversi disturbi emotivi e comportamentali dovuti a delle lesioni della corteccia cerebrale. Un esempio è il meccanismo della depressione, provocato da un malfunzionamento della zona mediana della corteccia frontale, area preposta a regolare la produzione di dopamina, un neurotrasmettitore che svolge molte funzioni nel cervello (regola il comportamento, la cognizione, il movimento volontario, la motivazione, la punizione e la soddisfazione, il sonno, l’umore, l’attenzione, la memoria) e che, in minima parte, secondo i neurobiologi, sarebbe responsabile anche della depressione. In alcune forme di depressione, il sistema della ricompensa – quello,per intenderci, che ci fa apprezzare i piaceri della vita quotidiana - sarebbe poco funzionante. Ecco che, in casi del genere, una forma depressiva, anche non severa, può perfino degenerare in sindrome maniaco-depressiva e caratterizzarsi per un’alternanza di fasi in cui il malato è apatico e non manifesta alcun interesse per il mondo che lo circonda e fasi maniacali, in cui è euforico. Gli studiosi affermano che questo disturbo sia dovuto a un passaggio della corteccia orbitofrontale da uno stato di inattività a uno stato di iperattività legata all’euforia e alla motivazione eccessiva.  Un malfunzionamento della regolazione emotiva può dare origine anche a un’altra malattia: l’alessitimia,  disturbo che si manifesta nella difficoltà a manifestare, anche mimicamente, ed esprimere le proprie emozioni o, addirittura, a provarle. In base agli studi di Nicolas Vermeleun dell’Università Cattolica di Loviano, la capacità immaginativa ed onirica è ridotta e, talvolta, inesistente in persone alessitimiche: il paziente affetto da questo disturbo non riesce neppure ad individuare la causa che scatena le sue emozioni, a prenderne coscienza e a gestirle. La causa ridiede, secondo le ricerche ad oggi disponibili, da un danno nella regione prefrontale del cervello, la quale, insieme alla corteccia cingolata anteriore e alla corteccia frontale mediana, è responsabile della presa di coscienza delle emozioni medesime. Inoltre, analizzando i punti in comune tra alessitimia e sindrome frontale, particolare patologia caratterizzata fondamentalmente da una scarsa e compromessa capacità di pianificazione delle azioni, è emerso sorprendentemente che la capacità di prendere decisioni è dettata più dalle emozioni che dalla ragione. La qual cosa spiegherebbe molto bene il collegamento tra le due patologie ed il comportamento sul mero piano fenomenologico. In questo excursus sulle emozioni malate, è bene fare una distinzione tra le patologie che riguardano l’individuo per sé e quelle che riguardano l’individuo in relazione con gli altri, poiché è in questo ultimo caso che emergono con maggior forza.. Queste ultime, infatti, coinvolgono il fenomeno della risonanza empatica, o più comunemente empatia, ovvero di quella capacità di immedesimarsi in un’altra persona fino a coglierne i pensieri e gli stati d’animo, attitudine innata, invero, ma che varia da un individuo all’altro.  Se manca questa capacità di sentire il sentire dell’altro, parliamo di patologia, laddove le componenti implicate risultano essere la condivisione affettiva, la flessibilità mentale, che ci permette di adottare il punto di vista dell’altro, e la coscienza emotiva, che permette di distinguere le proprie emozioni da quelle degli altri. Dal punto di vista neurofisiologico, aggiungiamo che l’empatia è un processo particolarmente complesso, poiché dipende dall’attività di diverse aree cerebrali: le aree prefrontali, le aree attivate nell’analisi dei comportamenti (giro cingolato anteriore), il sistema limbico e l’insula, garante delle connessioni tra le aree corticali e subcorticali.  I disturbi della regolazione di emozioni, la mancanza di interazioni sociali, l’apatia che si manifesta attraverso uno stato di indifferenza verso il mondo circostante, di inerzia fisica oppure di mancanza di reazione di fronte a situazioni che normalmente dovrebbero suscitare interesse o emozione sono dovuti alla presenza di lesioni nella corteccia prefrontale dorsolaterale e mediana e determinano comportamenti antisociali. A questi processi di identificazione empatica (e della loro disfunzione) concorrono anche dei neuroni  scoperti nelle scimmie, denominati neuroni specchio, studiati dall’equipe del Prof. Giacomo Rizzolatti,  importanti per la comprensione delle azioni di altre persone e, quindi, per l’apprendimento attraverso l’imitazione. Essi rappresentano una delle più importanti scoperte degli ultimi dieci anni nell’ambito delle neuroscienze ed hanno aiutato la comprensione anche dei processi patologici ad essi collegati. Grazie ai neuroni specchio, infatti, sappiamo che, quando funzionano male, si assiste alla totale mancanza di empatia e di comunicazione emotiva (come accade nei disturbi  da cui sono affetti i pazienti affetti da autismo: i bambini autistici, infatti, hanno difficoltà a riconoscere volti che esprimono un’emozione o ad adottare il punto di vista dell’altro).  Quali che siano le nuove frontiere delle neuroscienze, noi oggi possiamo solo affermare di essere degli approssimativi conoscitori del funzionamento del Sistema Nervoso Centrale e delle sue complesse reti di collegamento che sono alla base di altrettante patologie. Il ripristino dei danni dei circuiti neurali, ad esempio, sembra una frontiera irraggiungibile, benché gli studiosi abbiano già messo in pratica nuove tecniche che hanno dato finora risultati incoraggianti. Parliamo della stimolazione cerebrale profonda e della stimolazione magnetica transcranica (che potrebbero apportare dei benefici nella cura di molte delle patologie del SNC), procedura chirurgica attraverso la quale vengono impiantati in sede permanente vari elettrodi nell’ipotalamo, grazie all’innesto di un pacemaker che invia impulsi al cervello, la prima, tecnica non invasiva di stimolazione elettromagnetica del tessuto cerebrale, che può essere adottata anche in maniera ripetuta, ciclicamente, la seconda. Ma il loro progresso e l’affiancamento di nuove tecniche che aprano le porte alla comprensione dei buchi neri del nostro cervello è, al momento, la sfida per il futuro.

 

Disturbi del sonno

di Maria Novella Colluto

Il sonno è un meccanismo indispensabile per il normale funzionamento dell’organismo e la sua privazione o un disturbo nella regolazione del normale ciclo sonno-veglia, può causare notevoli danni alla salute. Il sonno è regolato da particolari meccanismi neurofisiologici presenti nel cervello che seguono il ciclo circadiano, ovvero il giorno e la notte. Tra le varie definizioni proposte, và ricordata quella data da Fagioli e Salzarulo nel 1985, che definiscono il sonno “uno stato dell’organismo caratterizzato da una ridotta reattività agli stimoli ambientali che comporta una sospensione dell’attività relazionale (rapporti con l’ambiente) e modificazioni dello stato di coscienza. Esso si instaura autonomamente e periodicamente, si autolimita nel tempo ed è reversibile”.

Nonostante il sonno sia rappresentato da un apparente stato di quiete, durante questo stato avvengono complessi cambiamenti a livello cerebrale. Due caratteristiche fondamentali distinguono il sonno dallo stato di veglia: la prima è che il sonno erige una sorta di barriera percettiva fra mondo cosciente e mondo esterno; la seconda differenza tra sonno e stato di veglia è che uno stimolo sensoriale (quale può essere ,ad esempio, un rumore forte) può superare questa barriera e svegliare chi dorme.Tutto quello che oggi si conosce sul sonno è frutto di particolari esami basati sul monitoraggio delle onde cerebrali; sull’elettroencefalogramma che permette di registrare l’attività elettrica del cervello; sull’elettrooculografia che registra i movimenti oculari e sull’ elettromiografia che rileva i movimenti muscolari.

Gli studiosi hanno evidenziato che il sonno non è uguale per tutta la sua durata, ma è caratterizzato dalla presenza di due fasi principali che si alternano durante la notte, determinando un ciclo:

- la fase NON REM (sonno lento o sincronizzato o sonno NON REM);

- la fase REM (sonno paradosso).

Nella fase NON REM (sonno lento), le onde cerebrali diventano sempre più lente e più ampie, man mano che il sonno si approfondisce. Il sonno lento è stato suddiviso in quattro fasi: assopimento, sonno leggero, sonno abbastanza profondo, sonno molto profondo. In quest’ultima fase gli occhi non presentano movimenti; le funzioni vegetative, il respiro e il battito cardiaco rimangono regolari.

Il termine REM (dall’inglese rapid eye movements= movimenti oculari veloci), deriva dal fatto che in questa fase del sonno gli occhi si muovono con movimenti ritmici rapidi. Si verifica normalmente 4 o 5 volte, ed è in essa che si fanno sogni molto intensi. Il termine

sonno paradosso deriva dal fatto che l’elevata attività cerebrale e i movimenti oculari rapidi caratteristici di tale fase, sono in contrasto con il grado di generale rilassamento muscolare.

Quando ci mettiamo a letto, da uno stato di veglia si passa a uno di sonnolenza e quindi a uno stadio NON REM, che progressivamente diventa più profondo ed è caratterizzato da onde cerebrali sempre più lente. Dopo circa un’ora e mezza, compare la prima fase di sonno REM, indicata anche da un frenetico movimento degli occhi sotto le palpebre abbassate. In seguito, nel corso della notte i due tipi di sonno si alternano. Circa il 25% del sonno totale è costituito dalla fase REM che è quella in cui si sogna: i sogni occupano l’85% del sonno REM.

I vari studi fatti sul sonno concordano nell’affermare che sia il sonno REM che quello NON REM sono necessari per essere in buona salute.

Tra le più importanti funzioni del sonno vi sono quella di regolamentare le energie psico-fisiche dell’individuo, consentire il normale funzionamento delle attività cognitive (memoria, attenzione, concentrazione, pensiero ecc.) e il ristoro. Chiunque abbia avuto l’esperienza, non proprio piacevole, di passare una o più notti insonne probabilmente ricorderà i principali effetti: sonnolenza, difficoltà a concentrarsi, minore lucidità, impatto negativo sull’umore, maggiore difficoltà a svolgere compiti complessi come lavorare o studiare. Naturalmente, la gravità di questi effetti varia sia in relazione al periodo di tempo che si trascorre senza dormire, sia in funzione della “variabilità” individuale.  La durata “normale” del sonno è un fattore tipicamente soggettivo, pertanto, varia da persona a persona: si distinguono i soggetti che necessitano di dormire poco (dormitori brevi), da quelli che hanno bisogno di una quantità di sonno maggiore alla media (dormitori lunghi).

Quando la persona non riesce ad avere beneficio dal riposo perché dorme troppo poco, eccessivamente, male o con frequenti ed improvvisi risvegli o incubi, si può pensare alla presenza di un Disturbo del sonno.

I disturbi del sonno sono caratterizzati da un riposo carente per qualità e quantità; questo provoca disagio, compromettendo il normale funzionamento sociale e lavorativo dell’individuo.

I Disturbi Primari del Sonno si suddividono in:

- Dissonnie: caratterizzate da anomalie della quantità, della qualità o del ritmo del sonno;

- Parasonnie: caratterizzate da comportamenti anomali o da eventi fisiopatologici che si verificano durante il sonno, durante specifici stadi del sonno o nei passaggi sonno-veglia.

Le Dissonnie, che causano un disagio significativo del funzionamento sociale,lavorativo o di altre aree importanti, comprendono:

 a) l’Insonnia Primaria;

 b) l’Ipersonnia Primaria;

 c) la Narcolessia;

 d) il Disturbo del Sonno Correlato al Respiro;

 e) il Disturbo del Ritmo Circadiano del Sonno.

a) Insonnia Primaria si caratterizza per la marcata e persistente difficoltà ad iniziare o mantenere il sonno, che perdura da almeno un mese. Tale difficoltà compromette l’ambito sociale e lavorativo. Molti dati dimostrano che i vissuti di insonnia sono più frequenti con il crescere dell’età e tra le donne, aggirandosi intorno al 30-40% nella popolazione totale. Normalmente l’Insonnia Primaria esordisce improvvisamente a seguito di uno stress, per poi persistere in conseguenza dell’aumentata reattività e dei condizionamenti negativi (una notevole preoccupazione riguardo l’incapacità di dormire può contribuire allo sviluppo di un circolo vizioso, in cui il soggetto non riesce a prendere sonno). Si può giungere a creare un condizionamento negativo con il proprio ambiente, a tal punto che molti soggetti migliorano il proprio sonno quando si trovano a dormire altrove.

b) Ipersonnia Primaria: la caratteristica fondamentale consiste in un’eccessiva sonnolenza che si manifesta con sonno prolungato e frequenti episodi di sonno diurno che perdura da almeno un mese. L’Ipersonnia Primaria insorge generalmente tra i 15 e i 30 anni d’età e colpisce il 5-10% della popolazione. Le persone che soffrono di Ipersonnia Primaria avvertono una sonnolenza che aumenta nel tempo soprattutto nelle situazioni di bassa stimolazione o di bassa attività (leggendo, guardando la tv, guidando per lunghe distanze, ecc.).

c) La Narcolessia: è caratterizzata dalla tendenza a passare rapidamente dallo stato di veglia a quello di sonno nei più svariati momenti della giornata (mentre il soggetto sta parlando, camminando, guidando l’auto, ecc.). Comporta: attacchi persistenti di sonno ristoratore che ricorrono quotidianamente per almeno 3 mesi.; la presenza di cataplessia (brevi episodi di improvvisa perdita bilaterale del tono muscolare, più spesso in associazione con emozioni intense) e/o ricorrenti intrusioni di sonno profondo nel passaggio tra il sonno e la veglia, come attestato sia da allucinazioni ipnopompiche (intensa attività immaginativa simile al sogno appena dopo il risveglio) o ipnagogiche (intensa attività immaginativa simile al sogno subito prima di addormentarsi), sia da paralisi del sonno all’inizio o alla fine degli episodi di sonno (i soggetti riferiscono di sentirsi svegli, ma incapaci di muoversi o di parlare). Normalmente tale patologia, che colpisce ugualmente uomini e donne, ha il suo esordio in adolescenza anche se sintomi di eccessiva sonnolenza diurna già in età scolare possono essere rintracciabili come primi sintomi della Narcolessia;

 

d) Il Disturbo del Sonno Correlato alla Respirazione comporta un sonno interrotto, con eccessiva sonnolenza o insonnia, che si ritiene dovuta ad una patologia della respirazione correlata al sonno. I fenomeni respiratori anormali comprendono apnea (episodi di cessazione del respiro), ipopnea (respirazione anormalmente lenta o poco profonda) e ipoventilazione (livelli ematici anormali di ossigeno e anidride carbonica), ma soprattutto la sindrome apnoica ostruttiva del sonno. Quest’ultima si caratterizza per apnea, ipopnea, russamenti pesanti e cessazione del respiro che può durare fino a 60-90 secondi e si risolve con russamenti “resuscitativi”. I soggetti con questo disturbo non si sentono riposati al risveglio lamentando una sensazione di ubriachezza da sonno, cefalee sorde e secchezza delle fauci. Tale sindrome è più comune nella mezza età e nei maschi in  sovrapprapeso;

 

 e) Il Disturbo del Ritmo Circadiano del Sonno si caratterizza per una modalità persistente o ricorrente di interruzione del sonno che porta ad eccessiva sonnolenza o insonnia dovuta ad uno squilibrio tra il ciclo sonno-veglia, richiesto dall’ambiente in cui vive la persona e il suo particolare ritmo circadiano sonno-veglia. I soggetti con tale disturbo, per lo più persone di mezza età, lamentano insonnia in certi momenti del giorno ed eccessiva sonnolenza in altri, con conseguente menomazione nel funzionamento lavorativo e sociale. Questo disturbo presenta delle varianti:

- il Tipo a Fase del Sonno Ritardata: una modalità persistente di ritardo dell’inizio del sonno e dell’ora di risveglio, con una incapacità di addormentarsi e di risvegliarsi nelle ore desiderate o precedenti;

- il Tipo da Salto di Fusi Orari: sonnolenza e vigilanza si verificano in un’ora del giorno inappropriata rispetto all’ora locale, e si manifestano dopo viaggi ripetuti attraverso più di un fuso orario;

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- il Tipo da Turno Lavorativo che insorge dal conflitto tra il ritmo di sonno-veglia generato dal sistema circadiano e il ritmo sonno-veglia adattato ai turni lavorativi.

 

Le Parasonnie sono disturbi caratterizzati da comportamenti anomali o da eventi fisiologici, che prevedono l’inusuale attivazione del sistema nervoso autonomo, del sistema motorio o dei processi cognitivi durante il sonno, specifici stadi del sonno o nei passaggi sonno-veglia.

Le Parasonnie comprendono:

a) il Disturbo da Incubi;

b) il Disturbo da Terrore nel Sonno;

c) il Disturbo da Sonnambulismo.

 

a) Il Disturbo da Incubi: si caratterizza per ripetuti risvegli dal periodo di sonno principale o da sonnellini con ricordo dettagliato di sogni prolungati ed estremamente terrifici, che di solito comportano una minaccia alla sopravvivenza, alla sicurezza o all’autostima. I risvegli si verificano generalmente durante la seconda metà del periodo di sonno. Al risveglio dai sogni terrifici, la persona diventa rapidamente orientata e vigile. Tale disturbo riguarda principalmente i bambini tra i 3 e i 5 anni, anche se la stessa popolazione adulta riferisce in percentuale alta di avere occasionalmente degli incubi;

b) Il Disturbo da Terrore nel Sonno presenta: episodi ricorrenti di brusco risveglio dal sonno e insorge con grida di paura, terrore e segni di iperreattività del sistema nervoso autonomo (tachicardia, tachipnea e sudorazione durante ciascun episodio); relativa mancanza di reattività agli sforzi degli altri di rassicurare la persona durante l’episodio. Non viene ricordato in dettaglio alcun sogno e c’è amnesia per l’episodio. Il disturbo è frequente nei bambini (dall’1 al 6%) e negli adulti è stimato intorno all’1%;

c) Il Disturbo da Sonnambulismo manifesta: ripetuti episodi di allontanamento dal letto durante il sonno e di deambulazione nei dintorni, usualmente ricorrenti durante il primo terzo del principale episodio di sonno. Durante il sonnambulismo, il soggetto ha un’espressione fissa, vuota, è relativamente non reattivo agli sforzi compiuti da altri per comunicare con lui e può essere risvegliato solo con grande difficoltà; al risveglio (sia dall’episodio sonnambulico, che al mattino successivo), la persona presenta amnesia per l’episodio. Dopo alcuni minuti dal risveglio dall’episodio sonnambulico, non vi è menomazione dell’attività mentale o del comportamento (benché vi possa essere inizialmente un breve periodo di confusione o disorientamento). Circa il 20% dei bambini ha avuto almeno un episodio di sonnambulismo, ma il Disturbo di Sonnambulismo è presente in una percentuale di gran lunga inferiore (tra l’1 e il 5%) e usualmente permanente nel corso dell’età adulta.

 

Come curare tali disturbi e godere di un sonno ristoratore?

Una buona terapia per fronteggiare tali disturbi implica un’accurata diagnosi. Quest’ultima viene normalmente effettuata attraverso il monitoraggio di molteplici parametri elettrofisiologici durante il sonno. Si tratta della polisonnografia, che generalmente include la misurazione dell’attività EEG, elettroculografica, elettromiografica, ma anche il flusso d’aria orale e nasale, lo sforzo respiratorio, il movimento del torace o della parete addominale. Uno dei principali test diurno è il Test Ripetuto della Latenza del Sonno, nel quale si chiede al soggetto di resistere al sonno, sdraiato in una stanza buia e sprovvista di stimolazioni. In realtà, a tutt’oggi non esiste una terapia univoca nei confronti della maggior parte dei disturbi del sonno. Oltre all’importanza di un corretto stile di vita e di particolari condotte (alimentazione, attività fisica, alcool, abitudini e stress, ambiente, stato emotivo, ecc), si sono rivelati utili sia la psicoterapia sia la farmacoterapia. Questi ultimi in modo particolare riducono notevolmente i disagi legati al cattivo riposo, anche se possono perseverare con effetti residui durante il giorno successivo. Le psicoterapie, nei loro diversi approcci, sembrano invece migliorare gli aspetti di condizionamento negativo legati alle difficoltà scaturite dallo specifico Disturbo del Sonno.

 

 

 

Importanza dell’ area di impatto nei traumi cranici contusivi chiusi

di Roberto Calamo Specchia e Francesco Calamo Specchia

Importanza dell’ area di impatto nei traumi cranici contusivi chiusi ai fini delle complicanze endocraniche.

Le complicanze endocraniche più importanti sono rappresentate dagli ematomi. Questi possono distinguersi, in ragione della loro localizzazione, nel senso della profondità in: epidurali, sottodurali, subaracnoidei (in questo caso si tratta di emorragia perché il sangue si mescola con il liquor), intraparenchimali o intracerebrali, intraventricolari (anche in questo caso siamo di fronte ad una emorragia, per la stessa motivazione suddetta).

Ma la sede degli ematomi varia anche in virtù della regione anatomica del capo interessata, per cui dovremmo avere ematomi frontali, temporali, parietali, occipitali. In verità i primi sono rarissimi, sono dovuti ad un trauma diretto, che non produce il più delle volte effetti endocranici, perché attutito in un certo senso dalla presenza dei seni paranasali. Gli occipitali, sono dovuti ad un impatto in tale sede, sono anch’ essi rari, anche se meno rari, e rappresentano di fatto i cosiddetti ematomi di fossa cranica posteriore. Vanno tenuti presenti, poiché, essendo di origine venosa, si formano più lentamente che in altre sedi, e quindi sono molto insidiosi, dando luogo ad una vaga e progressiva sindrome da ipertensione endocranica (vomito e cefalea), fino al momento in cui il quadro clinico si scompensa e sopraggiungono gravi disturbi respiratori e bradicardia spinta, fino all’ arresto cardio - respiratorio da sofferenza del tronco encefalico.

 

Infine, se l’ area d’ impatto è la regione temporale, abbiamo, con una notevole frequenza, il formarsi del classico ematoma epidurale temporale, che è fondamentalmente dovuto ad una triade di fattori eziologici:

 

1.      una certa “scollabilità” della dura madre dal tavolato osseo interno, nel senso che è poco aderente e vi è quasi uno spazio virtuale, che può facilmente esser occupato dal sangue stravasato;

 

2.      il dato che la squamma del temporale può fratturarsi più facilmente di altre strutture ossee, in quanto rappresenta un’ area di debolezza ossea, essendo compresa fra due “pilastri”, che sono invece aree del cranio di maggiore resistenza;

 

3.      infine, elemento più importante e quindi conditio sine qua non,  il decorso in tale regione dell’ arteria meningea media, che può essere lesa da una frattura ossea e dare inizio all’ emorragia che scolla la dura madre dall’ osso, formando un ematoma sempre più voluminoso, il quale, dopo un iniziale periodo di intervallo lucido, manda il paziente in un coma sempre più ingravescente, fino all’ exitus, se non si interviene chirurgicamente con urgenza.

 

Questa, in gran sintesi, la topodiagnostica delle complicanze post- traumatiche di natura emorragica endocraniche, che possono e devono essere ben conosciute, se vogliamo intervenire con la dovuta tempestività, unico elemento necessario ed indispensabile per una prognosi favorevole.

 

Roberto Calamo Specchia Specialista in Neurochirurgia

Francesco Calamo Specchia Laureando in Medicina e Chirurgia

 

20 Aprile 2011: in memoria di Giuseppe Sinopoli, nell'anniversario della sua morte

di Giuseppa  Pistorio

Il compito che mi è stato dato in questa giornata dedicata alla memoria di Giuseppe Sinopoli mi ha attratto fin dal primo momento sebbene, contemporaneamente, mi sgomentasse l’idea di mettere in relazione il suo pensiero con la musicoterapia, disciplina di cui (come psichiatra) mi sono occupata attivamente negli ultimi vent’anni della mia vita e con la fede, il mistero della vita e della morte che sono stati , sin da quando il pensiero umano ha preso forma, argomento largamente dibattuto.

Ho cominciato a fare delle ricerche su Giuseppe Sinopoli  uomo, sul suo percorso umano e mi sono imbattuta in una persona che ha utilizzato come elemento predominante la riflessione e il tentativo di fondere e/o di far incontrare tra loro i diversi campi del sapere. Ricordo lo sgomento che mi aveva dato la notizia della sua morte, improvvisa, fulminea, nell’esercizio della sua attività di direttore d’orchestra  e il pensiero immediato che avevo fatto che forse non vi era morte più adatta per lui; a tal proposito mi ha molto colpito leggere alcune frasi commemorative pronunciate dalla moglie la quale afferma che negli ultimi anni della sua vita Giuseppe Sinopoli era ossessionato dall’idea della morte tanto da ricercarne il senso e la natura attraverso la ricerca compiuta all’interno degli usi, costumi, tradizioni e speculazioni filosofiche degli antichi Egizi, compendiate  soprattutto nel “libro tibetano dei morti”. Come persona pensante e come psichiatra tali racconti mi hanno richiamato a quella che noi attualmente chiamiamo “la profezia auto avverante” che fa sì che se ci concentriamo troppo su un argomento e ne temiamo la comparsa questo quasi magicamente si concretizza nella nostra vita.

In questa mia ricerca sulla vita e il pensiero di Giuseppe Sinopoli mi sono imbattuta in un interessantissimo articolo di Pietro  Bria, psicoanalista, scritto in occasione del quinto anniversario dalla  sua morte. Pietro Bria  sottolinea la transdisciplinarietà  del pensiero di Sinopoli e lo mette in relazione con la teoria dell’ “inconscio strutturale” di Ignacio  Matte Blanco. Questa teoria parla fondamentalmente di una stratificazione dell’inconscio, di due parti fondamentali di esso in relazione tra loro: L’INCONSCIO  RIMOSSO E L’INCONSCIO  NON RIMOSSO. Il primo è quello con cui tradizionalmente veniamo a contatto leggendo Freud in quanto ci mette in luce quei meccanismi di rimozione che mette in atto la nostra mente di fronte a contenuti interiori troppo dolorosi e che, in occasione di avvenimenti, pensieri, emozioni o altro che li riattualizzano cominciano a manifestare segni di disfunzionalità e quindi sintomi. La lezione freudiana ci dice che il grande maestro della psicoanalisi  portava alla luce tali contenuti rimossi avvalendosi dell’aiuto dei sogni, dei lapsus e della libera associazione. Il secondo è  sempre  maggiormente sottolineato dalla moderna psicoanalisi in quanto è rappresentato da tutti quegli elementi trasmessi geneticamente, ontologicamente e filogeneticamente che rimangono impressi nella memoria corporea dell’individuo e che si esprimono attraverso suoni e movimenti (ad esempio la mimica, la postura, l’emissione vocale, l’intonazione vocale ecc). Mauro Mancia, neurofisiologo e psicoanalista,  invitava a porre molta attenzione a questo secondo tipo di inconscio durante lo svolgimento di una seduta psicoanalitica in quanto le vestigia di esso erano molto utili a svelare il sommerso profondo, infantile, primigenio, di ogni individuo; danno la possibilità di prendere contatto con i contenuti più profondi di ogni persona in un’ottica comunque dinamicamente trasformativa. Dice Pietro  Bria:” Matte Blanco ha dato veste logica a questo inconscio strutturale che fa a meno del principio di non contraddizione aristotelico e delle coordinate spazio-temporali Kantiane, lo ha dotato di una logica –la logica simmetrica- di cui ha dichiarato anche l’isomorfismo con la logica dell’emozione e con quella dell’infinito.Per questa logica la semplice somiglianza o equivalenza tra due individui comporta la loro identità il che è lo stesso dire che essa tratta la parte come il tutto, tratta come uno ciò che il pensiero divide”.

Vorrei a questo punto aprire una parentesi sulla musicoterapia, in particolare la musicoterapia di matrice Benenzoniana, che ha in sé due principi fondanti: il principio dell’ISO e quello dell’OGGETTO  INTERMEDIARIO  per la comunicazione. ISO vuol dire uguale e con questo nome Benenzon indica la possibilità tra due o più esseri umani di interfacciarsi  e comunicare attraverso la rispondente eguaglianza di alcuni elementi sonori che, partendo dal periodo precedente il concepimento, per continuare nella vita fetale e poi nella vita neonatale per proseguire via via in quella adulta, si strutturano insieme come le tessere di un mosaico e identificano come unico e irripetibile ogni essere umano. Benenzon dice che vi sono dei suoni (acqua, vento, battito cardiaco, scala pentatonica ecc.) che fanno parte del patrimonio di qualsiasi essere umano e che, depositati nell’inconscio, costituiscono l’ISO  UNIVERSALE; altri sono caratteristici del periodo fetale di ciascun individuo (battito cardiaco della madre e del feto, respiro della madre e del feto, borborigmi intestinali della madre, voce della madre e del padre ecc.), sono depositati anch’essi nell’inconscio e costituiscono l’ISO GESTALTICO; altri ancora sono patrimonio caratteristico della vita neonatale e via via di quella adulta e sono depositati nel preconscio e nella coscienza, soprattutto quando l’individuo si mette in relazione con altri individui ; costituiscono l’ISO CULTURALE  e l’ISO  GRUPPALE.

L’OGGETTO INTERMEDIARIO è rappresentato da qualsiasi oggetto sonoro, convenzionale o non, che, in qualità di prolungamento del corpo e non di sostituto o di rappresentante del corpo stesso, svolge la funzione di ponte comunicazionale tra due o più individui. Vorrei comunque soffermare l’attenzione maggiormente sul principio dell’ISO e sugli elementi sonori che lo costituiscono perché a mio avviso questi ci riconducono direttamente ai costituenti dell’inconscio non rimosso o inconscio strutturale di Matte Blanco, cosa che mi spinge a dire che noi musico terapisti lavoriamo, non solo, ma prevalentemente con questi elementi, con i contenuti profondi non pensabili, contenuti che emergono gradatamente attraverso la dinamica dell’emergere per strati e che prendono via via una forma espressiva sonora che nel tempo si modifica in ottemperanza alla capacità che,nel tempo, l’individuo forgia di poter sentire e vedere con la mente tali contenuti profondi dolorosi.

Quanto detto fino ad ora mi ricollega al pensiero di Giuseppe Sinopoli in quanto egli, soprattutto nel suo incontro con Wagner, fece proprio l’assunto matteblanchiano dell’inconscio stratificato, affermando che attraverso  l’espressione sonoro-musicale, prendono forma via via i contenuti inconsci dei vari personaggi che si stratificano l’uno sull’altro secondo una evoluzione dinamica. Egli mette in luce soprattutto il meccanismo del LEITMOTIV wagneriano che è una particolare tecnica compositiva che rimanda ad una determinata situazione psicodinamica. Non solo ma per esso Sinopoli parla di funzione attrattoriale nel senso che trascina o attrae strutture musicali tanto da subire una trasformazione che lo rende quasi irriconoscibile. “Il  Leitmotiv – dice Sinopoli- sottolinea il fluire continuo, la trasformazione perenne, la natura naturans evocata da Feuerbach. E’ un motivo che crea un campo magnetico e ne interviene un altro capace di creare il proprio campo. E questo trasforma il primo dal punto di vista ritmico e armonico. Tramite tali interazioni si accede ai diversi livelli di coscienza dei personaggi:percorsi labirintici, viaggi prospettici nella mente e nelle emozioni dove ai leitmotiv più evidenti si intrecciano altri nascosti, sfuggenti,pronti a segnalare aspetti inconsci”. Tale visione psicodinamica viene analizzata da Sinopoli soprattutto nel ciclo del Ring; in tale incalzante sovrapporsi di Leitmotiven che trapassano l’uno nell’altro si disvela la memoria dei diversi personaggi, è una sorta di “cura” in cui, come puntualmente ci fa notare Sinopoli,Wagner anticipa di mezzo secolo lo stesso Freud. Per bocca di Sigfrido Wagner dice :”Il mio sonno è sognare” e analizzare il sogno è una tecnica utilizzata da Freud per arrivare all’inconscio ma egli stesso  nelle Lezioni introduttive alla Psicoanalisi del 1917 afferma che il sogno ci riconduce ogni notte allo stadio infantile, quindi  fa coincidere il desiderio inconscio con “quanto vi è di infantile e arcaico dentro di noi”, con quel tipo di inconscio (non rimosso) dove non c’è tempo né spazio, dove non esiste il principio di non contraddizione, lo stesso di cui parla Benenzon quando cita l’ISO universale e gestaltico. Questi ultimi sono anche quelli che ci permettono di metterci in comunicazione con altri individui al di là della parola che non viene spesso utilizzata perché non si può o non si sa utilizzarla.

Dice ancora Pietro Bria: “La mente si costituisce come una struttura a più strati che si dispiega in un continuum strutturale che parte dai livelli più superficiali dove prevale la coscienza “asimmetrica” e “dividente” per addentrarsi nei livelli più profondi che sono i livelli della “coscienza affettiva” o “simmetrica”  “. E’ stato questo il modo con cui Sinopoli, utilizzando anche la sua passione e la tecnica di svelatrice di livelli via via più profondi  che è dell’archeologo, si è avvicinato ai personaggi delle opere di Wagner mettendo in atto la cura e la messa in forma dei contenuti non pensabili allo stesso modo con cui noi psichiatri musico terapisti ci avviciniamo ai pazienti per curarli, di certo il più delle volte non per guarirli.

Proseguendo ancora in questa mia ricerca  ho letto lo scritto di Sinopoli:”Parsifal a Venezia”, una riflessione compiuta dal musicista una notte in cui,uscendo dal Teatro  La Fenice si era perso casualmente e aveva poi voluto continuare a perdersi per le calli veneziane seguendo un tragitto che lo conduceva da Ovest ad Est della città dove giungeva all’albeggiare.  Dedusse che la pianta di Venezia con al centro la doppia spirale costituita dal canal Grande è quella di un labirinto; il labirinto rappresenta il luogo in cui ci si perde e l’uscita dal labirinto la rinascita. Al di là dei vari  e numerosi collegamenti simbolici che Sinopoli fa riallacciandosi ai suoi studi sui miti e sull’architettura dei popoli antichi mi ha colpito l’interesse di Sinopoli uomo verso il sacro, interesse che ha riversato in particolare nella interpretazione musicale del Parsifal. Parsifal è il “puro folle”, colui che riesce a lenire le sofferenze di Amfortas, il salvatore. Nel Parsifal Wagner sembra adombrare un percorso verso la salvezza come lo stesso Sinopoli fa quando si perde per  Venezia e questo percorso sembra dare un senso alla sua vita e alla sua morte.Il percorso labirintico corrisponde ad un rito di iniziazione che viene realizzato attraverso una circumambulazione  prima sinistrorsa e poi diretta verso est. Anche Parsifal compiva un iniziale quarto di cerchio destrorso entrando nel tempio del Graal, quindi tornava sui suoi passi per effettuare una completa circumambulazione sinistrorsa attorno al monte, toccando prima il Sud e poi l’Est corrispondente al Venerdì Santo.

 Tali considerazioni di Sinopoli mi hanno riportato a quanto detto da Vito Mancuso, teologo dei nostri tempi, il quale considera il cammino dell’uomo verso la pienezza della sua realizzazione spirituale quasi inevitabile, purchè egli lo voglia. La pienezza della parte spirituale non coincide con quella intellettuale; l’uomo deve coltivare e alimentare la propria ricerca della spiritualità per poter acquisire una modalità di “sentire” che gli permette di accedere alle vette più alte della spiritualità stessa  e così assicurarsi il destino della salvezza. Mancuso dice :” I grandi sono grandi non perché hanno inventato qualcosa che prima non c’era ma perché hanno visto e scoperto una realtà che c’era da sempre.” Ancora dice:” La grande musica, la grande pittura, la grande letteratura, la grande filosofia non passano mai, perché sono una traccia reale dell’eterno che i migliori di noi hanno saputo restituirci”. Ecco  io credo che Sinopoli sia stato uno di questi grandi, che ha scoperto la musica come modalità per collegarsi alle parti più profonde di sé, che gli ha dato la possibilità di conoscere e realizzare pienamente il suo talento di ricercatore, la sua spiritualità,lui che è riuscito a collegare tra loro i vari rami del sapere e a farli confluire verso un unico grande disegno. In tal modo Giuseppe Sinopoli sembra aver trovato delle risposte alle numerose domande che si faceva sul senso della morte e della vita.

Un altro elemento mi ha molto incuriosito leggendo i vari commenti nelle sue biografie: durante la direzione delle opere musicali, Sinopoli era come vittima di un incantesimo, si trasfigurava. La moglie dice anche che prima della sepoltura sembrava ancora mettere le dita delle mani e le labbra in una posizione che gli era molto caratteristica, come se ancora stesse dirigendo. Sulla copertina del libro Parsifal a Venezia, egli è raffigurato nell’atto di dirigere e la sua espressione è assorta, quasi in trance. Tale osservazione mi ha riportato  con la mente a tutti quei rituali ( per esempio la danza dei dervisci, la preghiera degli ebrei davanti al muro del pianto ecc.) che hanno come caratteristica comune la ripetizione di gesti , movimenti e suoni, ripetizione che ha come scopo il raggiungimento di un rapporto esclusivo con  la divinità, una situazione che sembra rispecchiare il Nirvana o comunque uno stato di beatitudine. Evidentemente, da un punto di vista scientifico possiamo parlare di alterazione dello stato di coscienza dove tutte le funzioni corticali si dissolvono e tutta la realtà circostante sembra conseguentemente non più esistere, causata dal fatto che l’attenzione nei suoi confronti è fortemente alterata sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Sappiamo che la musica, certi tipi di musica dove per esempio esistono dei ritmi ripetuti in modo sempre più incalzante o canti con influssi ipnotici (pensiamo anche ai canti dei monaci tibetani dove vengono costantemente ripetute alcune sillabe accompagnate dal suono dei campanelli tibetani), la musica techno tanto usata nelle discoteche, inducono stati di alterazione della coscienza durante i quali l’identità individuale si dissolve e si raggiunge la sensazione di  fusione con tutte le altre individualità. Ecco, guardando Giuseppe Sinopoli dirigere e interpretare la musica di grandi autori, soprattutto Wagner da lui assolutamente prediletto,, si ha l’impressione che egli sia trasfigurato come se avesse raggiunto una vetta spirituale così alta da escludere totalmente la realtà circostante. Tra le notizie raccolte riguardanti Sinopoli mi ha colpito una osservazione fatta su di lui, osservazione riguardante il surplus di energia da lui stesso investita  nel processo di esecuzione e interpretazione musicale che ha  suscitato in alcuni l’ipotesi che questo possa essere stato causa di quell’infarto che in maniera non in alcun modo preventivata lo colpì irruente, devastante, tanto da mettere la parola fine ad una vita ricca e intellettualmente multiforme.

Dr.ssa Pinella  Pistorio  Specialista in Neurologia e Musicoterapia. Psichiatra, psicoterapeuta. Esperta in tecniche psicodrammatiche di gruppo.

 

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