Anno II - Numero 5

Emozioni        

di Stefano Centonze

“Capire tu non puoi…tu chiamale, se vuoi, Emozioni”. E la voce e la musica di Lucio Battisti irrompono nella nostra

memoria e scatenano in noi una sequela di indicibili sensazioni che ci riportano indietro nel tempo e ci immergono nel mare magnum di emozioni che era la nostra vita negli anni ’60-’70, quando ancora rifiutavamo, inconsciamente, la razionalità e “naufragar ci era dolce in questo mare” . Forse, a pensarci bene, è stata la musica di Lucio Battisti che ci ha fatto riflettere sul significato del termine ‘emozioni’.

Tullio De Mauro, alla pag. 818 del suo Dizionario Italiano, spiega che il termine “emozione” deriva dal latino e-movere (cioè, smuovere) e lo traduce con “imprecisione”, “sensazione forte, turbamento, intensa esperienza psichica, piacevole esperienza accompagnata da reazioni fisiche e comportamentali” e dà come sinonimi commozione, turbamento.

Praticamente la nostra vita è essa tutta un’emozione, un susseguirsi di gioie, dolori, piaceri, disgusti, collere, sorprese. E sulla stessa lunghezza d’onda è Robert Soussignan che in “Emozioni” - vol. 2, pp.57-74, 2002 - si domanda: “Che cosa sarebbe la vita senza emozioni? Le emozioni colorano la nostra esperienza  quotidiana e accompagnano gli eventi importanti…”. E, quindi,  analizzando e razionalizzando la nostra vita, conveniamo col Soussignan - e col più essenziale e doverosamente schematico Tullio De Mauro - che tutte le emozioni sono accompagnate da manifestazioni corporee (aumento del ritmo cardiaco, espressioni del volto o del corpo) e comportamentali (avvicinamento, fuga, lotta) che ci permettono di adattarci alle circostanze, influiscono sulle nostre percezioni, sulla memoria episodica, sulla nostra capacità di prendere decisioni e formulare giudizi. E soprattutto ci consentono di comunicare e trasferire informazioni agli altri.

Ma, se da una parte i ricercatori sono concordi sul ruolo esercitato dalle emozioni nella nostra vita, dall’altra essi sono divisi circa la natura e la quantità delle emozioni, nella loro classificazione e nella diversa incidenza sulle nostre reazioni. Già, perché alla fine sono le nostre reazioni che determinano la natura delle emozioni e ne consentono quella chiarificazione di cui sopra.

L’emozione che suscita in noi la nascita di un figlio, l’ascoltare la sua voce che ripete il nostro nome e comincia a dare un nome a tutte le persone e le cose familiari, consegnarlo alla maestra nel primo giorno di scuola, accompagnarlo per tutto il cursus scolastico fino alla maturità e all’università e vederlo camminare con le sue gambe per la via della realizzazione professionale… è indescrivibile. Tuttavia, possiamo immaginare l’espressione del nostro viso davanti a questi eventi: espressione sempre facilmente leggibile dai nostri occhi e capace di trasmettere anche agli altri il nostro stato d’animo. E, se sul nostro volto si può leggere la nostra gioia, è sempre attraverso quello, il volto, che trasmettiamo le nostre sensazioni di paura, di tristezza, di disgusto, ecc. Siamo un libro aperto per gli altri o almeno per tutti quelli che, dotati di sensibilità, sanno leggerlo. Lo stesso dicasi per gli altri: anche loro per noi sono un libro nel quale leggiamo facilmente le loro intenzioni. Almeno così dovrebbe essere. Ma questa è un’altra storia.

Già alla fine del XIX secolo, Duchenne de Boulogne, nel trattato intitolato Le mécanisme de l’exspression  facial  humaine, questo concetto era chiaramente espresso a sostegno di quanto affermato da Charles Darwin in “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”, quando affermava che le diverse mimiche riflettono emozioni diverse e comunicano numerose informazioni sulle intenzioni della persona che le esprime. Emozioni intense, dunque, a conferma del semplice fatto d’esser vivi.

E questo da sempre: già da quando ad un anno il bimbo ha letto sul volto della mamma la paura per il pericolo cui si era esposto e l’aveva indotto ad adottare un atteggiamento diverso. È in quello stesso istante che egli percepisce di aver fatto la cosa giusta, dal rasserenamento del volto materno. Ma quali sono i fattori che determinano le espressioni facciali, quale la natura dei loro legami con le emozioni e le informazioni che dette espressioni veicolano?

E qui i vari ricercatori richiamano le cosiddette “teorie della valutazione cognitiva”, le quali non postulano – come qualcuno potrebbe pensare – programmi neuromotori  innati, che determinano un limitato numero di espressioni facciali, ma presuppongono che la diversità delle espressioni facciali siano il risultato di sequenze ordinate del trattamento dello stimolo che ha scatenato l’emozione. La contrazione dei muscoli della fronte, infatti, l’elevazione delle sopracciglia, la contrazione dei muscoli della mascella con stiramento delle labbra e apertura della bocca sono altri modi, diversi da persona a persona, di esprimere le emozioni e sono soggetti a variazioni collegate all’età, alla cultura e all’esperienza di ciascun individuo. Molti sono gli studiosi che se ne sono occupati: da Linda Camras della De Paul University di Chicago a Benoit Schaal e Luc Marlier di Digione, dallo stesso R. Soussignan, già più volte citato all’illustre Paul Elkman, massima autorità mondiale sullo studio dell’espressione mimica delle emozioni, nonché padre della criminologia moderna.

E non solo il volto ma tutto il corpo incamera emozioni e reagisce con comportamenti diversi a seconda dell’età, della cultura, dell’esperienza e – perché no? – del sesso.

Quando proviamo un’emozione, il nostro corpo subisce alcune modificazioni, come l’accelerazione del ritmo cardiaco, respiratorio e la secrezione di adrenalina. Tutte reazioni che alterano il nostro status momentaneo e mandano input al nostro cervello, a supporto delle teorie di quanti teorizzano rapporti circolari tra emozioni, cervello, coscienza e risposta organica corporea.

Ma le emozioni interessano prima  la nostra psiche o la nostra “fusis”? Interessanti sono gli argomenti addotti dai vari William James, Carl Lange e, ultimamente, dagli statunitensi, Antonio Damasio e Paula Niedenthal, che non pare giungano ad un’univoca conclusione. Anzi.

E’ un po’ tornare nell’ aristotelica questione: è nato prima l’ uovo o la gallina?

Le emozioni esistono e le reazioni pure ma, razionalizzandole, notiamo che la voce di Mina e di Pavarotti produce emozioni, come anche l’ascolto di un brano di Chopin, di Debussy, di Verdi. Emozioni percepite ed esternate in maniera diversa, con “coloritura” più o meno forte, ma per niente paragonabile all’entusiastica reazione dei tifosi milanisti al gol di Inzaghi contro il Liverpool nel 2007. 

E tu non sforzarti di capire, “chiamale, se vuoi, emozioni”. E, dunque, comprenderle, classificarle, dare un nome capace di differenziarle è possibile? Lo sarebbe ma “capire tu non puoi: tu chiamale se vuoi, emozioni”.

 

La comunicazione conflittuale           

di Alfonso Falanga

 -dalle insufficienze del determinismo Stimolo-Risposta al Tempo dell'Ascolto-

 

Non è necessario riferirsi alle cronache quotidiane per riconoscere come le persone, oggi, abbiano sempre più difficoltà a capire ed a farsi capire.

Giornali e TV riportano casi eclatanti di incomunicabilità che si verificano  in contesti in cui, al contrario, è legittimo attendersi accoglienza ed ascolto: la famiglia, in primo luogo, a seguire l’ambiente professionale, la scuola, i gruppi sociali.

Nella normalità quotidiana non si giunge, per fortuna, a tali estremi disaccordi. Ciò non toglie che anche in questa dimensione siano frequenti i momenti di profonda incomprensione e di doloroso disagio interiore.

Certo, il contrasto relazionale ormai pervade il nostro vivere collettivo. L’elemento dirompente è che, come dicevamo all’inizio, lo scontro tra modi diversi di interpretare il mondo appartiene anche a quegli ambienti che, invece, dovrebbero fare da argine alla conflittualità sociale. 

Non ci stiamo riferendo alla normale ed auspicabile differenza, segno distintivo della individualità,  che ci deve essere tra modi di pensare e che rappresenta la premessa  indispensabile alla comunicazione. Lo scambio di contenuti verbali e non verbali ha come meta la conferma delle alterità e non certo l’omologazione delle menti.

L’oggetto della nostra riflessione, al contrario, è quel discutere senza sapere su cosa lo si stia facendo, è lo scollegamento tra pensiero e parola e non perché soggetti a patologie dissociative ma in quanto vinti – in quel momento -  da emozioni e pensieri negativi. E’ quel parlare tra persone che ritengono, in tutta onestà, ognuno di dire la propria per poi accorgersi che così non è stato. Senza comprenderne la ragione.

Stiamo dunque riflettendo sulla impossibilità, o incapacità, a manifestare la propria alterità, a rafforzarla e, nello stesso tempo, a metterla in  gioco.

Quando tale dinamica non si realizza vuol dire che la comunicazione si è bloccata.

La domanda, dunque, è: come mai tale evento spesso avviene proprio lì dove esistono premesse che lasciano prevedere il contrario?

Il che non significa che comunicare, già sottolineato ma è bene ribadirlo, implichi l’essere sempre tutti d’accordo.

Comunicazione, a dispetto dei luoghi comuni, vuol dire “semplicemente” mettere in comune i propri mondi emotivi e cognitivi  al di là del fatto che si giunga o meno ad un accordo .

Comunicare esprime, nella sua natura, il messaggio “ Io e te dialoghiamo anche se siamo diversi”, anzi “ Io e te dialoghiamo proprio perché siamo diversi”.

Non è una questione di “ buonismo” ma di sopravvivenza: il progresso si fonda sulle differenze, non sulle omologazioni. Chi ferma la storia è colui che tende a fare del mondo una sua controfigura: prima o poi è la realtà stessa a disarcionarlo dal suo trono, non gli oppositori ( se ancora ce ne sono).

La domanda che ci siamo posti mette in evidenza che, nelle relazioni umane, gli scambi non avvengono mediante il modello deterministico Stimolo – Risposta. Se così fosse, sarebbe sufficiente migliorare l’impulso che si invia per ottenere, dal destinatario, la reazione che si desidera.

Ad un genitore, ad esempio, sarebbe sufficiente scegliere con cura le parole e gli atteggiamenti con cui dare regole al figlio per garantirsi l’ubbidienza. Oppure nel manifestargli affetto, per essere certo che tale sentimento sia riconosciuto e compreso. Così sarebbe, con le opportune differenze, tra coniugi o nelle professioni. Qui basterebbe che tutti i membri di uno staff aziendale condividessero il medesimo obiettivo ( es. portare a casa lo stipendio a fine mese) per assicurarsi quantomeno un ambiente lavorativo sereno in cui dedicarsi pienamente ed esclusivamente  a  “ far soldi”. Eppure la conflittualità relazionale in Azienda ricorda che non sempre è sufficiente, nel gruppo, seguire un medesimo scopo. Che è difficile dare regole, e seguirle, senza generare disagi e contrasti anche lì dove la normativa è palesemente funzionale al raggiungimento della meta.

 

Non basta curare lo stimolo, insomma, per produrre la risposta utile.

Potenziare le proprie modalità comunicative, se così fosse, si ridurrebbe a perfezionare la scelta del proprio lessico e dei propri atteggiamenti.

Terminologia e non verbale sono certamente elementi insostituibili di una comunicazione efficace ma non sufficienti a realizzarla. Ce lo dice, appunto, la quotidiana conflittualità relazionale.

 

Che la comunicazione fosse riconducibile, e riducibile, al modello deterministico fu la convinzione su cui si sono fondati i primi studi sugli scambi interpersonali nel momento che la comunicazione assunse il valore di una disciplina a sé stante, certamente connessa ad altre materie come psicologia, sociologia, antropologia, linguistica ma comunque provvista di un autonomo statuto disciplinare.

Sullo stesso assunto si legittimò, a metà del secolo scorso, il messaggio pubblicitario che si voleva sempre più accurato ( più ripetitivo, più dinamico, più aggressivo, più distante possibile dalla realtà) così da essere più diretto e preciso nel cogliere ( o suscitare ex novo) il bisogno/ desiderio del destinatario. Migliorare lo stimolo, dunque, per ricevere la risposta prevista, utile e desiderata.

Era una procedura fondata sull’insistenza ed adottata anche dalla politica in particolar modo quando si fece unicamente portatrice di interessi più che di valori. Da quando si staccò dalla logica del partito di massa per assumere quella del partito personale.

 

L’insistenza è diventata poi  il principio su cui si è fondata e si fonda la società post-moderna nella gran parte delle sue dimensioni.

Impoverimento delle ideologie, intese come grande narrazione ( ognuna con il suo punto di vista) della storia della umanità, sostituzione dunque della storia con la cronaca, amplificazione di un eterno presente a scapito della memoria e del progetto sono elementi che non possono non avere peso sulla comunicazione in ogni sua espressione.

Compresa quella del “ faccia a faccia”.

 

Affinare lo stimolo va bene, è indispensabile, ma esso agisce su una complessità di variabili emotive/ cognitive e comportamentali che in alcuni casi possono indebolire o azzerare la “ perfezione” dell’impulso.

Così è per il messaggio pubblicitario. 

Così è per il discorso politico.

Così è, ancor di più, per la comunicazione interpersonale.

 

La Sociologia ci dice che il ruolo di chi emette il messaggio, e quello del destinatario, sono fattori che orientano significativamente l’efficacia dello Stimolo, l’interpretazione che ne fa il ricevente e, dunque, la direzione della Risposta.

La Sociologia, e tutte le discipline che in qualche modo osservano l’ambiente sociale/ culturale/ economico in cui avviene la comunicazione, ricorda gli effetti che il contesto ha su di essa.

Sul messaggio, inoltre, agisce anche un ambiente “ interno” vale a dire il sistema emotivo e cognitivo dei parlanti. Tale complesso di emozioni / pensieri/ sentimenti/ convinzioni e comportamenti rappresenta il luogo d’origine del messaggio e, contemporaneamente, né è la lente che lo rende più chiaro oppure lo distorce.  La differenza tra le persone può allora essere o cassa di risonanza dei significati oppure filtro deformante.

O un definitivo muro invalicabile.

 

Risolvere la conflittualità relazionale richiede allora, oltre che la preziosa cura degli strumenti verbali e non verbali con cui si comunica, comprendere cosa accade in quello spazio che si crea tra Stimolo e Risposta. Si tratta del luogo in cui, parafrasando il filosofo Gianni Vattimo, “ la parola risuona”. E’ lì che il messaggio, sia in entrata che in uscita, trova effettivamente il suo significato.

Questo è il significato che, nel dire, va cercato e, nel ricevere, va ascoltato.

 

Non ci riferiamo al compito che spetta al professionista dell’ascolto. Non tutte le distorsioni e i disagi che ne conseguono sono materia di lavoro per psicologi/ psichiatri/ medici e quant’altri si occupino delle patologie ( effettive o presunte) comportamentali.

Si tratta di un impegno che ognuno, nel suo quotidiano, può compiere su di sé e sugli altri, in particolar modo in quei contesti in cui la comunicazione ha tutte le carte in regola per giungere a compimento.

Ciò diventa possibile solo se ognuno esce da quel riduzionismo a cui, a volte, ci si chiude per pigrizia mentale o perché pressati dalle accelerazioni del quotidiano.

Quest’uscire si traduce in “ darsi tempo” e “dare tempo”.

Darsi tempo per ascoltare e dare tempo all’altro per esprimersi ciò che effettivamente vuole dire.

 

Il tempo dell’ascolto, diverso per qualità al tempo cronologico, implica la capacità e la volontà  di sospendere il giudizio ossia di accogliere l’altro privi del supporto delle proprie convinzioni ( che non significa rinunciarvi).

Mettere accanto a sé, e non davanti a sé, le proprie credenze significa avere coraggio. Coraggio di riconoscere che ci sono ancora altre domande da porre alla realtà che resta sì una ma, a volte, non ancora definita, capita, esaurita.

 

Coraggio di porre queste domande o di ammettere la propria incapacità o impossibilità a farlo.

Coraggio di non trasferire le proprie eventuali incapacità ed impossibilità sulla complessità della realtà

Ciò vale nel caso di qualsiasi realtà, che sia umana o sociale o altro.

Che sia la realtà costituita dalla personalità di un figlio, di un coniuge, di un amico, ecc.

Realtà complesse, mai definitive. Certo non riducibili al modello Stimolo – Risposta.

Sembra poco ma non lo è, lì dove la vita corre sui binari dell’insistenza.

 

Lo sviluppo della manualità   

di Sandra Pierpaoli

Manualità significa abilità nell’usare le mani: una capacità che è importante sviluppare e coltivare in ogni momento della vita, ma soprattutto  nelle diverse fasi della crescita che vanno dai primi mesi di vita all’adolescenza, perché è collegata allo sviluppo di molti altri importanti fattori: sensoriali, motori, emotivi, cognitivi, che di volta in volta e nel susseguirsi dei diversi stadi, vengono chiamati in gioco in maniera diversa.  

I recettori del tatto percepiscono attraverso tutta la pelle ed il tessuto muscolare e sono responsabili di registrare gli stimoli esterni quali la temperatura , la pressione, la vibrazione, il movimento, la posizione delle cose e delle persone nello spazio, il dolore  I segnali che provengono dai recettori tattili convergono nel cervello e vanno a formare  la rappresentazione “mentale” del  proprio corpo, quindi la percezione interna di se stessi. Se questi recettori non sono stimolati sufficientemente, la sensibilità si atrofizza e di conseguenza anche la mappa interna di rappresentazione di se stessi risulta contratta. E’ per questo che la manipolazione del neonato è così importante, perché lo aiuta, oltreché a creare un legame con la madre, a sviluppare la ricettività, le capacità cinestesiche e lo sviluppo dei confini corporei.  La recezione non avviene solo in modo passivo, quando per esempio il bambino viene toccato e massaggiato dalla madre: il tatto, proprio attraverso la mani, è anche un senso attivo che serve a conoscere il mondo e a stabilire delle relazioni significative. Per il bambino piccolo la mani sono un importante strumento di conoscenza e di esplorazione: toccare gli oggetti, i visi, il biberon, il seno sono modalità di apprendimento fondamentale e, parallelamente un mezzo per entrare in comunicazione con l’ambiente, in attesa di imparare a farlo mediante la parola. L’intelligenza senso motoria si struttura prima dell’apparire del linguaggio ed è prelogica. Essa si sviluppa durante il primo anno e mezzo di vita, durante il quale il bambino costruisce le nozioni di oggetto, movimento, causa, tempo.  Verso il terzo /quarto mese di vita il bambino scopre le sue mani, le muove davanti al viso, le segue attentamente, anche perché, oltre ad essere una cosa in movimento, lo fanno interagire con il mondo. Con le mani il bambino tocca ed esplora le cose ma tocca ed esplora anche il suo corpo, il suo viso, afferra gli oggetti e prova sensazioni dalle diverse superfici. Questa per lui è una grandissima novità, quando poi impara ad aprire e chiudere le mani il gioco è ancora più divertente, perché può afferrare tutto quello che gli capita intorno. In questa fase le mani sono anche un surrogato del seno e del succhiotto, il bambino le mette in bocca e le succhia come può. Al terzo mese il bambino impara anche a capire il rapporto di causa ed effetto, nel senso che impara che se allunga una mano e tocca qualcosa questa si muoverà e magari emetterà un suono. Tende a ripetere sempre lo stesso gesto, perché la scoperta gli piace. E’ anche un esercizio per coordinare gli occhi alle mani, cosa che raggiungerà il perfezionamento intorno ai sei mesi.                                                        

Nel periodo senso motorio del primo anno e mezzo lo sviluppo della manualità ha perciò a che fare con la scoperta dell’ambiente esterno, ma anche con la sollecitazione delle strutture neurofisiologiche che permettono lo sviluppo di una rappresentazione di se stessi, di un apprendimento adeguato  e della capacità di entrare in relazione con gli oggetti e con le persone.

Durante tutta l’infanzia il bambino completa la sua maturazione, soprattutto attraverso il gioco. Il gioco permette di esercitare i meccanismi nervosi nelle varie direzioni: movimento, esplorazione, osservazione, immaginazione. Attraverso il gioco il bambino impara ad avere un rapporto con gli oggetti, a toccare, manipolare, strappare, avvolgere. I giochi con l’età diventano sempre più complessi e matura la capacità tipica dell’uomo cioè quella di immaginare. Nei giochi dei bambini è importante che ci siano  aspetti manuali, agonistici, emotivi e di progettazione. Le capacità di manualità e di progettazione che si sviluppano attraverso il gioco saranno importanti anche  nella vita adulta. E’ fondamentale, durante tutta la fase dell’infanzia, che il rapporto manuale con gli oggetti sia orientato alla scoperta di tutte le possibilità che un oggetto offre e coordinato con l’attività mentale dell’immaginazione e della progettazione di qualcosa. D’altro canto lo sviluppo delle facoltà mentali è strettamente legato all’esplorazione manuale. Il bisogno di gioco, come di un’attività che suscita l’interesse , la motivazione e il coinvolgimento di vari aspetti di sé, permane anche nella vita adulta. Il bisogno di relazionarsi agli oggetti non solo per la loro utilità e funzionalità, ma anche per il rapporto creativo che è possibile stabilire con loro, è un bisogno fondamentale anche nell’adulto, che è spesso frustrato e non riconosciuto.

Nel periodo preadolescenziale e adolescenziale si va gradualmente verificando un grande cambiamento fisico, ormonale e del pensiero. Questo cambiamento mette in forte subbuglio l’adolescente che non è più un bambino, non è ancora un adulto, e che ha a che fare con intense correnti ormonali, emotive e cognitive che si muovono dentro di lui. In particolare si passa da un modo di pensare concreto, cioè connesso alla realtà che si sperimenta e  agli oggetti con cui si ha a che fare, ad un modo di pensare astratto, e cioè all’acquisizione della capacità di fare delle ipotesi, delle deduzioni, di ragionare sulle possibilità alternative alla realtà. Questo cambiamento è molto importante, stravolge tutto il modo di percepire la realtà circostante e di considerarla. Contemporaneamente, dal punto di vista emotivo, il passaggio ormonale,   il graduale e complicato distacco dalle figure di riferimento e  la ricerca della propria identità, creano una grande produzione di emozioni molto contrastanti ed intense, che l’adolescente non sa come gestire, canalizzare, esprimere. Spesso si assiste a degli eccessi, o di intellettualizzazione, nel senso che proprio per non affrontare la complessità di tutte queste emozioni, l’adolescente diventa tutto mentale, ascetico, filosofo, o al contrario di manifestazioni emotive estreme spesso di tipo aggressivo. Anche il rapporto con le cose e con gli oggetti si fa estremo, o non gli si dà nessun valore ( pensiamo a come un adolescente lascia la sua stanza o tratta i suoi vestiti) oppure ne ha troppo, per cui le sue cose non devono essere toccate da nessuno. Nell’adolescente dei nostri giorni il rapporto con gli oggetti circostanti passa attraverso la mediazione tecnologica del computer e del cellulare, che rappresentano un buon veicolo per il suo nuovo modo di pensare il mondo e un sistema di comunicazione che spesso lo toglie dall’impaccio della comunicazione diretta. In questa cornice il ruolo della manualità è molto importante, poiché  permette di integrare l’aspetto fisico e concreto con quello dell’ideazione e della progettazione. La manualità può rappresentare per l’adolescente una forma di regolazione tra l’eccesso di astrazione e l’eccesso di investimento emotivo. Può aiutarlo a stabilire un rapporto più equilibrato con l’oggetto e con il suo valore, e di conseguenza anche con i propri processi interni. E’ anche importante poter lavorare per il raggiungimento di un risultato concreto, perché le energie vengono messe al servizio di un obiettivo costruttivo, cosa che permette all’adolescente di acquisire fiducia nelle proprie capacità e dunque di accrescere la propria autostima.

 

Sandra Pierpaoli è psicologa e psicoterapeuta, iscritta all’Albo degli psicologi (n°7991) e all’elenco degli psicoterapeuti della Regione Lazio. Si è  specializzata in Analisi Bioenergetica, presso l’Istituto “W. Reich” di Roma ed è in supervisione presso l’I.I.F.A.B.. Ha approfondito la ricerca sull’espressione attraverso il movimento, frequentando il Corso quadriennale in Danzaterapia presso l’Associazione italiana di Danzaterapia di Sacrofano (Roma) e  partecipando a gruppi terapeutici e seminari di formazione professionale in danzaterapia, musicoterapia e movimento-creatività. Dal 1993 esercita come psicoterapeuta presso il suo studio di Roma a  S. Paolo con percorsi individuali di coppia e di gruppo rivolti ad adulti e ad adolescenti, ponendo particolare attenzione alla ricerca dell’integrazione corpo-mente-spirito. Ha collaborato con la ASL RM/C di Roma e  con la Cooperativa A.V.A.S.S.. Lavora con l’Associazione “Il Boschetto di Pan” di cui è co-fondatrice. Svolge attività di formazione presso Istituti olistici di Roma. www.sandrapierpaoli.com ; cell.339/4936633

 

Reparti psichiatrici     

di Silvio De Fanti, CCDU (Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani onlus)

Perché i reparti psichiatrici non sono come gli altri reparti ospedalieri? Forse che la disciplina psichiatrica è diversa dalla medicina? Pare proprio di sì. Dalle testimonianze di molte persone che sono state ricoverate presso questi reparti, e successivamente si sono rivolte al nostro comitato, emerge che quando un paziente si lamenta di disturbi o non concorda con alcuni aspetti della terapia non gli viene dato ascolto; anzi, spesso subisce vere e proprie minacce consistenti in aumento della dose di alcuni farmaci per “quietarlo” o contenzione o prolungamento del tempo di ricovero se si tratta di un trattamento sanitario obbligatorio (TSO) o di uno volontario che si potrebbe trasformare in TSO.

E’ raccapricciante constatare,nel ventunesimo secolo, l’assoluta mancanza di rispetto dei diritti umani e della dignità in questi reparti; e questo non riguarda solo gli OPG. Di molti fatti che accadono in questi reparti si sa ancora troppo poco. “Sette morti nei reparti psichiatrici di Niguarda”: la denuncia di Telefono Viola. Pazienti riferiscono di minacce, maltrattamenti o soprusi ricevuti ma, essendo etichettati “malati mentali”, non sono tenuti in considerazione. Un altro aspetto sono i muri che alcuni psichiatri ergono intorno al paziente per isolarlo anche dai familiari, facendolo apparire come una persona le cui emozioni, opinioni o rimostranze sono dovute unicamente alla sua condizione mentale.

Ma tutto questo rimane sepolto da una cappa di omertà, generata da infermieri che temono ritorsioni se rivelano gli abusi che sono costretti a perpetrare, da cartelle cliniche che a volte omettono il sovradosaggio di farmaci e dal mito della malattia mentale, che renderebbe inattendibili le testimonianza delle vittime di questi manicomietti.

Troppo spesso è usato il pretesto che ci sono malati pericolosi, l'esempio sono gli OPG, 8 decessi da inizio anno di cui 13 in quattro anni solo ad Aversa. In che modo si è svelata la realtà di queste strutture? Attraverso i blitz. Solo allora i rappresentanti delle istituzioni e la gente ne sono rimasti inorriditi. Si dovrebbero maggiormente ascoltare e considerare come esseri umani le persone definite “malate mentali” per impedire che ci siano ancora oggi violazioni di questo genere sotto gli occhi di tutti ma abilmente celate col nome di “malattie”, e fare dei blitz anche nei reparti psichiatrici.

L'altro aspetto sono le alternative per aiutare persone che hanno difficoltà. Esistono ed è dimostrato chiaramente che si possono attuare metodi molto validi di riabilitazione senza abusare di contenzione e somministrazione di psicofarmaci rispettandone la dignità umana. Perché non sostenere maggiormente tali metodi? Quali sono gli interessi collegati alla persistenza di sistemi che rendono perennemente le persone dipendenti da strutture e farmaci? Sono forse i finanziamenti ad essi collegati?

Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani dal 1979 si batte per esporre le violazioni nel campo della salute mentale e la tutela dei diritti umani in questo settore e continuerà a farlo affinché la dignità di queste persone sia rispettata. A tal proposito in questi giorni è possibile visitare la mostra, “Psichiatria: la verità sugli abusi” a Verona, presso il Palazzo della Gran Guardia dal 19 al 30 Giugno 2011. La mostra, a ingresso libero, potrà essere visitata dalla cittadinanza dalle 10 alle ore 21 di tutti i giorni.

 

l valore dell'arte nello sviluppo dei bambini  

di Maria Novella Colluto

L’arte aiuta i bambini a diventare più intelligenti?

Ebbene, studi scientifici, condotti su bambini e studenti adolescenti, hanno determinato che la musica, la danza o il teatro sono in grado di intervenire sul cervello, migliorandone, considerevolmente, i processi cognitivi.

Secondo Intelligenti con arte di Letizia Gabaglio, apparso nel mensile di Neuroscienze  Mente & Cervello del Gennaio 2010, nel 1993 Nature, una delle più antiche ed importanti riviste scientifiche esistenti, annunciava al mondo la scoperta del cosiddetto “effetto Mozart”: alcuni studenti di college, a cui era stata fatta ascoltare la musica del compositore austriaco, avevano migliorato le loro capacità di percezione dello spazio circostante, fondamentali nella costruzione del ragionamento matematico e scientifico. Ma, contrariamente a quanto si è creduto per anni, ovvero che la sola musica classica fosse in grado di migliorare i processi cognitivi del cervello, una recente ricerca condotta da Ellen Winner, del Boston College e da Gottfried Schlag, della Harvard Universitiy, ha messo in evidenza che anche altre forme di musica sono in grado di stimolare i circuiti coinvolti nell’elaborazione degli stimoli musicali in bambini che studiano musica già dopo 15 mesi.

Accade spesso che i bambini manifestino insofferenza, svogliatezza o insufficienza nel rendimento scolastico: è questo il momento più favorevole perchè il genitore “proponga” al piccolo  una  forma d’arte, piuttosto che ricorrere ad  ausili sociali, psicologici o, ancor peggio, farmacologici.

Studiare musica in tenera età, certamente, stimola una maggiore capacità di rappresentazione geometrica e di apprendimento alla lettura.

Ma in che cosa è diverso il cervello di chi suona? Studi di “imaging” hanno stabilito che i musicisti che si sono accostati alla musica prima degli 8 anni dimostrano un maggiore sviluppo del ‘corpo calloso’, il ponte che unisce l’emisfero destro, la parte più veloce del cervello nell’elaborare i dati, dove risiede la capacità del linguaggio, a quello sinistro, il più lento, che presiede a compiti più complessi come l’elaborazione delle emozioni.

Infatti, un pianista, per esempio, è in grado di eseguire tecnicamente bene un brano e, allo stesso tempo, interpretare la musica dal punto di vista emotivo.

E chi danza? Chi balla richiama implicitamente aree diverse del cervello, dal momento che è  tenuto a mettere insieme capacità motorie, espressive e comunicative - “ imparare a danzare non va considerato esclusivamente un problema di passi e abilità fisica ma un prezioso strumento di formazione dell’individuo, poiché il bambino è messo nelle condizioni di comporre la propria danza senza il bisogno di imitare un modello ma, semplicemente, riassemblando l’esperienza del corpo” -, spiega Franca Zagatti, docente di attività motoria per l’età evolutiva all’Università di Bologna e ideatrice della danza educativa, in Intelligenti con Arte.

Parimenti l’arte della recitazione aiuta i ragazzi a sviluppare maggiori capacità creative, secondo uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Toronto che ha analizzato l’attività cerebrale di un gruppo di ragazzi che seguivano lezioni di recitazione, insieme alla loro capacità creativa, misurata attraverso un test di associazione verbale.

 I preziosi studi effettuati da Michael Poster, professore e primario di psicologia all’Institute of Cognitive and Decision Sciences dell’Università dell’Oregon a Eugene, tuttavia, portano a ritenere che non si debba esclusivamente affidare all’educazione alle arti in sé la soluzione ai problemi di apprendimento, vista la diversità dei fattori (di natura genetica e cerebrale)  che intervengono a determinare il nostro interesse verso un’attività,  ma è necessario sapere che nei bambini che dimostrano interesse verso una forma artistica la pratica agisce sulla capacità di attenzione, migliora le funzioni cognitive ed è associata a un maggior sviluppo delle capacità di linguaggio e di lettura. Tornando alla questione posta in partenza, ovvero se l’arte stimoli l’intelligenza dei bambini oppure no, si può riconoscere, in definitiva, il valore della stessa nello sviluppo dei bambini, nell’ottica di favorire, tra l’altro, nuove esperienze didattiche nel campo scolastico, campo in cui, oggi, un’educazione artistica ampia e diversificata è quasi totalmente assente.

 

Creare ed elaborare

di Clovis Roberto Anversa

Il disegno creato liberamente può essere un’azione utile alla libera associazione di pensieri ed emozioni, riuscendo a trasformare il presente nel ‘qui e ora’. Molti di noi dovranno ammettere di aver conosciuto dei momenti di vertice che sembravano effettivamente porsi ben oltre il tempo, tanto che passato e futuro  si confondevano nell’oscurità. Perso in un tramonto, paralizzato dai riflessi della luna su di un oscuro laghetto di cristallo senza fondo, trascinato fuori dal tempo e da se stesso nell’abbraccio estasiante della persona amata, sorpreso e immobilizzato dal rumore del tuono che echeggia nella nebbia della pioggia. Chi non hai mai toccato l’assenza di tempo?

Sembra tuttavia che soli pochi di noi vivano unicamente e completamente nel presente. Ci soffermiamo su ieri e sogniamo sempre il domani, ciò ci lega alla tortuosa catena del tempo e ai fantasmi delle cose non realmente presenti. Disperdiamo le nostre energie in nuvole fantastiche di ricordi e aspettative, privando il presente che viviamo della sua fondamentale realtà e lo riduciamo a un presente inconsistente che dura appena uno o due secondi, una pallida ombra del Presente eterno. Incapaci di vivere nel presente senza tempo e di godere del piacere dell’eternità, ricerchiamo deboli sostituti nelle semplici promesse del tempo, sempre sperando che il futuro abbia ciò di cui così miseramente manca il presente.

Quand’ è che si può stare tranquilli e rilassati, come in un  dolce fare niente, quando la vita è o sembra essere cosi frettolosa, sempre di corsa per cose che che si devono fare per domani o per oggi, in un eterno presente sempre frettoloso?

Riusciamo a risvegliarci da questo incubo soltanto quando è la vita stessa che ci presenta ‘il conto’ con l’ evento di una malattia, di una perdita importante o di un  incidente di percorso, che ci fa fermare per un instante, togliendoci dalla nostra corsa agitata e ponendoci di fronte a un domani che non si sa quale sarà.

Anche quando siamo in vacanza soffriamo per  l’ansia di riuscire ad approfittare al massimo possibile del tempo che sta per finire o, peggio ancora, per la voglia di ritornare al lavoro perché annoiati.

Secondo il mistico, una vita del genere è a sua volta una vita di miseria. Il mistico sostiene che tutti i nostri problemi sono problemi di tempo, e problemi nel tempo.

Nella creazione libera, senza preoccupazioni delle regole tecniche o altro, si può avere l’ esperienza della realtà senza tempo, dove il flusso delle idee corrono libere in un gioco rilassato e gioioso, pur essendo serio e consapevole nello stesso tempo.

Winnicott parlando delle cure genitoriali sufficientemente buone dice

“Un bambino che può perdersi nel gioco sapendo che il genitore è presente ma non interferisce, è un bambino che ha accesso al proprio sé soggettivo”. Il disegno libero può facilitare una condizione simile. Il bisogno ordinario di controllo viene sospeso, il sé fluttua liberamente. Non si dissolve nel nulla, ma neppure viene conservato nella sua forma ordinaria. C’è la possibilità di una comunicazione silenziosa con oggetti soggettivi.

Questa temporanea dissoluzione dei confini dell’io è sia soddisfacente che arricchente, alimentando un senso di continuità e fiducia che Winnicot riconosce implicitamente come indispensabile per sentirsi reali.

La persona matura ha accesso a una sorta di comunicazione silenziosa che permette un’intensità di esperienza personale che manca quando la mente pensante si sforza sempre di mantenere il controllo.

Il controllo è una forma di resistenza che impedisce il vero sé di esprimersi e realizzare se stesso.

Winnicot nella sua tesi principale sul gioco dice: “Fin dall’inizio il bambino ha esperienze estremamente intense nello spazio potenziale tra l’oggetto soggettivo e l’oggetto percepito oggettivamente, tra le estensioni del me e il non me. Questo spazio potenziale è al punto dell’azione reciproca tra il non esserci altro che il me e l’esserci oggetti e fenomeni al di fuori del controllo onnipotente”.

Questa esperienza intensa si può riscattare quando abbiamo un ambiente che è protetto per potere realizzare l’ esprimersi della creatività. Un ambiente che sia rilassato e permetta il lasciarsi andare nell’ esprimersi libero e senza controlli. Creare un’ atmosfera di questo tipo non è facile e bisogna che le persone siano in grado, tanto emotivamente quanto mentalmente, di favorire questo tipo di ambiente.

L’ambiente è fondamentale per facilitare il contatto con l’ esperienza interiore di qualunque livello essa sia e ci vuole tempo per riuscire a creare una dimensione in cui sia realmente possibile  facilitare la crescita.

Quando mi riferisco al tempo, non parlo di un tempo relativo cronologico, ma di un tempo episodico, di quello che facilita la crescita dove si imparare a percepire. L’evento si manifesta in un clima che sembra magico, come in un’opera di teatro, soltanto che è reale e profondo in un solo stante.

La persona che contempla se stessa è diversa dalla persona che sta nel tempo relativo, dove si occupa del suo io, di come agisce, del mio, ecc.

“Quale suono bello e autentico il contemplare di Goethe! E’ un contemplare di una intimità pura con la Natura; lei si offre a lui e parla continuamente, lei rivela i suoi segreti senza tradire i suoi misteri. Questo contemplare crede nella natura  e parla alla rosa “Allora sei Tu?” e sei uno e la rosa nello stesso momento”.

E’ cosi che si realizza un incontro; Un incontro a due: sguardo nello sguardo, faccia a faccia. E quando sarai vicino io coglierò i tuoi occhi per metterli al posto dei miei, e tu coglierai i miei occhi per metterli al posto dei tuoi, poi io ti guarderò coi tuoi occhi e tu mi guarderai coi miei. Così persino la cosa comune impone il silenzio e il nostro incontro rimane la meta della libertà: il luogo indefinito, in un tempo indefinito, la parola indefinita per l’uomo indefinito”.  

                                                      (J.L. Moreno)

 

Nel mio libro Introduzione alla psicoterapia integrale, parte terza-il gioco e il giocare, cerco di sviluppare il concetto di creatività e passando per  varie teorie  psicologiche e la filosofia orientale, cerco di mettere insieme i punti comuni delle varie scuole, nel tentativo  di aprire un ventaglio per ripensare al concetto del gioco, del creare e della creatività.

 

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