Anno II - Numero 6

Il complesso del superdotato

di Maria Galantucci

“Dalla preistoria in poi, gli individui provvisti di un talento eccezionale hanno inevitabilmente dovuto pagare altissimi

prezzi esistenziali.

Poiché da sempre la società diffida del “diverso”, anche quando ne ammira le qualità intellettuali e le capacità creative.” ( F. Parenti - Atlante dei complessi)

E’ difficile definire l’intelligenza, poiché si corre il rischio di sottolineare solo certe sue componenti, trascurandone altre.

L’intelligenza non è una dote unica, ma deriva dalla confluenza di varie capacità mentali, che si sviluppano dall’incontro fra un substrato ereditario e gli stimoli dell’ambiente. Essa si esprime soprattutto in tre funzioni fondamentali: apprendere, valutare criticamente quanto si è appreso e trovare soluzioni nuove, ossia inventare.

La tendenza ad utilizzare una valutazione numerica e globale, come quella che si ricava dai freddi e impietosi test di livello, per stabilire l’eventuale esistenza di una superdotazione intellettuale, è da considerarsi svilente e poco attendibile.

Ne fanno le spese proprio i superdotati creativi, la cui attitudine all’invenzione li porta spesso a trascurare o a smentire le verità o le pseudo verità convenzionali.

Sono appunto i creativi a soffrire di più per le loro doti, che non sono riconosciute o addirittura mettono in crisi insegnanti e psicologi frettolosi.

Si può definire “complesso del superdotato” la sofferenza profonda che nasce dal sentirsi intellettualmente diversi per una superiorità cosciente o inavvertita.

La psiche umana non sopporta quasi mai con inerzia un fattore d’angoscia, tenta anzi di superarlo o di aggirarlo con degli artifici di compenso. Alcuni di questi sono positivi, altri negativi sino alla patologia o alla dissocialità. Di seguito saranno illustrati i più significativi che riguarda appunto il tema della superdotazione.

 Può sembrare paradossale che un individuo che ha “qualcosa in più”, come il superdotato, sviluppi un complesso d’inferiorità. Eppure accade, a grandi linee, secondo due schemi di autosvalutazione.

A volte l’insicurezza prende corpo proprio nel settore dell’intelligenza. In alcuni casi, il soggetto è consapevole delle sue doti, ma considera rischioso manifestarle. In altri casi i giudizi negativi dell’ambiente hanno effetti più gravi e possono indurre un’intima e sofferta convinzione di non valere.

Il secondo schema di autosvalutazione del superdotato non riguarda il settore dell’intelligenza, ma i rapporti interpersonali.

Si delinea allora la figura patetica del “primo della classe”, ossia di un ragazzo gratificato negli studi, ma privo di spontaneità nell’agire comune e soprattutto nelle situazioni di gioco, divertimento e nelle attività sportive. Il riconoscimento intellettuale c’è, ma è pagato a caro prezzo, con un’impressione frustrata di isolamento, destinata a incidere negativamente, più tardi, anche nella vita amorosa.

Se un bambino o un ragazzo si differenzia, nel profitto e nel comportamento, dalle prestazioni medie, occorre approfondire con cura e competenza le motivazioni reali della sua diversità. Le facoltà di medicina e di psicologia licenziano schiere di specialisti che le strutture pubbliche non utilizzano. Se la psicologia e la psichiatria entrassero nella scuola con un numero di operatori sufficiente per effettuare accertamenti “centrati sul caso” ( e non soltanto per offrire una superficiale consulenza di gruppo), molti falsi ritardati psichici potrebbero essere indirizzati lungo una linea psicopedagogica a loro più congeniale. Per quanto riguarda in particolare i superdotati creativi, le cui sofferenze sono certamente evidenti, occorrono, insegnanti addestrati a valutare e a stimolare anche al di fuori delle formule standardizzate, che sono certo rassicuranti per il loro automatismo applicativo, ma sono anche fonti di troppi errori e di imprevedibili conseguenze.

La società ha bisogno dei superdotati e della loro produzione creativa: i farmaci che ci salvano dalle malattie e dalla morte, le invenzioni che facilitano o gratificano la nostra vita, i valori estetici ed emotivi delle opere d’arte scaturiscono tutti dalla superdotazione.

Ma gli uomini di genio servono alla collettività solo se sono armonicamente integrati. Può accadere che individui eccezionali, se frustrati o al contrario spinti verso un eccesso di competizione, sviluppino un complesso di superiorità  che li rende degli emarginati, se pure di élite, e talvolta induce fermenti di pericolosità. Per questo l’operazione formativa di chi vale di più dovrebbe essere esente da esasperazioni e curare, assieme allo sviluppo della conoscenza e delle capacità, l’inserimento dei soggetti in rapporti interpersonali equilibrati a ogni livello.

Alfred Adler, con il concetto di divisione del lavoro, ha tracciato il modello ideale di una collettività umana formata da individui psichicamente non sovrapponibili, disposti a cooperare e a compartecipare emotivamente, usando al meglio le proprie specifiche attitudini.

 

I volti dell'aggressività: approcci, teorie e neurofisiologia del comportamento aggressivo-criminale          

di Laura Petrucci

 

Il comportamento aggressivo ha da sempre interessato gli studiosi impegnati nelle aree più disparate che spaziano dalla criminologia alla sociologia, dalla filosofia alla storia, dalla psicologia alla neurofisiologia, dalla genetica alla neurobiologia. Ad esempio, la crudeltà dell'essere umano nei confronti dei propri simili è stata spesso argomento di saggi filosofici, così come le guerre hanno sempre rappresentato oggetto di enorme interesse per gli storici. Il crimine, una delle manifestazioni di maggior rilievo del comportamento aggressivo e violento, si colloca ai primi posti tra i temi trattati dalla letteratura, dalla stampa, dalla televisione e dal cinema.

Il comportamento aggressivo è caratterizzato dalla tendenza all'aggressione, vale a dire al compimento di qualsiasi azione il cui intento, conscio od inconscio, è quello di offendere, danneggiare o distruggere persone (comprese sé stessi), animali o cose. Ho parlato di intento conscio od inconscio perché molti atti offensivi e distruttivi avvengono senza la consapevole volontà di compierli. Possiamo citare come esempi gli incidenti in auto, in casa o sul lavoro che, pur rappresentando casi frequenti di mortalità, non sono ovviamente considerati risultati di aggressioni volontarie, come pure l'inquinamento ambientale che è dannoso, ma non è provocato con intenzioni distruttive. Bisogna, però, a questo punto, introdurre il concetto di motivazione inconscia. Si scopre di frequente, ad esempio, che molti incidenti non sono del tutto accidentali ma sono il risultato del desiderio inconscio che un individuo ha di danneggiare altri o sé stessi. L'aggressività può anche mascherarsi sotto le spoglie di fattori come la preoccupazione per il bene della vittima, il controllo sociale, la disciplina. E' importante, inoltre, distinguere tra azioni aggressive motivate dall'ira e quelle determinate da cause diverse. Se prendiamo in considerazione uno dei maggiori atti offensivi, come il delitto, esso può essere causato non solo da reazioni emotive di ira, ma anche da motivi diversi: lo scassinatore che, dopo essersi introdotto in un appartamento per rubare, s'imbatte nel padrone di casa e lo uccide, non aveva probabilmente l'intenzione di farlo, così come il soldato che in guerra uccide il nemico, raramente prova collera nei suoi confronti. Sebbene siano stati proposti diversi modelli per classificare l’aggressività, le linee teoriche ed empiriche convergenti hanno suggerito una suddivisione della stessa in tre categorie principali:

1.    Aggressività strumentali

2.    Aggressività affettiva

3.    Aggressività predatoria

La violenza strumentale nasce dal desiderio di possedere qualcosa, come il denaro o la proprietà di qualcun altro, senza che si abbia come intento quello di far soffrire la vittima. Questa forma di violenza è ravvisabile, ad esempio nelle rapine. Secondo un’ottica che combina la Teoria dell’apprendimento, con l’approccio della Psicologia Evoluzionistica, è possibile ipotizzare che l’aggressività strumentale sia determinata da propositi tattici volti al raggiungimento di obiettivi, come lo status sociale o il denaro, e che si tratti di un comportamento appreso che presuppone di solito un’analisi cosciente e calcolata da parte del soggetto. La violenza espressiva, invece, definita anche ostile, è dettata dalla rabbia o dall’ostilità nei confronti della vittima e ha come obiettivo quello di farla soffrire. Per esempio, alcuni studi condotti su colpevoli di incendi hanno stabilito una classificazione di tali reati in incendi diretti alla persona o diretti agli oggetti, ed espressivi o strumentali, dimostrando un’associazione tra queste categorie e le caratteristiche del colpevole: solitamente l’incendio diretto a colpire una persona è commesso da individui con problemi psichiatrici, con un background criminale o antisociale; gli incendi con modalità strumentale diretti agli oggetti sono solitamente associati ad individui con backgruond criminale; infine, gli incendi diretti ad oggetti con modalità espressiva sono tipici di adolescenti. La terza forma di aggressività che viene definita predatoria  è pianificati, propositiva ed espletata senza coinvolgimento delle emozioni. Gli atti aggressivi di tipo predatorio tendono ad essere regolati, controllati e pianificati; presentano una mancanza di affettività e normalmente sono diretti verso persone estranee e chi li compie. Esempi di questo tipo possono essere rintracciati tra alcuni omicidi seriali, violenze sessuali seriali, ma anche quelle di gruppo.

Gli studi sull’aggressività hanno prodotto una varietà di approcci teorici – da una parte le spiegazioni biologiche e dall’altra quelle psicologiche-, che possono essere viste complementari piuttosto che come alternative. Tra le spiegazioni biologiche troviamo la prospettiva etologica che si basa su uno studio comparato fra mondo animale e mondo umano. Secondo Lorenz, per esempio, l’organismo produce continuamente un’energia aggressiva che si manifesta in un comportamento aggressivo quando la quantità di energia accumulata dall’organismo non può essere più contenuta, oppure quando diventano troppo forti gli stimoli esterni. Più è bassa l’energia interna, più forti devono essere gli stimoli esterni, e viceversa, per provocare una risposta aggressiva. Una delle critiche che viene rivolta all’applicazione della teoria di Lorenz al comportamento umano sta nel fatto che negli esseri umani una volta scaricata l’energia interna la spinta all’aggressione non si esaurisce fino a quando non viene ribadito un livello sufficiente di energia: gli uomini, infatti, possono mettere in atto una serie di comportamenti aggressivi in successione, che solitamente scatenano nuove reazioni aggressive piuttosto che tendere a sopprimerle. Secondo la prospettiva della sociobiologia, che applica la teoria evolutiva alla spiegazione del comportamento sociale, il comportamento aggressivo è da considerare adattativo, ovvero è un comportamento che aumenta la possibilità di sopravvivenza della specie. Per esempio, i maschi aggressivi prevalgono su quelli meno aggressivi per la conquista delle femmine nell’accoppiamento e, quindi hanno maggiori possibilità di trasmettere i propri geni, aggressivi, alla nuova generazione. Questo meccanismo evolutivo spiegherebbe il comportamento di stupro negli uomini come una scelta da parte di coloro che altrimenti  avrebbero scarse possibilità di riprodursi attraverso relazioni sessuali consensuali. In realtà, questo approccio non tiene conto del fatto che questo meccanismo è mediato da fattori culturali: in merito al loro peso nel determinare il comportamento aggressivo il dibattito psicologico e biologico è tutt’ora  aperto. Secondo la prospettiva della genetica del comportamento, il linea con la sociobiologia, l’aggressività è codificata nel nostro patrimonio genetico. Studi condotti su gemelli omozigoti e su bambini adottati portano alla conclusione che sia i fattori genetici che quelli ambientali svolgono un ruolo fondamentale nello sviluppo del comportamento aggressivo.

Da questo modello si è poi sviluppato un approccio più completo che tiene conto della valutazione cognitiva come mediatore. Con la teoria del neoassociazionismo cognitivo Berkoviz  ha osservato che solo quando la frustrazione suscita emozioni negative si trasforma in aggressività. Una situazione di questo tipo genera un iniziale stato negativo indifferenziato che può portare a due reazioni impulsive: il combattimento o la fuga. Questi due stati emotivi di base vengono poi elaborati in stati più complessi attraverso una valutazione cognitiva della situazione, dei suoi esiti potenziali, dei ricordi ed esperienze simili e delle norme sociali legate alle espressione delle emozioni. Quindi il fatto che un individuo reagisca aggressivamente ad una situazione dipende da come questa viene interpretata dal soggetto.

Sempre su questa linea l’approccio sociocognitvo prevede che il comportamento aggressivo sia controllato da script acquisiti durante i primi processi di socializzazione. Essi sono strutture di conoscenza acquisiti attraverso l’esperienza contenenti gli aspetti caratteristici di una situazione, le aspettative circa il comportamento dei partecipanti e le conseguenze dei diversi comportamenti, per esempio, se un bambino ha assistito ripetutamente a conflitti irrisolti con l’uso della violenza, svilupperà uno script in cui conflitto e violenza sono strettamente connessi e l’applicherà nella vita quotidiana.

Secondo la teoria dell’apprendimento il comportamento aggressivo non è una tendenza innata nell’uomo poiché gli script vengono acquisiti nell’infanzia attraverso processi di condizionamento strumentale, ovvero di apprendimento attraverso rinforzi e punizioni, e di modellamento, cioè attraverso l’esposizione al modello. Il recente approccio sociointerazionista descrive le azioni coercitive, che possono essere la minaccia o la punizione fisica, come frutto di un processo decisionale.

La maggior parte di noi è affetta, senza accorgersene, da una sorta di piccola psicopatologia sociale collettiva, quella di un’aggressività pret-à-poter, cioè sempre pronta, fruibile in ogni occasione. Ci sono varie forme di aggressività:

    aggressività premeditata: quella in base alla quale decido, domani di compiere un gesto ostile, negativo, nei confronti di una persona verso cui nutro un profondo risentimento;

    aggressività impulsiva, che sfugge dl tutto al nostro controllo, e che scaturisce da un gesto rapido, improvviso che il cervello non riesce a soffocare, tradendo una nostra incapacità di trattenerci dal compiere determinate azioni;

    aggressività passiva, che ci porta a ignorare chi ci sta di fronte, a non riconoscerlo come individuo, facendo finta che per noi non esiste.

Chi detta legge nel nostro cervello, chi tiene banco per esprimere o inibire la rabbia, è quello che potremmo definire il “circuito della rabbia”, e cioè la corteccia prefrontale, l’amigdala e l’ipotalamo, e altri centri nervosi.

La corteccia prefrontale è una zona del nostro cervello che svolge un po’ il ruolo di tutor interno, il garante, supervisore del nostro comportamento. Ha il delicato compito, come un attento guardiano, di tenere a freno, inibire la rabbia, l’aggressività e la moltitudine di tutti gli impulsi. La corteccia prefrontale è anche la sede dove vengono prese, pianificate le decisioni più opportune. In questa zona abitano saggezza, prudenza, razionalità, esperienza e in quel senso il discernimento necessario per riflettere, valutare, ponderare le conseguenze delle nostre azioni e decisioni. In questo contesto l’amigdala gioca un ruolo centrale perché rappresenta il principale "sponsor” sostenitore della rabbia. All’amigdala si oppone, esercitando una funzione di controllo, di freno, la corteccia prefrontale, che agisce come una sorta di “tutor biologico”, in quanto cerca di ostacolare, impedire gli impulsi, i gesti e le azioni improvvise che emergono nei vari contesti e conflitti. L’amigdala è in sostanza una sorta di aggregato, raggruppamento di neuroni che abita nel cosiddetto “sistema limbico”, un circuito all’interno del cervello predisposto a realizzare le principali emozioni espresse dall’essere umano ed è specializzata in questioni istintivo-emotive. Essa è raggiunta da stimoli di diversa natura, che vengono  rapidamente analizzati, valutati in concerto con altri centri nervosi per decidere quale dovrà essere le risposta più congrua, opportuna da dare.

In quel momento vengono contemporaneamente interpellati, in una sorte di “consiglio di guerra”, la corteccia prefrontale, l’amigdala e l’ipotalamo, che detengono un po’ la leadership del nostro cervello. Quando arriva lo stimolo, tra i primi ad essere consultata è la corteccia prefrontale, in quanto costituisce la parte più saggia e ragionevole, che è in possesso di una maggiore esperienza, e quindi invoca prudenza. L’obiettivo finale è quello di raggiungere un compromesso vantaggioso fra le tre componenti del nostro cervello e concordare tra loro la risposta migliore a qualcosa che suscitato una certa attenzione o paura.

Stimolando l’area limbica, all’interno della quale si trova appunto l’amigdala, si sollecitano anche i neuroni che compongono questo centro nervoso, provocando così reazioni di aggressività e di rabbia a catena, che si propagano senza motivo, ai danni di chi si trova presente in quel momento. Ma che cosa determina la perdita di controllo, a livello del cervello, tanto da scatenare crisi di rabbia?

Si verifica una sorte di “corto circuito”, di cattiva comunicazione tra la corteccia prefrontale, la parte del nostro cervello preposta a controllare, mediare, e l’amigdala, la parte controllata, che ha invece una spiccata attitudine, propensione all’attacco, all’azione. Spesso a prevalere è proprio quest’ultima, con il risultato che ad imporsi nel nostro comportamento è la componente più istintiva, impulsiva, con conseguenze spesso dannose e negative per noi e per gli altri, perché si spalancano le porte della violenza. Molti studi attribuiscono la causa di un’eccessiva aggressività a un ormone, il testosterone, ma tuttavia non è solo questo, ma anche altre sostanze già presenti nel nostro cervello, che hanno la funzione di realizzare i comportamenti aggressivi. Si tratta di quei neurotrasmettitori come l’acetilicolina, la dopamina e la noradrenalina che, in modo diverso, facilitano la comparsa di comportamenti come la rabbia, l’impulso e la violenza, spesso associati alla reazione aggressiva. Alle “truppe” dell’aggressività così dispiegate si oppone soprattutto la serotonina, che cerca di far valere il suo ruolo di contrappeso biologico, contrastando i gesti e le azioni più impulsive, violente, tentando di impedire ai centri nervosi più bellicosi del nostro cervello di scendere facilmente sul piede di guerra. Chi compie atti criminali è mosso da un’aggressività premeditata o impulsiva, espressione di una perdita di controllo dei propri istinti e delle proprie emozioni. Ciò può condurre, per esempio,a uno smodato desiderio sessuale che, se non adeguatamente bloccato, inibito, determina un comportamento che conduce inevitabilmente a uno stupro, a una violenza sessuale. La “bussola” biologica che orienta i criminali violenti, quelli che si macchiano dei reati peggiori, è anche quella di disporre nel loro organismo di alto tasso di testosterone, che gli spinge a compiere qualsiasi cosa, senza pensarci due volte perché in preda ad una tempesta ormonale, che in quei momenti non risparmia niente e nessuno.

Studi recenti del 2007 effettuati attraverso la Risonanza Magnetica Funzionale, che studia il consumo di ossigeno da parte di alcune aree cerebrali durante lo svolgimento di compiti, mostrano la larga differenza nei determinati campi analizzati, attraverso un confronto tra l’attività metabolica di alcuni soggetti di controllo e quella di due soggetti già incriminati per gravi crimini seriali a sfondo sessuale.

 L’esperimento consisteva nel mostrare al soggetto alcune immagini raffiguranti oggetti concreti (ad esempio un paio di forbici), altre raffiguranti figure astratte inerenti emozioni (ad esempio la gelosia) in modo da poterne rilevare la valenza emotiva attraverso lo scanner di risonanza magnetica. La differenza tra i soggetti bisogna individuarla nelle zone cerebrali opportune, risulta inutile indagare le aree visive, le aree tattili (e così via!) perché qui troveremmo gli stessi valori sia nel caso in cui osservassimo un soggetto criminale, sia nel caso in cui osservassimo un soggetto di controllo. Piuttosto, se si analizzano le immagini della RMF inerenti il lobo frontale  dell’emisfero destro, si nota che, nei criminali psicopatici studiati in questa ricerca, l’elaborazione di stimoli emotigeni di tipo astratto causa un’ iper-attivazione della corteccia prefrontale del cervello. Altra differenza si riscontra  nelle zone più profonde del nostro cervello, le zone limbiche, porzioni del cervello che governano le espressioni di comportamenti più istintuali come quelli di rabbia, di aggressività, ma anche il comportamento sessuale e quello alimentare, tutti elementi tra loro collegati in fisiologia, in anatomia, in psicologia e in criminologia. Nell’analisi delle regioni più profonde del cervello emerge qualche differenza tra soggetti criminali o psicopatici e soggetti “normali”, poiché nei primi si nota una maggiore attivazione dell’Amigdala, regione cerebrale coinvolta nel comportamento emozionale sia quando i soggetti devono decifrare ed interpretare correttamente le emozioni in ricezione, sia quando devono esprimere le proprie; è per questo che i soggetti senza amigdala sono apatici e inerti, reagiscono poco agli stimoli esterni con valenza emotiva, trattandoli come se fossero stimoli concreti senza alcuna valore emozionale (per esempio: un soggetto con amigdala ipo-funzionante alla vista di un serpente non proverà alcuna reazione fisiologica di paura, ma anzi lo toccherà e lo accarezzerà tranquillamente); contrariamente individui con iperattività dell’ amigdala mostrano un comportamento esagerato sia nella decodificazione di emozioni provenienti dall’ esterno sia nell’ espressione delle proprie emozioni. Quindi, se volessimo individuare le parti del cervello che possono avere maggiore interesse per la psicologia criminale o, più in generale, per la criminologia, indicheremo la zona prefrontale del cervello, soprattutto la parte destra e alcune regioni più profonde come l’amigdala. Un altro studio di risonanza magnetica funzionale  mostra come siano presenti delle differenze nell’elaborazione di emozioni alla vista di immagini negative, emerge che vi è un aumento di attivazione nelle regioni del cervello dei criminali psicopatici (anche questi serial-killer) rispetto a soggetti di controllo ma ciò che si evince è una maggiore attivazione della zona del cervello ritenuta  fino a pochi anni fa non in relazione con il comportamento, il “cervelletto”, zona che risulta fondamentale per il controllo del movimento ed interviene nell’ elaborazione delle emozioni e nell’ elaborazione del comportamento guidato dalle stesse.

 

 

L'odore delle emozioni

Imagedi Paola Cerana

 

Quando Rocky mi corre incontro scodinzolando e mi annusa non sente solo il mio odore. Non cerca solo di scoprire se in mano nascondo un delizioso biscotto o l’odiosa spazzola per strigliarlo. Il mio cane, in realtà, va a caccia di molte altre informazioni su di me, che vanno oltre il senso dell’olfatto a livello epidermico. Lui sente anche le mie emozioni! Mi studia, mi analizza, mi ‘ascolta’e sniffandomi con quel suo tartufo nero e umido riesce a percepire se sono in vena di giocare o se invece ho bisogno di coccole e quiete, se sto per rimproverarlo o se sono in procinto di portarlo a fare una passeggiata, se sono eccitata o malinconica. Senza che io dica nulla, lui mi capisce, inclina da un lato il suo testone e con i suoi occhi profondi mi scruta attento, raggiungendomi laddove raramente lo sguardo umano arriva. Mi comunica così la sua istintiva comprensione, assecondando generosamente il mio stato d’animo e confermando ogni volta un insostituibile rapporto empatico e affettivo.

Si sa, l’olfatto degli animali è straordinario. Non solamente quello dei mammiferi ma anche quello di molti insetti, tra cui le api che fanno concorrenza ai cani, sia in abilità, sia in potenzialità di apprendimento. Ma anche noi umani utilizziamo inconsapevolmente questo senso primario, spesso sottovalutato, nelle relazioni di tutti i giorni, emotive, sociali e affettive. Ciò che il nostro naso percepisce e trasmette al cervello a livello inconscio, si traduce a livello conscio: prendiamo decisioni, traiamo conclusioni, mettiamo in moto azioni che apparentemente non avrebbero nulla a che fare con gli odori che ci circondano, eppure così non è. Non ne siamo quasi mai consapevoli, innanzitutto perché vincono gli altri sensi, soprattutto la vista, e poi perché il nostro cervello viene attivato da un odore mezzo secondo prima che noi stessi possiamo renderci conto dell’effettiva presenza di quell’odore.

Siamo in balìa, dunque, di profumi, aromi, odori, effluvi e puzze che suggestionano il nostro quotidiano agire. E siamo, quindi, molto più simili ai cani di quel che pensiamo, anche se forse non ci piace doverlo ammettere. Certo, non possiamo vantare la stessa capacità di rilevamento degli odori, né la destrezza nell’annusare dei nostri amici pelosi (anche se, con un po’ di esercizio, queste abilità possono essere affinate e addestrate anche negli umani). Il vantaggio indiscutibile dei cani su di noi dipende dal fatto che le cellule dei recettori olfattivi canini sono venti volte superiori alle nostre, insieme ai geni correlati. Inoltre, quasi tutti i cani, sono facilitati dal muso allungato, e comunque sempre più vicino al terreno rispetto al nostro, in grado quindi d’infilarsi ovunque in maniera rapida e flessibile. La natura ha consentito a noi umani di compensare queste lacune sviluppando vertiginosamente tutti gli altri sensi, risparmiandoci così anche molti effetti collaterali spiacevoli legati all’istinto di annusare. Per esempio, la maggior distanza del nostro naso da terra non solo ha stimolato lo sviluppo di una vista notevole ma ci ha consentito di evitare molte infezioni. Sembra una banalità eppure è una conseguenza molto importante dell’evoluzione. Il nostro olfatto resta tuttavia potentissimo, anche se i nostri nasi stanno quasi sempre in stand-by, perché pur possedendo minori recettori olfattivi riusciamo a percepire maggiori molecole olfattive rispetto ai cani, grazie anche alla collaborazione del nostro raffinatissimo sistema gustativo. Almeno così dimostrano gli esperimenti più recenti nel campo delle neuroscienze, eseguiti tramite brainimaging.

Quindi, ciò che fa la differenza tra l’olfatto di Rocky e il mio, non è tanto il naso, bensì il cervello! Il sistema olfattivo umano costringe il cervello a lavorare su più fronti, attivando aree neurali associate alle emozioni, alla memoria, alla reazione motoria e al linguaggio. Un ingranaggio magnifico che, acceso da un soffio, innesca un lavoro a catena miracoloso e infinito. L’aveva intuito perfettamente Proust con la sua madeleine, senza essere ufficialmente uno scienziato. L’attivazione contemporanea di più aree cerebrali consente, dunque, un’elaborazione più significativa degli input olfattivi rispetto a quanto non avvenga negli animali. Infine, il coinvolgimento del linguaggio corona le nostre abilità olfattive, consentendo a scrittori come Proust di scrivere pagine immortali e permettendo a nasi addestrati, come quelli dei sommelier o degli analisti sensoriali, di classificare e descrivere sottilissime differenze volatili che sfuggono alla coscienza della maggior parte di noi, facendo del proprio naso una piacevole professione.

Una delle scoperte più interessanti circa il sistema olfattivo, a livello neurologico, è quella che rivela come operano e collaborano le due narici di fronte agli stimoli. Perché le narici sono due? Non è solo una questione di simmetria e, dunque, di estetica ma anche di specializzazione: ogni narice raccoglie aria da zone spazialmente distinte davanti al nostro viso, nonostante la prossimità che c’è tra loro. E’ facile dimostrare la difficoltà che si ha nella percezione di certi odori tappando una narice, e viceversa: moltissime sfumature non vengono colte da una singola narice. Per non parlare, poi, di quanti problemi devono affrontare gli anosmici! Non ci si pensa, anche perché per fortuna la perdita del senso dell’olfatto (anosmia, appunto) non è una malattia così frequente. Non è nemmeno considerata invalidante ma chi ne soffre sa bene che disagio sia non poter riconoscere gli odori: scambiare per buono un cibo disgustoso, non accorgersi del gas rimasto inavvertitamente aperto in cucina o di un incendio che divampa in casa durante il sonno. Sono tutte situazioni estreme, di pericolo, è vero, ma l’anosmia conduce spesso anche alla depressione, perché è dimostrato che l’esistenza di un anosmico è decisamente più triste, vuota e sterile rispetto a quella di chi sa gustare i piaceri della vita con tutti quanti i sensi.

Al di là degli innumerevoli aneddoti che confermano scientificamente l’importanza di un senso così primario come l’olfatto anche nell’uomo, è il risvolto emotivo che mi affascina di più. Perché un profumo o un odore funziona un po’ come una musica: entrambe stimolano umori e stati d’animo in maniera apparentemente irrazionale, tuttavia i timbri di un profumo sono più subdoli degli accordi musicali. Mentre le note hanno un nome, seguono una ritmica e una grammatica, gli odori sono spesso sconosciuti, inafferrabili, effimeri, imprevedibili, cangianti, indefinibili. Oltretutto chi può dire con certezza se quello che il mio naso avverte è identico a ciò che percepiscono gli altri? Si tratta di un linguaggio misterioso, intimo, ancestrale. Il fatto che qualche giorno dopo la nascita siamo già in grado di riconoscere nostra madre dall’odore prodotto dalle ghiandole apocrine delle ascelle e dei capezzoli la dice già lunga! Siamo abituati a sentire l’odore materno già nel ventre, attraverso il liquido amniotico e tramite questo comune denominatore riconosciamo persino l’odore dei nostri fratelli dopo la nascita. Ed è altrettanto vero che una madre sa riconoscere l’odore del proprio bambino tra tanti, solo annusando la sua tutina o il lettino in cui è stato adagiato. Io stessa, dopo 15 anni dalla sua nascita, fiuto inconsciamente la presenza di mio figlio e ho persino la ridicola abitudine di annusare i suoi indumenti quando rientra la sera, come un vero segugio sulle orme del colpevole, per scoprire eventuali tracce di bugie e soprattutto di fumo. Cosa che, grazie al cielo, non mi è mai capitata. L’unica eccezione all’infallibilità del fiuto materno riguarda i gemelli omozigoti, per cui una madre può confondersi facilmente nel distinguere ciascuno dei suoi figli. Questo conferma l’influenza genetica sulle firme olfattive ed è lo stesso principio per cui ai segugi bastano pochissimi indizi olfattivi per riconoscere una persona ricercata da un qualunque estraneo (a meno che, il ricercato non abbia un gemello omozigote!). E sempre per restare nell’ambito canino, anche noi ‘padroni’ siamo in grado di riconoscere l’odore del nostro amato cane, anche solo annusando la sua coperta tra quelle di altri cani, a prescindere dalla piacevolezza o meno del timbro olfattivo che emana. Se non è amore questo!

Con tutte le conoscenze che oggi abbiamo circa il funzionamento del nostro sistema olfattivo, forse si è perso un po’ il senso misterioso e poetico di alcune relazioni umane a vantaggio di spiegazioni chimiche e neurologiche sempre più infallibili. Così, l‘amore, il sesso e persino la malinconia e la depressione potrebbero essere spiegati attraverso molecole e sinapsi, perché i sensi dialogano strettamente con le emozioni e si mescolano in quel sistema limbico, responsabile dell’emotività e dei ricordi. In pratica, oggi sappiamo che se una persona ci è istintivamente simpatica o antipatica può dipendere anche dalle sue secrezioni endocrine che vanno a stimolare certe zone del nostro cervello; se involontariamente eccitiamo una persona o ne siamo perdutamente attratti è in buona misura dovuto alla tempesta dei nostri feromoni; se scegliamo di frequentare più spesso un locale piuttosto che un altro, può dipendere anche dall’atmosfera olfattiva che ci circonda; se alcuni nostri ricordi sono più vividi di altri è perché vengono probabilmente associati ad effluvi, piacevoli o spiacevoli, delle situazioni rievocate; e chissà, se di notte abbiamo un terribile incubo o viviamo un sogno eccitantissimo, potrebbe dipendere dall’influsso di odori subliminali che inconsapevolmente assorbiamo durante il sonno. Un bel libro di Camilleri s’intitolava, guarda caso, “L’odore della Notte” e ricordo che in quelle pagine si raccontava molto bene come la notte sprigioni odori particolari, del tutto diversi da quelli del giorno. Naturalmente era Montalbano a parlare e lui di fiuto se ne intende!

In conclusione, dovremmo essere fieri di somigliare un po’ ai nostri amici cani, avrebbero molto da insegnarci, aiutandoci a recuperare le nostre capacità olfattive primarie, da addomesticare e utilizzare in maniera più consapevole. Ora ho Rocky, il mio dolce molosso, che mi fa da guida oltre che da guardia e da compagnia. Venti anni fa, invece, il cane che abitava con me era una bella femmina di setter, furba e vivace, e si chiamava Tris. Una fredda sera di dicembre, Tris per tutto il pomeriggio e in maniera del tutto inspiegabile, non volle uscire in giardino, non mangiò nulla, si accoccolò seriosa sulla poltrona di fronte al letto di mio padre e non si mosse di lì fino a notte fonda. Fino all’ora, cioè, in cui mio padre spirò, dopo una lunga brutta malattia, senza che ci fosse stato durante tutto quel giorno un evidente peggioramento del suo stato di salute. Nessuno di noi, a parte il mio cane, aveva avuto sentore che qualche cosa di nuovo e perfido stesse maturando inesorabilmente dentro il corpo ancora apparentemente combattivo di mio padre. Noi umani potevamo usare il cervello per pensare, supporre, immaginare, pregare, scongiurare o lasciarci illudere ma non per ‘sentire’ con certezza la presenza dell’Invisibile.

Forse, persino la Morte ha un suo odore.

 

Libroterapia e disagio sociale: dalle letture di auto-aiuto alla biblioteca come luogo di cura           

del Dott. Francesco Paolo Pizzileo - Assistente Sociale Formatore

 

“ O libro, sole d'inverno, narri le tue storie i tuoi drammi e le tue angosce: sei come una persona, perché entri nel cuore. Con la grazia di un angelo. Fai vagare il pensiero e la fantasia in lontani ambiti e reconditi meandri. Penetri nelle più lontane vicende e nei più disparati luoghi di questa grande Terra artificio e bellezza di Dio “.

(Poesia scritta da un paziente psichiatrico dopo una visita in biblioteca )

L’idea di auto-aiuto attraverso i libri, detta libroterapia, è molto antica e risale all’epoca delle prime biblioteche in Grecia.

Già Aristotele credeva che la letteratura avesse effetti di guarigione e gli antichi romani riconobbero l’esistenza di un rapporto tra medicina e lettura.  Aulus Cornelius Celsus, un enciclopedista dell’antica Roma, suggerì la lettura di opere dei grandi oratori come sostegno nelle malattie.

In Europa, le biblioteche entrarono a fare parte  degli ospedali psichiatrici intorno al XVIII° secolo, mentre negli Stati Uniti comparvero alla metà del XIX° secolo. 

Precisamente nel:

 

        1840 → prima biblioteca in un carcere (Sing Sing)

        1901 → prime biblioteche negli ospedali (Massachussets)

        1910 → prime biblioteche presso alcune divisioni dell’esercito (Iowa, Minnesota, Nebraska)

        1920 → S.P. Delaney, bibliotecario dell’ospedale per veterani di Tuskegee-Alabama, comincia ad usare i libri per alleviare le sofferenze fisiche e psichiche dei reduci.

        1937 → W.C. Menninger, parla di libroterapia in un libro di psichiatria. Nella clinica dove lavora la tecnica è utilizzata nel trattamento della malattia mentale, all’interno di un progetto riabilitativo.

 

 

A cavallo di questi due secoli molti medici cominciarono a consigliare libri per le difficoltà emotive dei malati di mente mentre,  nel campo dell'istruzione, gli insegnanti lo iniziarono a considerarlo utile alla promozione della crescita culturale e sociale dei loro studenti alla metà del XX° secolo.

 

Dal 1950, la lettura selezionata ed i gruppi di lettura ha un’ ulteriore svolta educativa e terapeutica: i libri di auto-aiuto concorrono al trattamento dell’alcolismo. 

I lavori sull’auto-aiuto attraverso i libri progrediscono negli anni ‘60 in settori come la tossicodipendenza, la fobia, il lutto ed altre situazioni di disagio esistenziale e sociale.

Negli ultimi decenni la libroterapia si è andata lentamente consolidando sulla base dell’ esperienza di consapevolezza che intorno ad un libro - romanzo,  fiaba, poesia - ruotino dinamiche in grado di mettere in moto vissuti di integrazione e di crescita di sé, sia dalla parte del lettore che dello scrittore, e che dunque non sia piu’ sufficiente confinare la fruizione di un libro nell'ambito di una dimensione puramente evasiva e intellettuale.

Nel momento presente la pratica della libroterapia entra a pieno titolo nell’area delle discipline dell'arte-terapia e trova sostenitori nell'ambito medico, letterario, psicologico, sociale, religioso, solistico; è una tecnica di auto-aiuto che consiste nella scelta selezionata di letture guidate e personalizzate finalizzate alla gestione o risoluzione di problematiche personali o collettive. Essa è diretta a bambini, adolescenti, adulti, anziani perché un libro scelto con criterio e obiettività aiuta chiunque a riflettere su di sé, a confrontarsi, a potenziare le capacità  cognitive ed emotive, a sviluppare risorse manifeste o latenti ed abilità  empatiche, acquisendo conoscenze ed elaborando strategie di gestione del disagio psicologico e relazionale, oggi molto diffuso.

Esempi significativi di come la lettura guidata possa costituire un valido strumento per affrontare sfide sociali e per gestire problemi personali sono quella dell’Agnoterapia, l’applicazione della libroterapia alle persone della terza e della quarta età, e quella delle letture guidate per gli adolescenti ed i bambini a rischio di bullismo a scuola.

 

• Nel primo caso, L. Binah, direttrice del Day Care Center for the Elderly di Kiryat-Tivon, in Israele, ha sviluppato un trattamento gerogogico-terapeutico che ha lo scopo di donare serenità, conforto e maggiore auto-consapevolezza alla persona anziana, alleviando le conseguenze delle più comuni cause di disagio psicologico e sociale legate all'invecchiamento cerebrale come vulnerabilità allo stress, ansia, depressione, demenza e malattia di Alzheimer.

Il metodo è basato sull'uso gerogogico dei brevi racconti di S.Y. Agnon, scrittore di origine ebraica, premio Nobel per la letteratura nel 1966. L'attività condotta al Day Care Center for the Elderly ha dato incoraggianti risultati. Le storie brevi si prestano meglio all'uso terapeutico perchè la finestra temporale di concentrazione degli anziani è breve.

L. Binah ha pubblicato recentemente un resoconto del suo lavoro su The Journal of Poetry Therapy insieme con K. Or-Chen, ricercatrice presso la School of Social Work dell'Università di Haifa.

 

Come le storie e le favole rappresentano il nutrimento per l'immaginario del bambino - argomento questo che tratteremo ed approfondiremo nella prossima lezione - le storie che si raccontano ad un anziano favoriscono l'identificazione e riannodano i fili - a volte frammentari e confusi - della propria storia. Ma non si tratta di un ritorno regressivo all'infanzia.

La persona anziana non ricade mai nell'infanzia, sostiene B. Cyrulnik, neuropsichiatra francese responsabile all'ospedale di Toulon delle ricerche in etologia clinica sul fenomeno della resilienza; le persone anziane rispondono meglio alle proprie rappresentazioni che alla realtà che la circonda.

Il mondo non è più attorno a loro ma vive dentro di loro, nella loro memoria.

La strategia adottata dalla Agnoterapia tende a favorire la rappresentazione della realtà.

Se nella vita sperimentata dall’anziano le sofferenze sono quasi insopportabili, il distacco dato dalla rappresentazione e la ricerca di un significato da condividere, può renderle più accettabili.

Leggere in gruppo ed analizzare un racconto, smontandolo in più parti, può servire a comprendere alcuni processi mentali, ad esempio, che cosa fa sì che due persone poste nella medesima situazione reagiscano con modalità differenti, chi   in maniera positiva e propositiva, chi in maniera negativa e sopraffatta dal senso di impotenza.

I racconti di S.Y. Agnon vengono scelti appositamente per mettere in luce personaggi che aiutano ad auto-trascendersi e che riescono a trasformare la propria sofferenza in una esperienza costruttiva, seguendo la strada della resilienza e dell’auto-efficacia.

 

• Nel secondo caso, l’integrazione della letteratura di aiuto nel percorso scolastico dei minori a rischio di bullismo comporta quattro semplici passaggi:

1-    la definizione del problema;

2- la determinazione delle sfide che si affronteranno;

3- la selezione di libri da utilizzare come libroterapia;

4- la pianificazione delle attività di lettura guidata che permetterà di raggiungere gli obiettivi.

Lo scopo generale dell’ intervento educativo è la riduzione delle prepotenze e la promozione di un migliore clima di classe, da perseguire attraverso la lettura di libri adatti con l’analisi e la mobilizzazione delle principali difficoltà relazionali presenti nel gruppo degli alunni.

Ogni episodio di prepotenza è infatti un chiaro indicatore di una qualche carenza socio educativa, è il segnale che qualcosa agli adulti è sfuggito, o perchè non l'hanno visto (quindi un errore di percezione) o perchè non ne hanno saputo cogliere il senso vero (quindi un errore di interpretazione). Il bullismo è infatti un'esperienza che i bambini e gli adolescenti non dovrebbero fare.

La scuola conferma la sua importante funzione educativa e di socializzazione, in particolare nella costruzione dell'autostima e nello sperimentare ed acquisire abilità sociali, tuttavia, non tutti gli episodi di bullismo avvengono all'interno della scuola, ma essa è l'ambiente dove più facilmente si possono contrastare e prevenire. La scuola ha la responsabilità di fare sentire al sicuro i bambini. Se i comportamenti prepotenti vengono lasciati continuare possono avere un effetto molto negativo sul bambino o sull’adolescente che stà subendo le prepotenze (la vittima). E se ai piu’ giovani è permesso di compiere episodi di bullismo sui coetanei è molto probabile che cresceranno compiendo prepotenze o picchiando il partner ed i propri figli.

Essere oggetto di bullismo è molto inquietante per la vittima ed è una questione che deve essere affrontata.

Ecco un esempio di come la libroterapia potrebbe essere implementata in una classe. 

1.     L'insegnante decide di affrontare il problema del bullismo in classe.

 Dopo la ricerca e la selezione di un certo numero di testi, l'insegnante decide di usare il libro Un anatroccolo tutto da ridere.  Chi di noi non conosce la storia del brutto anatroccolo, un po’ ridicolo nella sua diversità ? E quanti di noi avranno gioito nello scoprire la sua straordinaria metamorfosi in un elegantissimo cigno bianco ? Tutti, insomma, abbiamo fatto il tifo per lui, anche con un tocco di sana immedesimazione. Sappiamo che, sin dai primi attimi di vita, fu schernito ed escluso dalla sua piccola comunità e, cosa certo più dolorosa, dai suoi stessi fratelli. Ciò che invece la fiaba di Andersen non ha tramandato è lo spirito che permise al brutto anatroccolo di sopravvivere alla derisione e all’isolamento.

2.     L'obiettivo di questa attività è aiutare gli studenti a capire che schernire con le mani un compagno di classe non è un comportamento adeguato.

3. Le attività di libroterapia si svolgono con le seguenti fasi:

 a-  L'insegnante chiede agli studenti di scrivere tutte le cose che con le mani si possono fare ( non solo quella di aggredire gli altri ).

b- L'insegnante chiede agli studenti di condividere alcune delle cose che hanno scritto con i compagni.

 c-  Dopo che ogni studente ha letto la propria lista davanti agli altri compagni, l'insegnante introduce il libro Un anatroccolo tutto da ridere.  

d-  L'insegnante legge il libro ad alta voce in classe.

e- La classe discute il libro.  Il punto focale della discussione è perché le mani non devono essere usate per colpire.

f -  L'insegnante chiede agli studenti di scrivere perché le mani non devono essere usate per colpire.

g- La classe crea un decalogo sul perché le mani non devono essere usate per schermire e aggredire.

La libroterapia applicata all’ età evolutiva può essere implementata con qualsiasi altro tipo di libro che si presta al problema che si intende affrontare.

Essa puo’ essere adottata a beneficio di piccoli o grandi gruppi di studenti, oltre che a vantaggio di singoli studenti, e può essere un’ottima strategia per l'insegnamento delle competenze necessarie per lavorare efficacemente con un partner o in gruppo. 

 

Oggi lo scopo generale della lettura dei libri come terapia aggiuntiva alla risoluzione di problematiche di salute è triplice:

 

1) Lettura individuale di auto-aiuto :

 

I self-help books, molto diffusi in America dalla metà del XX° secolo, sono consigliati da assistenti sociali, psicologi, insegnanti, ma anche da avvocati, bibliotecari, commessi di librerie, amici, noi stessi.

Lo psicologo R.A. Mar, della York University di Toronto, recentemente ha condotto alcuni studi sugli effetti della esposizione prolungata alla lettura di libri di narrativa su un campione di mille persone; è emerso che coloro che avevano letto un racconto rispondevano in modo migliore ad un test sulle interazioni sociali  rispetto alle altre persone che partecipava all'esperimento le quali invece avevano letto solo un articolo su una rivista.

Un esempio significativo di lettura individuale di auto-aiuto è il caso di Juanita: uno studio fu effettuato nel 2005 dagli studenti di “Bibliotecología y Documentación” dell’Università Metropolitana di Santiago del Cile condusse all’evidenza che la somministrazione di libri adeguati ad uno specifico caso di disagio possa concorrere ad aggiungere o recuperare benessere alla persona. Juanita è una bimba di 9 anni, vittima di abusi sessuali e affetta da ritardo cognitivo-intellettuale.

Il trattamento si svolse con 18 sedute di libroterapia:

 

1ª-7ª seduta: la piccolo Juanita lesse due libri “Little’s Bear Happy” e “Face/Sad Face Book”;

 

8ª seduta: le fu proposta la lettura del libro “Mi primera enciclopedia de Educación Sexual”;

 

9ª-17ª seduta : “Caperucita Roja”;

 

18ª seduta: “Mi cuerpo es mio”.

 

A compimento del ciclo, la giovane Juanita ha mostrato chiari segni di recupero del proprio benessere psicologico e fisico rispetto al trauma subito.

 

2) Lettura collettiva guidata:

 

- Pazienti con danni cerebrali: si realizzano momenti di lettura collettiva, discussione e confronto, in presenza di uno psicologo o di un assistente sociale.

Portiamo l’esempio dell’Ohio dove, negli anni Settanta, J. C. Hynes, medical librarian presso il Wade Park Veterans Administration Hospital di Cleveland, compose un gruppo, detto Club 21, formato da 21 pazienti disabituati alla lettura, definiti non-readers, con danni cerebrali di notevole gravità: ictus, senilità precoce, parkinson, alcoolismo cronico.

Il gruppo di pazienti partecipo’, in una sala di lettura dedicata all’interno della struttura ospedaliera, ad incontri collettivi di lettura ad alta voce condotti dalla bibliotecaria che per il trattamento utilizzo’ materiale di livello elementare, testi brevi e semplici, filastrocche, poesie, racconti illustrati.

 

- Pazienti affetti da alcolismo: si svolge con lettura individuale e frequenti contatti con psicologi, incontro e discussione finale, con persone affette dallo stesso problema.

Negli Stati Uniti una indagine degli anni Novanta sulla cura dell’alcolismo (Epidemiologic Bulletin) ha evidenziato come i 2/3 circa della popolazione americana beve regolarmente bevande alcoliche; il 7% degli americani ammette di soffrire di dipendenza e abuso di alcol (circa 14 milioni di persone).

Nel 2003 il “Journal of Clinical Psicology” ha analizzato 22 studi sull’applicazione agli alcolisti della libroterapia come lettura guidata. Dopo 6 mesi dall’inizio del trattamento il 13% degli alcolisti ha migliorato leggermente la propria dipendenza, il 25% di essi ha ridotto sensibilmente il consumo di bevande alcoliche. Dopo 12 mesi il 40% degli alcolisti si è dichiarato non più dipendente dall’alcool. Dopo 24 mesi la stessa percentuale ha raggiunto la totale astinenza.

 

3) Biblioteca come luogo protetto e di reinserimento sociale:

 

La biblioteca puo’ offrirsi come ambiente sereno di riunione per persone in difficoltà, dove alla tranquillità dello stare in un luogo sicuro si unisce la consolazione offerta dalla lettura.

 

→ Le iniziative UNICEF per le giovani vittime della guerra in Croazia all’inizio degli anni ’90: progetto “Step by step to Recovery”.

Il progetto ha coinvolto 14 città croate, 22 biblioteche, 2732 bambini. Il team, composto da bibliotecari, psicologi ed insegnanti, ha utilizzato libri, audio-cassette, giochi, rappresentazioni con marionette. I sintomi post-traumatici nei bambini sono diminuiti del 73%.

 

Altre importanti esperienze:

 

- “In the world of Fairy Tales of Ivana Brlić-Mažuraníc”: 20.000 bambini coinvolti, seminari itineranti, rivolto agli insegnanti;

 

- “Early Childhood Care and Development in the Republic of Croatia”;

 

- “Promotion of the Rights of the Child”.

 

Dal 1991 al 1994 è stato registrato il 100% di aumento degli utenti delle biblioteche pubbliche croate.

Per di più, la biblioteca ha costituito un luogo di lavoro per chi, guarito o in fase di guarigione, risultasse idoneo a svolgere una mansione in essa, con possibilità di coniugare l’acquisizione di competenze pratiche e il potersi relazionare con altre persone in un contesto “non protetto”.

 

→ Le esperienze di libroterapia applicata alla cura dei problemi di salute:

- dislessia (Danimarca e Giappone)

- depressione (Lituania)

 

→ I progetti di libroterapia come supporto per l’integrazione sociale:

- il movimento ACCES (Francia)

 

→ Strumento alla lotta nelle emergenze del pianeta:

 

- il Banco del Libro (Sud America )

- la battaglia contro l’AIDS (Africa)

 

Volendo riassumere l’argomento trattato e focalizzarne i punti salienti, è possibile affermare che, nel momento presente, la cura attraverso la lettura, fà parte degli home works, compiti che le persone in difficoltà svolgono a casa come parte integrante ed aggiuntiva della loro terapia e che molti clinici ed educatori consigliano loro come strumento di crescita cognitiva e socio-affettiva nel trattamento psicoterapeutico e sociopedagogico.

L’obiettivo condiviso è la promozione dell’empowerment della persona, lo sviluppo di risorse, il potenziamento delle life skills, ossia le capacità di coping, l’ auto-efficacia,  l’autostima, l’assertività, il problem-solving, la comunicazione efficace.

 

“ Ecco la terapia più terapia di tutte: curarsi con i libri.

Ce ne sono un’infinità, non scadono mai, e puoi decidere tu tempi e dosaggi. Per qualsiasi disturbo, carenza o bisogno, i libri curano, nutrono, confortano”

( Rosa Mininno )

 

Tuttavia la libroterapia si riferisce anche all’auto-cura, all’auto-aiuto, dunque un libro di auto-aiuto, scritto  da professionisti di aiuto o da chi ha vissuto il problema,  è un utile supporto, ma  anche un romanzo può essere stimolante e nei suoi personaggi ci si può immedesimare e nella storia si possono ritrovare analogie e richiami alla propria storia personale, suscitando emozioni e riflessioni.

In chiave psico-educativa la libroterapia può validamente essere indirizzata non solo alle persone sofferenti, ma anche ai loro familiari con risultati molto interessanti e nell’intento di costruire un clima terapeutico o pedagogico che favorisce la partecipazione, l’alleanza terapeutica, la conoscenza del problema, lo sviluppo di risorse e la capacità di gestione del disagio psicologico e relazionale.

Un buon libro è strumento di  conoscenza, crescita cognitiva, psicologica e sociale  nel percorso di tutta la vita.

Di tutto questo, e di altro ancora, parlo nel mio Corso on line in “Educazione in Narrazione di Sè e Scrittura Diaristica nei contesti del disagio giovanile” (http://www.erbasacra.com./corsi), un compendio di dieci lezioni destinato ad educatori, assistenti sociali, psicologi, insegnanti, infermieri pediatrici, genitori.

 

 

Capire ed esprimere le proprie emozioni       

di Stefano Centonze

 

Se Tullio De Mauro definisce l’emozione “un’intensa esperienza psichica accompagnata da reazioni fisiche e comportamentali” e Robert Soussignan afferma che le emozioni danno ‘colore’ alle nostre esperienze quotidiane, è fondamentale identificare le nostre esperienze e capirne le cause e le possibili conseguenze, anche perché – come ha spiegato Paulo Lopes, psicologo della Yale University – “l’intelligenza emotiva” favorisce la qualità delle nostre relazioni e aiuta altresì a regolare le proprie emozioni.

D’altra parte, l’intelligenza emotiva passa dalla nozione del bisogno dell’essere umano, in quanto le emozioni affondano le proprie radici nei bisogni soddisfatti  o insoddisfatti e sono prodotte da eventi che hanno un legame più o meno forte con questi bisogni. E se, per esempio, la tristezza ha le proprie radici in un bisogno di condivisione non soddisfatto o nella solitudine di un individuo o nella trama di un romanzo o di un film particolarmente crudi, o di un risultato sportivo negativo, capire il senso di un’emozione, quindi, valutare i propri bisogni, verificarne la misura di soddisfazione e individuare le cause che hanno prodotto quell’esplosione emotiva senza soffermarsi alle più immediate ma interrogandosi sulle più profonde, ci consente di analizzare più attentamente quanto ci è d’intorno e, in un’ultima analisi, di capire per capirci.

Ma questo processo di intelligenza emotiva non può rimanere fine a se stesso, ha bisogno di estrinsecarsi e relazionarsi con il mondo: le nostre emozioni devono, quindi, essere espresse, una volta identificate e capite.

Il superamento di queste due conquiste – identificare e capire le emozioni – comporta il coinvolgimento del nostro linguaggio, delle nostre capacità di espressione, nella cernita interiore che noi facciamo nel nostro vocabolario, onde individuare le parole giuste per manifestare ciò che proviamo senza che il fenomeno emotivo alteri l’espressione. Sapere trovare le parole giuste e dare un nome a ciò che si prova, parlarne con le persone vicine, condividere con chi ci circonda il nostro mondo interiore, rende la vita più facile, migliora enormemente le nostre relazioni sociali, se non addirittura la nostra salute.

Provare un’emozione e comunicare agli altri le nostre impressioni con parole chiare, semplici, adatte al nostro interlocutore rende quest’ultimo partecipe delle nostre esperienze e gratifica enormemente noi stessi.

Alessandro Manzoni nel cap. XI del suo capolavoro dice: “Una delle più grandi consolazioni di questa vita è l’amicizia; e una delle consolazioni dell’amicizia è quell’avere a cui confidare un segreto. Ora, gli amici non sono a due a due come gli sposi….: il che forma una catena di cui nessuno potrebbe trovare la fine”. Ergo, le conseguenze di questa condivisione sociale, che Manzoni chiama ‘amicizia’, delle emozioni, sono soprattutto il rinforzo dei legami sociali fra il narratore e l’ascoltatore. “L’emozione confidata suscita un’emozione congruente nell’ascoltatore – spiega in un suo lavoro Moira Mikolajczak -: se la comunicazione è facilitata, le persone si sostengono e si apprezzano di più”.

L’espressione delle emozioni avrebbe un effetto positivo sulle relazioni sociali e uno studio condotto nel 1994 da Nancy Collins e Lynn Miller dell’Università di Buffalo ha dimostrato che le persone che confidano informazioni “intime” sul proprio conto sono più apprezzate di quelle che si limitano a informazioni “classiche”. Certo, è importante sapere esprimere le proprie emozioni, perché da ciò derivano effetti positivi o negativi a seconda della sù enunciata capacità. Tuttavia, le norme sociali di alcune società o di certi ambienti professionali vietano di condividere le proprie emozioni e il loro occultamento produce effetti generalmente deleteri, come ha dimostrato James Gross, psicologo della Stanford University.

Gross ha constatato “che il semplice fatto di simulare l’emozione provata causa un aumento dei parametri fisiologici associati, come se gli effetti mascherati dell’emozione si trovassero rinforzati nel soggetto” e che le persone che hanno la tendenza a dissimulare le proprie emozioni vivono meno emozioni positive e fanno esperienza di un maggior numero di emozioni negative durante uno scambio verbale con gli altri. Questi studi hanno dimostrato che il fatto di nascondere la propria collera causa i disturbi del sonno in persone che soffrono di malattie coronariche  e che questa “inibizione emotiva” prolungata può alterare il funzionamento del sistema immunitario.

Quindi – come spiega Moira Mikolajczak –, “saper dare un nome a ciò che si prova, parlarne alle persone che ci sono vicine, condividere con chi ci circonda il nostro mondo interiore sono componenti essenziali delle competenze emotive che rendono la vita più facile e meglio adattata alla realtà sociale. E per di più migliorano la salute”.

Questi studi dimostrano, dunque, che la vita sociale, come quella di coppia, si basa in parte sulla capacità di sapere controllare e opportunamente definire le proprie emozioni. Una persona che sa mantenere il controllo di sé è sempre apprezzata in società e in famiglia. Non solo, le persone con buone capacità di regolazione e di comprensione delle proprie emozioni sono meno vulnerabili allo stress e agli stati d’ansia e “contengono” più facilmente le malattie cardiovascolari e altre patologie. Addirittura prevengono certi tumori, poiché, se negative, le emozioni liberano ormoni e neurotrasmettitori (come il cortisolo e l’adrenalina) che hanno effetti negativi sul funzionamento dell’organismo. Viceversa, identificare, capire, esprimere, regolare e usare le proprie emozioni è possibile e presenta numerosi vantaggi. Bisogna esserne consapevoli.

 

Sulle tracce della filosofia Zen: la mindfulness         

di Maria Novella Colluto

 

Oggi, l’arte della consapevolezza, ossia la mindfulness, rappresenta un valido strumento di intervento terapeutico, liberamente ispirato ai principi della filosofia Zen.

Si tratta della capacità di prestare attenzione al dispiegarsi dell’esperienza, momento per momento, senza farsi travolgere dal flusso dei pensieri, di vivere a pieno le esperienze quotidiane e di guardare il mondo con rinnovato entusiasmo, esattamente come un «artista Zen» si aliena dal mondo che lo circonda per esprimere la sua assoluta spontaneità artistica, dando vita a una forma d’arte, sia essa pittura, teatro o semplice calligrafia che sgorghi di colpo, senza essere né ripresa, né ritoccata.

Operativamente la mindfulness può essere definita da cinque fattori principali: non reattività (percepire sentimenti ed emozioni senza dovervi necessariamente reagire); auto-osservazione (rimanere in contatto con le proprie sensazioni e i propri sentimenti anche quando sono spiacevoli o dolorosi); concentrazione (prestare attenzione a ciò che si fa momento per momento); descrizione (essere capaci di esprimere a parole le proprie convinzioni, opinioni e aspettative); atteggiamento non giudicante (non criticarsi perché si provano emozioni irrazionali o inappropriate).

Nell’ Arte della consapevolezza, di Francesco Cro, apparso nel n. 62, anno VIII, di Febbraio 2010, del mensile di neuroscienze  Mente & Cervello, viene narrata l’esperienza condotta dal professor D. Siegel, professore di Neuroscienze alla Havard Medical School. Siegel partecipa a delle sedute di «meditazione mindful», sponsorizzate dal Mind and Life Institute presso l’Insight Meditation Society di Barre, in Massachusetts, in cui gli viene chiesto di sviluppare la massima consapevolezza di tutti gli stimoli sensoriali e mentali, concentrandosi, inizialmente, sul proprio respiro, quindi di sforzarsi a focalizzare la propria attenzione su di esso. In seguito, vengono invitati i partecipanti a focalizzare l’attenzione sulle sensazioni che provano a livello degli arti inferiori, passo dopo passo, durante le «passeggiate meditative», che si alternano alle sedute.

Successivamente, viene chiesto a Siegel un ulteriore sforzo: rinunciare alle parole! Sebbene il professore, sulle prime, si senta impacciato, dovendo rinunciare alla comunicazione verbale per esprimere le sue emozioni e i suoi pensieri, pian piano, inizia ad accettare tutte le sensazioni e i pensieri, così come si offrono alla sua consapevolezza, senza dispensare alcun giudizio.

Il quarto e il quinto giorno, finalmente, la terapia inizia a produrre i suoi effetti nel paziente, che comincia a cogliere, in modo consapevole, il flusso dei suoi pensieri, delle sue sensazioni e dei suoi sentimenti: il professore, dunque, riesce a rendersi conto dei propri stati mentali, che continuano a fluire e ad avvicendarsi, come al solito, senza però assorbirlo e farlo prigioniero.

Rientrato a casa, Siegel, arricchito da questa significativa esperienza, può certamente concludere che lo stress e la sofferenza sono il risultato di una tensione tra ciò che viviamo, cioè la nostra realtà quotidiana, e ciò che «dovrebbe» essere, secondo le idee preconcette, alle quali la nostra mente si aggrappa. Egli sostiene che “se noi fossimo più consapevoli”, soffriremmo di meno.

Ma cos’è la consapevolezza?

Secondo Francesco Cro, la consapevolezza «mindful» è la capacità di guardare a ciò che accade dentro di noi con più distacco, non identificandosi con le reazioni emotive automatiche e con i pensieri involontari, che certamente esistono nella nostra mente, ma non «sono» la nostra mente.

La consapevolezza, quindi, ci aiuta a osservare queste reazioni senza esserne travolti, «come si osserva il flusso di un fiume restando sulla sponda, senza farsi trascinare dalla corrente», per riprendere le parole del Cro.

Naturalmente, risulta ovvio che non si può eludere la sofferenza, ma quello che possiamo evitare è, quanto meno, la «sofferenza fortuita»: l’angoscia creata dal flusso delle emozioni automatiche. Una persona consapevole, quindi, riesce a sopportare meglio anche i momenti di dolore, accettandone l’inevitabilità, proprio perché la mindfulness ci insegna a sperimentare le attività quotidiane con un continuo senso di novità, come fa un bambino alla scoperta del mondo, senza la quale rischieremmo di sentirci vuoti e intorpiditi, proprio come chi guida con il “pilota automatico”. Tale esempio incarna perfettamente il comportamento della persona “non consapevole”, che reagisce alle situazioni senza essere consapevole dei condizionamenti e senza riflettere sulle possibilità che ha a disposizione.

Esistono strategie per sfuggire dall’inconsapevolezza e dai tanti automatismi che governano la nostra vita? Certamente, una di queste risiede nella consapevolezza «dal basso», ossia nella meditazione che ci permette di dirigere l’attenzione sul nostro respiro e ci riporta alla consapevolezza del presente, consentendoci di eccedere al nostro essere.

Bisogna aggiungere che molti terapeuti hanno sviluppato modelli di intervento clinico basati sulla mindfulness, come il professor Jon Kabat-Zinn, biologo molecolare e professore emerito alla University of Massachusetts Medical School, che ha dedicato la sua vita professionale a integrare la mindfulness nella pratica medica tradizionale.

Come risulta noto in Arte della consapevolezza , Kabat-Zinn sostiene che la mindfulness è una capacità intrinsecamente umana e sviluppabile in tutte le culture.

Questa, come tutte le terapie mindful, mira, insomma, a promuovere l’armonia tra i vari aspetti della nostra mente, tra noi e gli altri, a liberarci dalla tendenza a cadere in reazioni automatiche a pensieri, sentimenti ed eventi, a sviluppare una maggiore consapevolezza dei nostri stati interiori.

Sarebbe auspicabile, in ultima analisi, come già è avvenuto negli Stati Uniti, promuovere l’apprendimento della riflessione consapevole già in tenera età, visto e considerato che una mente calma e focalizzata potrebbe risultare vantaggiosa per affrontare la molteplicità delle incombenze, alle quali le generazioni odierne sono chiamate a far fronte.

In definitiva, facendo tesoro del prezioso insegnamento tramandato dalla filosofia Zen, un atteggiamento mindful mosso, oltretutto, da diverse qualità, come la curiosità, l’apertura, l’accettazione e l’amore, ci dispone meglio all’integrazione e alla sintonizzazione con i diversi aspetti della nostra vita interiore e con le persone che ci circondano, attraverso una partecipazione attiva e consapevole al mondo, senza andare incontro a illusioni e malesseri, tipici dell’inconsapevolezza e degli automatismi che spesso ci portano a vivere distrattamente e in modo meccanico gran parte della nostra esistenza.

 

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