Anno II - Numero 7

Esercizi per potenziare l'intenzione e la motivazione            

di Patrizia Masciari

 

La scienza si è occupata varie volte di scandagliare ed esplorare il potere dell’intenzione, e delle prove scientifiche

necessarie per dimostrarlo. Quello che non è stato verificato è la portata di questo potere nello svolgersi della nostra vita quotidiana. Sul potere dell’essere umano di manifestare la propria volontà e di orientare il corso degli eventi e della storia, è stato scritto un notevole numero di libri, ma mentre hanno fornito molte verità intuitive, essi offrono ben poco in termini di prove scientifiche.

In quale misura esattamente possediamo il potere di plasmare e modellare la nostra vita quotidiana?

A che scopo possiamo servircene, individualmente e collettivamente? In quale misura possediamo il potere di guarire noi stessi, di vivere una vita più felice, qualitativamente piena e significativa? La determinazione delle applicazioni pratiche del potere del pensiero, quello che chiamerei potere autentico, può realmente cambiare il corso della nostra storia personale e collettiva, ma è necessario che la nostra volontà si eserciti attraverso la focalizzazione verso l’oggetto amato e desiderato, verso quello che chiamiamo comunemente obiettivo.

In principio potrebbe aiutarci lo scrivere su un foglio i nostri obiettivi in maniera casuale e disordinata, quasi spinti da una sorta di ispirazione non troppo razionale; poi sarà necessario procedere nel riordinare questi obiettivi secondo un ordine di priorità, quasi come per tracciare una mappa dei nostri simboli vitali. Nonostante il potere dell’intenzione sia tale che ogni sorta di volontà focalizzata può avere un effetto, le prove scientifiche, forniteci anche dalle neuroscienze tramite lo studio dei neuroni specchio, suggeriscono che potremmo anche essere ‘trasmettitori di intenzione’ più efficaci e fecondi se diventassimo più ‘coerenti’, nel senso scientifico del termine.

Per farlo con il massimo dell’effetto, o almeno così suggerisce la ricerca scientifica, avremo bisogno di scegliere il momento e il luogo giusto, di calmare la nostra mente, imparare a focalizzare, collegarci all’oggetto della nostra intenzione, visualizzarlo ed esercitarci mentalmente. È anche essenziale credere che tutto dentro di noi e intorno a noi, concorre e favorisce la piena realizzazione di questi obiettivi, quasi fossimo sospinti da un vento favorevole.  La maggior parte di noi opera con ben poca coerenza mentale, e ogni volta che inizia qualche cosa, anche la più banale e insignificante, parte già con la paura che questa potrebbe rivelarsi un fallimento e che forse non riuscirà per come vogliamo. Così ce ne andiamo in giro durante le nostre giornate, totalmente immersi in un tumulto di pensieri frammentari e discordanti, qualche volta funesti che ci fanno disperdere le nostre energie vitali, psichiche, fisiche e intellettive, cosicché siamo stanchi ancora prima di mettere mano all’opera che ci siamo prefissi.

Diventeremo più coerenti semplicemente imparando a interrompere quell’inutile chiacchiericcio interno, che si focalizza sempre sul passato o sul futuro e mai sul presente. Se non ci fermiamo subito alle prime difficoltà di questo esercizio, con il tempo e la perseveranza diventeremo esperti nel calmare la nostra mente e ‘potenziarci’, proprio come in uno sport che ci allena i muscoli, scoprendo ogni giorno di poter migliorare un po’ la nostra prestazione rispetto al giorno precedente, basta non fermarsi al primo dolore prodotto dall’acido lattico. I seguenti esercizi sono ideati per aiutarci a diventare più coerenti e a usare molto più efficacemente l’intenzione nella nostra vita. Questi ultimi sono stati estrapolati da ciò che è sembrato funzionare meglio nei laboratori scientifici. Pensiamo alle intenzioni nei termini di schemi più grandi e schemi più piccoli; affrontiamo gli schemi grandi gradualmente, così da inviare intenzioni un passo dopo l’altro verso la loro realizzazione. Inoltre, iniziamo con obiettivi modesti, ovvero con qualcosa di realizzabile in un periodo di tempo ragionevole. Se siamo sovrappeso di venti chili e il nostro obiettivo è di portare la taglia 40 entro la settimana prossima, questo non è un periodo di tempo realistico. Tuttavia, teniamo in mente lo schema grande e avviciniamoci sempre di più a esso man mano che acquisiamo esperienza. È anche importante superare il nostro naturale scetticismo: l’idea che i nostri pensieri possano influenzare la realtà fisica può non essere adeguata al nostro attuale paradigma del mondo, ma non lo sarebbe neanche il concetto di gravità se vivessimo nel Medioevo.

 

Scegliamo il nostro spazio riservato all’intenzione.

Numerosi studi scientifici suggeriscono che il fatto di condizionare il nostro spazio intensifica l’efficacia delle nostre intenzioni. Per applicare e focalizzare il nostro intento scegliamo un luogo che sembri a noi più confortevole, se non lo abbiamo, creiamolo. Sgombriamolo dagli oggetti non essenziali e personalizziamolo rendendolo attraente con gli oggetti che sono a noi cari, con cuscini o arredi comodi, in modo che ogni volta che ci trascorriamo del tempo lo troviamo come un piacevole rifugio, un luogo in cui possiamo sedere nella calma e meditare. Usiamo delle candele, luci soffuse e incenso, se vi fa piacere. Per alcune persone sarà di aiuto creare una sorta di ‘altare’ che funga da punto focale, con oggetti o immagini che troviamo ispiratrici o particolarmente significative. Anche se non siamo a casa, scopriremo che ‘entriamo’ facilmente nello ‘spazio vitale’ che abbiamo riservato solo a noi stessi visualizzandolo ogni qualvolta vogliamo focalizzare la nostra intenzione.

Questi esercizi possono farsi dovunque, ma il massimo risultato si ottiene quando li si fa in montagna dove si può aprire le finestre alla pura aria alpestre ricca di ioni. L’emivita degli ioni, ovvero la quantità di tempo in cui essi mantengono la propria radiazione, dipende dalla quantità di inquinanti presenti nell’aria. Quanto più pulita è l’aria, tanto più lunga è l’emivita dei piccoli ioni, se c’è una fonte di ionizzazione (come per esempio acqua corrente) nei pressi è ancora meglio. Se ci è possibile sistemiamo nel nostro spazio vitale dei cuscini o dei tappetini di materiale naturale come la canapa o la iuta, o anche il legno, in quanto la plastica o materiali da essa derivati, neutralizzano la vitalità degli ioni. I migliori livelli di ioni si trovano: nelle aree di campagna disabitate; lontano dalle aree industrializzate; vicino all’acqua corrente, che si tratti di una doccia come di una cascata; negli ambienti naturali; sotto la diretta luce del sole (che è uno ionizzatore naturale); dopo i temporali; in montagna. I peggiori si trovano: negli spazi chiusi dov’è radunata molta gente; vicino a televisori e altri apparecchi elettrici del genere, che possono emanare emissioni fino a undicimila volt, esponendo tutto ciò che si trova nelle immediate vicinanze a una carica positiva; in città; in prossimità di fonti industriali; nello smog, nebbia, polvere o foschia.

Come regola approssimativa, minore è la visibilità, minore la concentrazione di ioni. La scarsa visibilità è dovuta alla presenza di un gran numero di grandi particelle, a cui gli ioni presenti nell’aria si agganciano rapidamente. Per chi abita in città, collocare piante e fonti di acqua, come una fontanella ornamentale, negli spazi dedicati alla focalizzazione dell’intenzione aiuterà ad aumentare i livelli di ioni. Manteniamo il nostro spazio libero da congegni elettrici e computer: siamo fatti di materia, e i nostri pensieri sono onde neuro elettriche che vengono agganciate e disturbate da tutto ciò che è elettrico. Ora perseverate.

 

 

 

 

L'importanza dell'alimentazione nei malati di Parkinson       

di Maria Novella Colluto

 

La malattia di Parkinson, descritta per la prima volta da James Parkinson, in un libretto intitolato Trattato sulla paralisi agitante,  pubblicato nel 1817, è una patologia caratterizzata da una degenerazione cronica e progressiva delle strutture nervose che costituiscono il cosiddetto “sistema extrapiramidale”. Tale degenerazione interessa, in particolar modo, una specifica area del sistema nervoso centrale: la sostanza nigra. In questa area viene prodotta la dopamina, un neurotrasmettitore, essenziale per il controllo dei movimenti corporei. Da un punto di vista fisiologico, ciò che determina il morbo di Parkinson è la perdita dei gruppi cellulari, il cui compito è quello di facilitare il movimento.

Il morbo di Parkinson colpisce entrambi i sessi, pressappoco nella stessa misura, anche se sembra esserci, in termini di incidenza, una leggera prevalenza di casi maschili. La sintomatologia può manifestarsi a qualsiasi età. Nella stragrande maggioranza dei casi i sintomi fanno la loro prima comparsa a sessant’anni. Nel nostro Paese ci sono circa 200.000 persone affette da morbo di Parkinson e ogni anno vengono segnalati, mediamente, 10.000 nuovi casi.

La malattia, al suo esordio, si manifesta con una sensazione di debolezza, con difficoltà a compiere i movimenti a una velocità normale, con pesantezza e rigidità degli arti.

I sintomi classici della malattia di Parkinson sono l’acinesia, ovvero la riduzione della mobilità autonoma, il tremore e la rigidità; ma spesso, nelle fasi più avanzate del morbo, compaiono altre manifestazioni quali ipotensione, problemi urinari, disfunzione erettile, stitichezza, disturbi psichiatrici, ipersalivazione e disturbi respiratori.

Il tremore è uno dei sintomi principali della malattia di Parkinson ed è dovuto alle contrazioni di un gruppo di muscoli che si alternano ritmicamente (3-5 al secondo); l’atteggiamento delle mani ricorda il movimento che si fa quando si contano le banconote. Anche i piedi, le labbra e la mandibola possono essere colpiti dal tremore. Il tremore può essere presente durante il riposo, scompare spesso durante i movimenti volontari e nel sonno e di solito aumenta notevolmente in presenza di ansia o di stress: questi sono i dati raccolti da Maria Spano in Malattia di Parkinson e aspetti nutrizionali, comparso in “Assistenza Anziani” (Nov/Dic 2005).

La deambulazione, nei malati di Parkinson, è compromessa, i movimenti sono sempre più difficili, pesanti ed estremamente inefficienti e faticosi; i passi diventano spesso più corti, strisciati; frequentemente si ha la presenza di “festinazione”, ossia la tendenza ad accelerare i passi in maniera progressiva, che può essere talvolta causa di cadute. Un altro fenomeno presente in tutti i parkinsoniani è il “freezing”, cioè quella sensazione di piedi “incollati” al pavimento, come se fossero “congelati”  a terra. L’intensità della sensazione di “freezing” tende a salire man mano che la malattia avanza. 

Un’altra caratteristica dei parkinsoniani è la bradicinesia, ossia la lentezza dei movimenti, soprattutto quelli più fini: cambiare posizione, girarsi nel letto, vestirsi, ecc. Una delle conseguenze della bradicinesia è la diminuzione dell’espressività facciale: la mimica spontanea, quella che evidenzia comunemente lo stato d’animo delle persone, tende, così, a diminuire drasticamente.

La rigidità è l’altro fenomeno che interessa i malati di Parkinson e investe tutti i distretti muscolari, da quelli assiali ai flessori e agli adduttori. Infine, in una fase tardiva dell’evoluzione della malattia, compare un difetto posturale: il paziente è incapace di mantenere la posizione eretta del tronco quando è in piedi o cammina, di conseguenza tende ad assumere una posizione sempre più curva.

Un altro disturbo che si verifica spesso è la variazione della grafia: si tende a ridurre notevolmente l’ampiezza della scrittura, si parla infatti di “micrografia parkinsoniana”.

Secondo quanto afferma Maria Spano, i sintomi si manifestano quando la concentrazione di dopamina raggiunge un deficit del 70 % circa e questo lascia supporre che la malattia insorga più precocemente della comparsa dei sintomi.

L’obiettivo farmacologico, nella cura dei malati di Parkinson, è quello di ridurre l’attività colinergica e, nello stesso tempo, potenziare la funzione dopaminergica.

Negli anni ’50, farmaci più efficaci come gli anticolinergici (che curano i disturbi motori causati da anomalie del cervello), spiega Maria Spano, insieme alla terapia chirurgica, hanno offerto una prima risposta alla malattia. L’uso di levodopa, amminoacido neutro, precursore metabolico immediato della dopamina, ha permesso dei passi in avanti nella cura del morbo, ma dopo alcuni anni, presenta una riduzione del suo effetto sul paziente e poi ha fastidiosi effetti collaterali come la nausea.

Poiché i benefici che il paziente può trarre dalla somministrazione della levodopa risultano strettamente dipendenti dalla sua concentrazione nel circolo ematico, si è cercato di ottimizzare e stabilizzare la risposta terapeutica a questo farmaco.

E’ indispensabile sapere che la quantità di proteine di un pasto o di un determinato alimento, assunta dal malato, può incidere sull’assorbimento di levodopa a livello intestinale. La terapia dietetica di per sé, precisa la Spano, non rappresenta un trattamento efficace alla malattia, ma serve a potenziare e stabilizzare la risposta alla terapia farmacologica con levodopa.

La dieta prevede, quindi, per chi assume levodopa, la riduzione di tutti i cibi grassi che, rallentando lo svuotamento intestinale, ne riducono l’assorbimento, e di cibi proteici, perché anch’essi diminuiscono l’assorbimento del farmaco. Lo scopo nel trattamento dietetico è, dunque, quello di garantire un adeguato apporto nutrizionale, rispetto ai fabbisogni del paziente, evitare di creare interazione con il farmaco e contrastare i sintomi connessi alla terapia ed alla malattia stessa.

Nello specifico una restrizione delle proteine si è rivelata utile per migliorare l’efficacia del farmaco e ridurre gli effetti collaterali da esso provocati, però non bisogna trascurare il fatto che gli alimenti prettamente proteici contengono anche considerevoli quantità di calcio, ferro e complessi vitaminici, pertanto sarebbe rischioso escluderli totalmente dalla dieta del paziente.

E’ previsto, nella dieta, un apporto lipidico giornaliero non superiore al  25-30% delle calorie totali di una giornata, in cui sono prediletti i grassi insaturi (olio extravergine d’oliva, utilizzato a crudo nei diversi condimenti) rispetto a quelli saturi (burro ,lardo, salumi, carni grasse).

La quantità dei carboidrati deve corrispondere al 55-60% delle calorie totali giornaliere. Pasta, pane, sostitutivi del pane, riso, patate hanno un contenuto proteico modesto e sono facilmente assimilabili nell’organismo.

L’apporto di fibre è di notevole importanza nella quantità di 25-30 grammi al giorno, poiché la stitichezza è un problema comune in questi pazienti. L’indicazione dietetica è quella di consumare cereali integrali e 4-5 porzioni al giorno tra frutta e verdura. E’ consigliato, inoltre, assumere almeno 6/8 bicchieri d’acqua al dì.

In conclusione anche la nutrizione nel soggetto affetto da Parkinson è di indiscussa importanza come sfondo alla terapia farmacologica e va prestata, in quest’ottica, un’attenzione particolare al peso corporeo, indice importante per valutare lo stato complessivo di salute del paziente.

 

 

Metodologie di cura nell'epilessia degli anziani

 

di Stefano Centonze

 

L’epilessia, una tra le patologie più diffuse al mondo e in continua crescita, non fa distinzioni: anziani, bambini, uomini, donne appartenenti a tutte le etnie sono esposti a questa patologia. Il termine epilessia deriva dal greco “epilepsis” che significa attacco e sta ad indicare una modalità di reazione del Sistema Nervoso Centrale a diversi stimoli. Generalmente, l’epilessia è caratterizzata da convulsioni e perdita di coscienza.

Le crisi epilettiche sono provocate da un’iperattività delle cellule nervose cerebrali (i neuroni), evidenziabile con l’elettroencefalogramma, seguita da un periodo di completa inattività. Paradossalmente si verifica infatti un’eccessiva attività funzionale del sistema nervoso per cui, alcuni o tutti i neuroni della corteccia cerebrale cominciano ad attivarsi a un ritmo di molto superiore a quello normale, producendo una scarica.

Secondo i dati raccolti da M. Elisabetta Calabrese, nell’articolo Epilessia e Anziani comparso nell’edizione 2008 di “Assistenza Anziani”, la UCB, azienda biofarmaceutica internazionale, impegnata nella cura di patologie gravi come epilessia, sclerosi multipla, malattia di Parkinson, stima che in Italia circa 500 mila persone soffrono di epilessia e 50 milioni nel mondo, con 25 mila nuovi casi ogni anno. Le statistiche rivelano che le epilessie si collocano al terzo posto, per incidenza, dopo le patologie cardio-vascolari e quelle con deficit intellettivo e sensoriale.

Maria Paola Canevini, professoressa di Neurologia all’Università degli Studi-Azienda Ospedaliera San Paolo di Milano, dichiara che l’epilessia può manifestarsi in qualunque periodo della vita e che un italiano su cento ne è affetto. Questo ci fa capire quanto questa malattia sia incombente.

 

L’epilessia comporta una spesa considerevole per il cittadino europeo. Notevole è l’impatto che questa patologia esercita sull’economia europea. Secondo M. Elisabetta Calabrese, l’Europa, nel 2004, ha speso, complessivamente, circa 15,5 miliardi di euro; la perdita di produttività del paziente ha inciso notevolmente sull’economia europea per un valore di 8,6 miliardi di euro; costi sanitari diretti dell’epilessia ammonterebbero a 2,8 miliardi di euro, mentre la spesa relativa ai farmaci antiepilettici avrebbe un impatto minore sul bilancio dell’economia e ammonterebbe a 400 milioni di euro. La spesa per ogni paziente epilettico varierebbe insomma tra i 2000 e gli 11.500 euro l’anno.

Negli anziani ricordiamo che l’epilessia può essere la conseguenza di disturbi cerebrali, per lo più circolatori (ischemie o emorragie). I dati raccolti in  Epilessia e Anziani rivelano che le crisi epilettiche sono una frequente conseguenza dell’ictus, con un’incidenza stimata tra l’8,9 % e l’11% e che gli accidenti cerebrovascolari sono all’origine del 30 % delle crisi epilettiche di prima diagnosi nei pazienti con età superiore ai 60 anni. La cura più appropriata per queste crisi, negli anziani, secondo il dottor Antonio Siniscalchi, consisterebbe nel mantenimento di un normale stile di vita del paziente attraverso una remissione completa delle crisi, con o senza minimi effetti collaterali. La scelta del farmaco epilettico deve rispettare le caratteristiche cliniche delle crisi stesse e del paziente. In questi ultimi decenni sono stati sperimentati nuovi farmaci antiepilettici che tengono conto, in misura maggiore, della compatibilità con l’organismo del paziente anziano. Questi farmaci antiepilettici hanno un impatto minore sul metabolismo epatico e alcuni di essi possono essere facilmente eliminati per via renale.

Secondo quanto riporta M. Elisabetta Calabrese, la ricerca oggi si pone come obiettivi quelli di : chiarire e contrastare i meccanismi alla base della resistenza ai farmaci antiepilettici, sviluppare nuovi farmaci potenzialmente più efficaci e con minori effetti collaterali e individuare trattamenti innovativi non farmacologici. Una buona sensibilizzazione del mondo scientifico intorno ai nuovi progressi terapeutici  sull’epilessia è indispensabile per contenere i disturbi derivanti da questa patologia. La ricerca ha conseguito risultati sorprendenti nella cura dell’epilessia, basti pensare  che oggi il 70 % dei malati epilettici, come si evince dalla lettura dell’articolo Epilessia e Anziani, è curato con farmaci che permettono un controllo completo della crisi e un ritorno alla vita normale; inoltre emerge che venti anni fa si avevano a disposizione pochissimi farmaci a fronte dei 15 presenti oggi.

E’ sorprendente l’attenzione che ha manifestato la comunità scientifica, in questi ultimi anni, nei confronti di questa patologia, al fine di aiutare chi ne soffre a ritrovare una migliore qualità di vita. Un esempio è dato dall’importante contributo arrivato dagli incentivi forniti dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti per lo sviluppo di nuove terapie contro le forme più serie di epilessia.

La cosa che spaventa maggiormente, secondo il prof. Luigi Maria Specchio, Professore di Neurologia all’Università degli Studi di Foggia, è, soprattutto, l’imprevedibilità delle crisi e l’incapacità di poterne controllare il sopraggiungere.

 

L’obiettivo delle cure antiepilettiche non è solo quello di impedire l’insorgere delle crisi, ma di influenzare il meno possibile la normale vita dei pazienti e di avere un impatto minimo sull’organismo del malato. A tal fine ci si sta attrezzando, con l’ausilio di particolari test, che saranno in grado di indicare quale rischio il paziente corre e a quali effetti collaterali è esposto, nel momento in cui gli viene somministrato il farmaco. Oggi siamo avvantaggiati, poi, dalla presenza di strumenti terapeutici efficaci con un più ampio spessore di tollerabilità e soprattutto, come ricorda M. Elisabetta Calabrese, con assenza di interazioni con i farmaci che il paziente assume (ci riferiamo in particolar modo ai pazienti appartenenti alla fascia della Terza Età).

I farmaci antiepilettici, presenti oggi sul mercato, rappresentano una risorsa efficace per la cura delle crisi epilettiche: si riscontra che nel 70% dei casi hanno trattato tale malattia con successo. Inoltre, è importante sapere che dopo circa 2-5 anni di trattamento è possibile sospendere l’assunzione del farmaco, sotto stretto controllo medico, e, nella maggior parte dei casi, le crisi non si ripresentano più. Questi farmaci hanno tutti come funzione quella di limitare l’attività elettrica delle cellule nervose. Ci sono antiepilettici che bloccano i canali che permettono al sodio di entrare nei neuroni, passaggio che determina la trasmissione del segnale nervoso, altri agiscono potenziando l’effetto di una molecola detta acido gamma-ammino-butirrico (GABA), il più importante inibitore naturale dell’attività elettrica del cervello. Altri ancora, invece, riducono l’azione del glutammato, una molecola con un importante effetto eccitatorio per le cellule cerebrali. La scelta del farmaco deve considerare il tipo di crisi e la sindrome epilettica, la durata della terapia e i possibili effetti collaterali, sempre in ossequio alla situazione di ogni singolo paziente.

Bisogna fare una distinzione tra antiepilettici di prima generazione e antiepilettici di seconda generazione: i primi possono essere di complicata gestione, in alcuni pazienti, in quanto di difficile tollerabilità per l’organismo; talvolta questi farmaci inducono il paziente a interrompere il trattamento e, in alcuni casi, non sono abbastanza efficaci da consentire al paziente di controllare le crisi. Gli antiepilettici di seconda generazione, invece, introdotti in commercio nel 1993, mostrano un’efficacia simile a quella dei farmaci tradizionali, con un più alto profilo di tollerabilità.

Quando la sindrome epilettica non può essere adeguatamente controllata dalla terapia medica si interviene chirurgicamente. L’intervento mira a rimuovere la parte di corteccia cerebrale nella quale ha sede il focolaio epilettogeno, ad esclusione dei casi in cui ci si trovi a dover contrastare una epilessia generalizzata, nella quale è coinvolta tutta la corteccia. Questo tipo di operazione chirurgica è limitata, ovviamente, solo a quei pazienti che non riescono a rispondere ai farmaci. Le percentuali di successo sono elevate, ma si tratta di un’operazione molto delicata, per cui prima di operare è necessario individuare con la massima precisione l’area da eliminare e verificare che non siano coinvolte aree fondamentali per il controllo delle normali attività e delle funzioni cognitive.

Si parla di farmacoresistenza, pertanto, quando con l’uso di due o tre farmaci specifici, alla dose massima tollerata e per un tempo adeguato, non si ottiene il completo controllo delle crisi. La stimolazione del nervo vago, introdotta nel 1997, rappresenta una tecnica innovativa che può essere praticata nelle forme di epilessia farmaco resistente, in cui non è indicato alcun trattamento chirurgico di resezione. Il sistema di stimolazione del nervo vago è composto da un elettrocatetere, posizionato nella porzione del nervo che decorre nella parte inferiore del collo, connesso ad un generatore di impulsi (pace-maker), posto al di sotto della clavicola. Gli impulsi ritmici inviati dal generatore al nervo hanno l’effetto di modulare l’attività elettrica del cervello, riducendo il rischio di crisi epilettiche. I risultati riportati in letteratura dimostrano una riduzione media delle crisi del 55%, e tale percentuale tende ad aumentare nei 12-24 mesi successivi, all’attivazione dell’impianto di stimolazione.

In ultima analisi è stato riscontrato che un particolare tipo di dieta, la dieta chetogena, può ridurre notevolmente la frequenza delle crisi nei pazienti con epilessia intrattabili con i farmaci. E’ noto da molto tempo che la frequenza delle crisi epilettiche diminuisce in condizioni di digiuno, ebbene la dieta chetogenica, un particolare regime nutrizionale contenente una elevata percentuale di grassi e una ridotta quota di carboidrati, è in grado di indurre uno stato di chetosi simulante le condizioni metaboliche di digiuno. Essa  è stata utilizzata nella terapia dell’epilessia a partire dagli anni ’20 e successivamente abbandonata, a seguito dell’avvento di nuovi e sofisticati farmaci antiepilettici. Tuttavia la dieta è stata rivalutata come trattamento coadiuvante dell’epilessia, specialmente negli Stati Uniti e in alcuni paesi europei, in quei pazienti epilettici farmaco-resistenti o intolleranti ai gravosi effetti collaterali dei farmaci in questione.

 

La depressione in età evolutiva          

di Maria Galantucci

 

La presenza o meno nell’età infantile, di malattie distimiche corrispondenti alle sindromi depressive dell’età adulta, è un argomento assai controverso nella letteratura psichiatrica. Ammesse da taluni Autori, come rare, le malattie distimiche vengono invece escluse da altri Autori, dall’ambito della pedopsichiatria, mentre altri infine, ne sostengono la frequenza relativamente elevata, anche se “camuffata” sotto aspetti sintomatologici “atipici”, rapportabili alle specifiche modalità e possibilità di espressione sintomatologica del bambino nelle sue diverse età.

Le caratteristiche sintomatologiche generalmente riconosciute come “depressive” al di sotto dell’età puberale, sono le seguenti.

Nella  prima infanzia, prevalgono i disturbi somatici: turbe dell’alimentazione, irregolarità del ritmo del sonno, ipoattività, ritardo dello sviluppo psicomotorio; nei casi più gravi, anche decadimento delle condizioni somatiche generali, sino ai quadri  del “marasma”, descritti da Spitz nella sindrome dell’ “ospitalismo” ovvero del bambino ospedalizzato che, in sintesi, perde l’interesse per la vita, come se in qualche modo volesse lasciarsi morire.

 

Nella seconda infanzia, la depressione si manifesta con una insufficienza o ritardo delle prestazioni intellettive, con la povertà delle iniziative e dei rapporti relazionali, con la tendenza all’isolamento, l’ esagerata risposta “negativa” alle frustrazioni, le crisi prolungate di pianto, talora apparentemente immotivate, l’accentuazione dell’aggressività fisiologica, tipica di questo periodo, le manifestazioni di autoerotismo, i comportamenti regressivi (enuresi ed encopresi), l’accentuazione delle manifestazioni fobiche fisiologiche (paura del buio, della solitudine, degli animali), l’accentuazione delle manifestazioni ansiose (pavor nocturnus, crisi dispnoiche).

 

Nell’età scolare, la depressione si manifesta soprattutto con un cattivo adattamento scolastico: ritardo e difficoltà dell’apprendimento, insicurezza, timidezza, sfiducia nelle proprie capacità, crisi di pianto, riduzione dell’interesse, non solo in rapporto all’attività scolastica, ma anche nel gioco. Anche in questa età si può osservare  un aumento dell’auto/   e dell’etero/aggressività, la persistenza di comportamenti autoerotici tipici di età precedenti (suzione del pollice);  e l’accentuazione di quelli tipici dell’età scolare (onicofagia, masturbazione genitale), comportamenti regressivi (enuresi, encopresi, iperdipendenza dagli adulti). Vi può essere persistenza e accentuazione di manifestazioni ansiose e di manifestazioni fobiche tipiche di età precedenti (paura del buio, degli animali) ed anche comparsa di fobie o paure fantasmatiche più strutturate: fobia dello sporco, fobie connesse con l’alimentazione, come quella dei cibi solidi (timore di restare soffocati) o che i cibi possano far male, sino a proprie e vere idee ossessive come la paura di ammalarsi o morire. Queste fobie possono essere talmente pregnanti e persistenti, da corrispondere apparentemente a veri deliri. Non possono però propriamente essere definiti come tali.

 

Molte delle manifestazioni, raggruppate nel quadro della “fobia della scuola” possono essere comprese nell’ambito dei comportamenti depressivi del bambino in età scolare; sia quelle di ordine “psico/somatico” (gastralgie e vomiti, cefalee prevalenti al mattino, etc.), sia quelle che riguardano la condotta (rifiuto della frequenza scolastica, o sua elusione: il tipico fenomeno del “marinare” la scuola, fughe, etc.).

 

Sia pure tenendo conto della predisposizione costituzionale, dei possibili fattori endogeni, e degli eventuali fattori organici (malattie generali intercorrenti, stati di convalescenza, ospedalizzazioni, etc.) che molto spesso (specie questi ultimi) costituiscono la base somatica della sindrome depressiva infantile, essa, nelle diverse età ora considerate, è strettamente connessa, nella sua patogenesi, con i fattori “relazionali”.

Nella prima infanzia ha importanza soprattutto il rapporto tra il bambino e la madre.

Nella seconda infanzia ha importanza il tipo di rapporti dinamici intrafamiliari: posizione del bambino nella famiglia, gelosia o senso d’inferiorità rispetto ai fratelli, tipo di educazione (carenziale o perfezionista o respingente), carenze affettive, quali per esempio per separazione dalla madre, o più in generale dalla famiglia, perdita di un familiare, o altro.

Nell’età scolare si aggiunge tutta la problematica inerente alla scolarizzazione.

In questo ambito ha molto influenza il carico scolastico: le manifestazioni depressive si accentuano quando l’impegno pedagogico e l’impegno “prestazionale” raggiungono una maggiore tensione, esse si attenuano quando la tensione pedagogica diminuisce.

E’ abbastanza tipico, in molti casi, il comportamento “elettivo” della depressione del bambino: è presente a scuola, e non a casa; oppure è presente nei periodi di attività scolastica e non nei periodi di vacanza; può essere anche presente solo in rapporto ad un determinato insegnante, e non in rapporto ad un altro.

Caratteristica comune di tutti questi vari tipi di “depressione” nelle varie età, oltre che quello di essere strettamente connessi nelle loro motivazioni e nelle loro manifestazioni, con la situazione relazionale e con gli interessi prevalenti nel bambino nelle varie età, è anche quella di essere generalmente sensibile al mutare di tali situazioni relazionali.

Un semplice mutamento di ambiente o la rimozione (concreta e oggettiva) del fattore motivante, o la sua correzione, è molto spesso sufficiente per ottenere la normalizzazione.


 

I meccanismi di cambiamento comportamentale e i processi di recupero educativo nell'abuso disostanze            

di Laura Petrucci

 

La tossicodipendenza, dal punto di vista psico-pedagogico, è vista come forma di annientamento, messaggio disperato di un disagio e mancanza di auto responsabilizzazione ed annullamento della propria vita. Di fronte all’aumento dell’uso di sostanze stupefacenti da parte degli adolescenti, la pedagogia è chiamata a colmare, non solo, la distanza tra la disperazione del disagio e la totale assenza di parametri sociali ma soprattutto è chiamata a fornire una pluralità di risposta in forme di intervento attive in contesti differenti (giovani, famiglie, società).

Il concetto di droga ha assunto nell’arco della sua storia significati diversi, tuttavia nel linguaggio corrente la parola designa una sostanza naturale o sintetica che indotta nell’organismo umano altera alcune funzioni neurobiologiche fondamentali, modificando così l’umore, il comportamento e i processi di pensiero di chi ne fa uso. Una droga, come ogni altro farmaco psicoattivo, è in ultima analisi una sostanza chimica in grado di raggiungere il cervello ed interferire con i quotidiani processi di neurotrasmissione, provocando effetti (e rischi) che sono caratteristici per ogni sostanza stupefacente. Le sostanze soggette ad abuso causano dunque dei cambiamenti dell’assetto biologico del cervello, cui corrispondono manifestazioni fisiche e psichiche di vario tipo. Gli effetti e i rischi di ogni droga dipendono dalle funzioni delle aree celebrali coinvolte nell’azione di una droga, e in ultima analisi dell’interazione della sostanza stupefacente con l’attività di particolari popolazioni di neuroni. Quando la droga raggiunge il cervello, può legarsi ai recettori cellulari coinvolti nella neurotrasmissione innescando in modo anomalo profondi cambiamenti nella comunicazione neuronale. Nel seminario “Gli scritti tecnici di Freud” (1953-54) Lacan mette in rilevo come non si possa fare a meno di una distinzione tra registro dell’immaginario e registro simbolico; dal concetto di “imago”- la cui ambiguità tradisce la contaminazione di una nozione immaginaria da parte del simbolico - si estrae quello di “parola” come sua vera radice. Tale bipartizione consente di operare all’interno dell’istanza soggettiva l’altra consequenziale distinzione fra l’Io (immaginario) e il Soggetto (simbolico). In maniera correlativa e simmetrica, sul versante dell’alterità (versante fondamentale in quanto “altro” polo di ogni intersoggettività) si introduce la differenziazione fra altro (immaginario) e Altro (simbolico). Inoltre, egli distingue tra il dire e il voler dire del soggetto: il dire è l’insieme delle parole adoperate dal locatore mentre il voler dire è ciò che il locatore non dice. Questa prospettiva che muove tra la distinzione fra dire e voler dire, comporta come specifico della funzione della parola ciò che il soggetto parlante vuol dire non è deciso dallo stesso ma da colui che lo ascolta: ora, se il senso ultimo della parola è deciso dal ricevente, si può ben affermare che all’origine del messaggio c’è il ricevente e non l’emittente. Vi si riconosce che la parola può assolvere la usa funzione, cioè di dare senso solo grazie all’azione del significante, affermando così la preminenza del simbolico sull’immaginario che, appare ora come il vero ostacolo alla disintossicazione e come il fattore di intralcio verso gli effetti benefici di trasformazione ascrivibili unicamente all’azione del simbolico: simbolico che, nonostante le resistenze dell’immaginario, alla fine prende comunque il sopravvento. L’ordine simbolico, identificato con il concetto di grande Altro, è il luogo dell’insieme degli elementi significanti. Dunque l’interpretazione deve essere del significante non del significato: cioè la parola del soggetto deve essere scandita, puntualizzata e rinviata; questo spiega come il soggetto dell’inconscio, in quanto vuoto, possa trovare un’equivalenza nella mancanza dell’Altro. Il soggetto, colpito da una mancanza trova la sua identità nell’altro sotto la specie di quell’oggetto perduto (questo è quello che accade nel soggetto che fa uso di sostanze). Questo induce che quegli oggetti (a) che prima erano equivalenti al soggetto sbarrato (S) ora sono sostituiti dal grande Altro (A), comportando il fatto che, il partner del soggetto non è più l’Altro ma ciò che ad esso si sostituisce. Da tutto ciò deduciamo che, fondamentale per un operatore all’ascolto è tener conto di tutto e dare anche senso a tutte quelle esperienze che apparentemente non hanno senso ma che sono fondamentali per comprendere il vissuto di un soggetto che si presenta. Scopo prioritario resta quello di far riemergere e valorizzare le risorse educative presenti nel soggetto, prestando attenzione soprattutto ai contesti critici del disagio e della devianza giovanile. La psico-pedagogia ha l’obiettivo di offrire risposte efficaci ai gravi problemi della tossicodipendenza e al disadattamento attraverso una precisa attività di prevenzione e la formulazione di percorsi formativi differenziati e personalizzati mirati allo sviluppo della persona e alla sua auto responsabilità, alla progressione di crescita , all’autovalutazione, alla volontà, alla completezza della risoluzione o creazione del benessere interiore della persona effettivamente equilibrata. È una realtà possibile da realizzare utilizzando la pedagogia su questi versanti. La prevenzione, il recupero, la comunicazione, la cura e l’intervento. Essi sono elementi di pedagogia spesso trascurati e/o dati per scontati ma che offrono l’opportunità di riflettere ed operare a partire da esperienze personali, per scoprire le proprie capacità e risorse ed acquisire consapevolezza dei processi che intervengono nella relazione del recupero del disagio della tossicodipendenza. Ma quali sono le ragioni che spingono a far uso di droghe? Sebbene i tossicomani abbiano spesso problemi di personalità, come ad esempio difficoltà di maturazione, non esiste uno specifico tipo di personalità che possa far presagire una futura tossicodipendenza. È dunque importante considerare il singolo individuo per capire le origini del problema e i fattori che contribuiscono a mantenerlo. L’abuso ha origini estremamente individuali ma è stato riconosciuto che questi problemi possono verificarsi in modo particolare in alcune famiglie, inducendo quindi a pensare che i problemi di tossicodipendenza abbiano realmente origine ereditaria. Ci sono prove che mostrano come la dipendenza da alcool abbia una componente ereditaria che può influire fino al 60%, ma non è stato ancora dimostrato che un simile pattern ereditario esista anche per le atre forme di dipendenza. La genetica non è l’unico modo in cui le famiglie esercitano un’influenza sui loro figli, difatti il desiderio di un bambino di imitare i genitori è una delle ragioni determinanti per l’acquisizione di futuri pattern comportamentali. Questo meccanismo è un potente fattore che spinge all’uso di droghe, giacché se esiste un modello genitoriale di abuso vi è un’aumentata probabilità che anche il bambino possa sviluppare tale consuetudine. Comunque, per molti adolescenti la maggiore pressione sul loro comportamento immediato rimane quella esercitata dal gruppo dei pari che frequentano. Scoprire che un adolescente ha iniziato a fumare sigarette o bere alcool non deve dar luogo ad una reazione esagerata. Fare lunghi rimproveri o mostrare un atteggiamento di delusione troppo marcato rischiano di consolidare il comportamento. Gli episodi isolati dovrebbero essere trattati come tali. Si può parlare di tossicodipendenza quando l’assunzione di droghe causa problemi alla salute del giovane, o altera le funzioni sociali o psicologiche. A questo stadio la consulenza del gruppo di operatori professionali può essere prezioso, ma è molto raro che un aiuto reale possa essere dato ai consumatori di droghe fino a quando non saranno loro a volerlo ricevere. Quando un giovane è “tossico” la sua dipendenza è alimentata non solo dal forte desiderio fisico (carving), ma spesso, in modo preponderante, da un senso di dipendenza psichica. Così il tossicodipendente, maschio o femmina che sia, crede di non potercela fare senza droga, e teme l’insorgere di problemi più gravi se ne sospendesse l’uso. È  questa aspettativa che ha maggior peso nel mantenere vivo il bisogno di continuare. Oltre a questi fattori di dipendenza, e ai problemi che insorgono qualora si verifichi una sospensione nell’assunzione di droghe, il bisogno può anche essere alimentato da importanti fattori ambientali e sociali; difficoltà all’interno del contesto familiare, come ad esempio assistere a violenze da parte del padre sulla madre o rendendosi conto che i genitori non si prendono cura del figlio, possono essere delle dolorose fonti di angoscia dalle quali il giovane riesce  a liberarsi solo drogandosi. Di fatto, a volte ciò che spinge ad assumere droghe può essere il tentativo di cancellare alcuni momenti del proprio passato, troppo dolorosi per poter essere affrontati. Ma quali sono gli interventi iniziali da effettuare? Molti soggetti, quanto raggiungono uno stadio di intossicazione acuta sono più esposti a incidenti. La prima cosa da fare in queste situazioni è garantire la loro incolumità e in quanto soggetti a vomito, non deve essere loro consentito di sdraiarsi supini; la posizione corretta è quella laterale. Con lo stato di ebbrezza sopraggiunge anche la confusione, per questo bisogna assumere un tono calmo e pacati per rassicurarli, spiegando dove si trovano e che sono al sicuro. Lunghi rimproveri o atteggiamenti di delusione troppo marcati possono essere controproducenti. È inoltre importante evitare ogni esplosione di collera. Il giorno seguente la sanzione prevista va imposta con il minimo di commenti perché è l’impostazione della sanzione che sortisce un effetto, non la sua severità. L’intervento fermo e tempestivo è molto più efficace di lunghi discorsi e punizioni interminabili. Se questi episodi iniziano a diventare assidui, allora può essere utile un programma di intervento comportamentale ma per prima cosa bisogna assicurarsi che il soggetto voglia collaborare alla riuscita del trattamento,se si vuole qualche chance di successo. Se il giovane vuole effettivamente collaborare al trattamento, il primo passo da fare è quello di rivolgersi a un centro di salute mentale. La terapia di disintossicazione può provocare una reazione molto forte nel soggetto, per questo vengono di solito somministrati farmaci per ridurre gli effetti dell’astinenza che, una volta trascorso il tempo, possono essere gradualmente ridotti e il programma di disintossicazione è portato a termine. Se con la sospensione dell’uso di sostanze si desidera avere qualche possibilità di successo, è importante che in un primo momento vengano esplorate ed analizzate attentamente le cause che hanno indotto l’uso e che ne mantengono vivo il desiderio. Questa è una parte comune a tutti i programmi di recupero, ma per molti non è una terapia di disintossicazione necessaria: è la gestione psicologica il punto centrale. Il gruppo di operatori di comunità ha certo una grande esperienza in questo campo, ma i consulenti specializzati negli ambulatori e nelle scuole, come anche i team psichiatrici, possono fornire un valido supporto purché abbiano esperienza nell’affrontare questo tipo di problemi. Dietro al comportamento del giovane che fa uso di sostanze ci sono profonde radici sociali e psicologiche, e affrontare questi problemi può richiedere molto tempo. Molti “abusatori” credono di non riuscire ad arrivare alla fine della giornata senza la sostanza, e l’uso di tecniche cognitive può fornire un valido aiuto nell’affrontare questo tipo di preoccupazioni. L’astinenza può avere inizio in modo alquanto insidioso, con il soggetto che non ha idea del perché si senta stanco, irritabile e letargico, ma generalmente è caratterizzata da un senso più drammatico di agitazione e depressione che comincia alcune ore dopo l’ultima dose. A ciò fa seguito l’incapacità di dormire, nonostante un crescente senso di fatica e una graduale riduzione del carving. Questa fase iniziale di astinenza finisce con il giovane che si sente totalmente esausto ma che avverte un crescente appetito, mentre i ritmi del sonno tornano alla normalità. Dopo questa fase iniziale possono esserci altre sequenze in cui il giovane scivola in periodi di disagio e letargia, dopodiché torna a sentirsi stabile e tranquillo. La prima indicazione che un giovane sta assumendo l’abitudine di drogarsi scaturisce da cambiamenti improvvisi nel suo comportamento. L’inizio di una serie di furti, un calo significativo nella prestazione scolastica, il cambiamento di amicizie e alleanze, una maggiore irritabilità e un cattivo umore in generale sono tutte caratteristiche di un giovane che fronteggia l’adolescenza, ma potrebbero anche essere segnali del fatto che si sta facendo uso di droghe. In questo stadio è importante dar voce ai propri sospetti in modo corretto. Un confronto diretto provoca in genere soltanto una decisa negazione e induce il giovane a muoversi con più circospezione. Se si sospetta di un soggetto bisognerebbe sottoporlo a un periodo di osservazione cercando di decifrare segnali che emergeranno soprattutto nei periodi di intossicazione perché, se il ragazzo sta sviluppando l’abitudine di drogarsi, gli riuscirà più difficile nasconderne gli effetti. Se il giovane manifesta uno stato di intossicazione, la priorità è proteggerlo con conseguenze fisiche e monitorarlo (specialmente la respirazione) in modo calmo e rassicurante. Se il giovane accetta un aiuto professionale, il SERT locale stabilirà se sia necessaria una disintossicazione. Quantunque la disintossicazione sia un passo importante per un programma riuscito, il fattore fondamentale per determinare se l’uso di droga verrà effettivamente a cessare sarà un appropriato supporto psicologico. Nell’ambito di questo processo è importante stabilire se il giovane presenta altri problemi psicologici concomitanti e, riguardo a questo, ciò che più conterà saranno le risposte offerte dalla famiglia o dalla classe. A volte, comunque, indipendentemente da problemi concomitanti, i giovani non hanno motivazione a smettere di drogarsi, e in questi casi l’approccio dovrà essere un’accorta mescolanza di educazione e incoraggiamento. Per alcuni, il massimo che si possa ottenere in breve termine è “la riduzione del danno”, che comprende anche una serie di informazioni sul pericolo di usare la stessa siringa di un compagno o su quali inalanti presentino rischi maggiori. Sono questi i giovani che causano maggiore frustrazione agli adulti coinvolti. Rifiutano de liberamente di accettare i consigli offerti e ciò induce genitori e insegnanti ad esigere che qualcosa sia fatto”. Sfortunatamente, di cose da fare ce ne sono ben poche, e l’ulteriore frustrazione degli adulti li spinge spesso a togliere ai giovani il loro sostegno. La maggiore assistenza che possono offrire glia adulti in questi casi, è quella di stabilire chiare aspettative rispetto al comportamento, bensì di proteggere la famiglia e la scuola da perturbazioni ulteriori. Questo approccio “duro” non si limita a tutelare gli adulti ma comunica anche al tossicodipendente quali sono i termini in base ai quali può essere riammesso in famiglia  in comunità.

 

Stare bene insieme a scuola: un approccio curricolare

 

di Patrizia Del Chicca

 

Spesso i mass-media riportano episodi di cronaca in cui sono coinvolti bambini e ragazzi implicati in atti di prevaricazione nei confronti dei coetanei.

Chi frequenta gli ambienti scolastici sa, per esperienza, che non è raro imbattersi in situazioni in cui si verificano, anche con una certa frequenza, prepotenze all’interno del gruppo dei pari che, talvolta, possono proseguire all’esterno del contesto scolastico.

Per identificare tali situazioni, in molteplici occasioni, viene utilizzato il termine “bullismo”, col quale si intendono “le azioni aggressive o i comportamenti  di manipolazione sociale tipici dei gruppi di pari (a scuola e in ambienti di lavoro) perpetrati in modo intenzionale e sistematico da una o più persone ai danni di altre”. Più recentemente, a tale definizione, si sono aggiunte ulteriori caratteristiche: l’intenzionalità, la persistenza, l’interazione asimmetrica ed infine il comportamento di attacco che può essere fisico-verbale o psicologico.  

Questo fenomeno, articolato e complesso e con caratteristiche e manifestazioni ben precise, compare già nella scuola primaria. In essa però, luogo privilegiato dove i bambini intessono le prime relazioni in maniera autonoma e consapevole coi pari, si riscontrano atti riferibili più che altro a incontro/scontro con altri diversi da sé.

 Riguardo alla strategia per imparare a stabilire corretti rapporti sociali e combattere l’insorgenza di tale fenomeno, è opportuno promuovere una cultura ed una atmosfera di democrazia e di uguaglianza, attraverso la creazione di un corpus di regole di convivenza condivise e stabilite, alle quali tutti, docenti, alunni e genitori, possano fare riferimento. La scuola riveste da sempre un ruolo importantissimo nella crescita dei bambini e dei ragazzi, sia per la sua funzione di educazione/socializzazione, sia per il fondamentale contributo alla  costruzione dell’autostima e  alla sperimentazione e acquisizione delle abilità sociali.  In particolare, nella scuola primaria, occorre potenziare la prevenzione creando una consapevolezza diffusa tra docenti ed alunni, abbassando la soglia di tolleranza nei confronti di questo tipo di comportamento che riduce drasticamente le opportunità di una convivenza civile.  Per quanto riguarda però la prevenzione del fenomeno, non è strettamente necessario proporre attività cosiddette “speciali” (percorsi    cioè che si possono applicare una volta per tutte ed in maniera limitata temporalmente): più utili risultano  attività curricolari e strategie didattiche che, adottate abitualmente dagli  insegnanti, permettono di   raggiungere obiettivi sia cognitivi che educativi.

Bisogna far leva sulle risorse positive della classe e sulla naturale capacità dei ragazzi di provare empatia per i compagni in difficoltà. In tal senso, gli interventi contro il bullismo si connotano per un approccio globale di tipo sistemico ed ecologico che, integrando al loro interno esperienze e tecniche specifiche, cercano di attivare processi di cambiamento a molteplici livelli dell’esperienza scolastica, dal clima della scuola, alle norme e ai comportamenti del gruppo-classe, fino ai singoli individui secondo le seguenti tre direttrici di intervento:  

 

-  l’approccio curricolare per favorire la consapevolezza in classe mediante letture di brani e visioni di filmati sul tema;

- l’approccio trasversale rivolto alla rielaborazione cognitiva e al potenziamento delle competenze sociali degli studenti (mediante il lavoro cooperativo, il problem solving, tecniche di role-playing e drammatizzazione, l’ascolto attivo, l’educazione ai sentimenti, ecc.);

-  l’approccio basato sul supporto tra pari (operatore amico per la scuola di base).

 

Si tratta, in sostanza, di un intervento volto a creare un clima positivo di convivenza nella scuola che promuova lo sviluppo di abilità prosociali ed empatiche nei ragazzi più a rischio, oltre che negli altri partecipanti che possono sviluppare atteggiamenti di progressiva de-sensibilizzazione verso la sofferenza dell’altro e di de-responsabilizzazione civile, tollerando e giustificando le prepotenze.       

In termini esperienziali diretti, aggiungo che sono insegnante in due seconde classi di una Scuola Primaria di Pisa. Le classi sono composte da 16 alunni ciascuna: 6 femmine e 10 maschi in ognuna delle due. Gli alunni provengono da esperienze familiari della fascia sociale medio-alta; ci sono anche quattro alunni non italiani, due per ogni classe. Qui,  veri e propri atti di bullismo non se ne riscontrano ma potrebbero divenire tali alcune situazioni di conflitto naturali se non si imparasse a gestirle attraverso adeguate attività. Entriamo, allora,  più nello specifico dell’approccio curricolare con il concetto di “curricolo trasversale”, che, al di là di quello disciplinare,  ha come obiettivi  quelli di “educare alla condizione umana, alla cultura di genere, alla mutua comprensione; si tratta alla fine di garantire a bambine e bambini il diritto a una cittadinanza consapevole, dando loro le competenze e le risorse indispensabili a esercitarla”.    Ecco le attività che ho proposto all’interno della programmazione curricolare:

a)       area linguistica: la lettura di testi e l’utilizzo di materiale audiovisivo fungerà da stimolo. Si utilizzeranno testi tratti dalla letteratura per l’infanzia,  testi di narrativa, favole (quali quelle particolarmente didattiche di Esopo), film in cui i valori quali l’amicizia e la cooperazione rappresentano il filo conduttore (ad esempio i cartoni: Wall-E,  A Bug’s  Life  e Bee Movie e anche il celeberrimo “Storia della gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” di Luis Sepulveda). Interessante è avviare una lettura di storie in cui gli animali siano i personaggi principali e nei quali i bambini possano identificarsi e passare a scoprire il valore della collaborazione, l’accettazione dell’altro anche se diverso, del trovare una soluzione comune ad un conflitto comune con storie scelte ad hoc per “mettersi nei panni di”;

b)    area dell’educazione musicale: l’ascolto della favola musicale “Pierino e il lupo” di Sergej Prokofiev avvia gli alunni a riconoscere l’importanza del tono, della velocità e del  ritmo con cui si esprimono gli stati emozionali. Vivere e sperimentare alcuni stati d’animo (paura, rabbia, sorpresa, gioia) attraverso l’esperienza musicale è fondamentale. Anche cantare alcune canzoni sia in italiano, sia in inglese educa all’ascolto di sé e dell’altro, all’attenzione, alla fiducia: le esperienze con le parole e con i suoni, vissute in gruppo, favoriscono la crescita armonica ed equilibrata del bambino, non alimentano la competitività, ma la collaborazione, la fiducia negli altri e nelle proprie capacità;

c)       area motoria: per quanto riguarda sia lo schema corporeo in connessione con la ricerca di caratteri comuni e non, che gli stati emozionali da analizzare (quali la rabbia, l’allegria, la tristezza, la sorpresa) e la loro relazione con il corpo sono state utilizzate le proposte formulate, fra gli altri, in Star bene insieme a scuola (cfr. nota 4),  da cui sono stati tratti alcuni esercizi-gioco per il rilassamento e la fiducia nell’altro;

d)      area dell’educazione all’immagine: abbiamo realizzato cartelloni con tecniche grafico-pittoriche di ogni fase del percorso realizzato (stati d’animo, storie raccontate, regole nei vari ambiti). Queste attività hanno la duplice finalità di documentare le esperienze e di sottolineare l’importanza degli aspetti collaborativi nel lavoro dei bambini;

e)      area socio-antropologica: si fa riferimento a “Cittadinanza e Costituzione”, disciplina attraverso cui si avvieranno gli alunni alla scoperta dell’identità personale, al rispetto delle regole e degli incarichi per stare bene insieme: bisogna scegliere le regole a partire da situazioni concrete e far divenire il comportamento più adeguato regola condivisa, bisogna far conoscere quali sono le regole e gli incarichi  facendole/li  scoprire/trovare ai bambini  e perché servono in una situazione di circle time, cioè un “intervento di educazione psicoemotiva nella classe durante il quale tutti i membri della classe si riuniscono per discutere un argomento o un problema proposto da uno o più alunni, o dall’insegnante”.    Per iniziare a far acquisire in modo sempre più consapevole che lo stare insieme può divenire un bene comune bisogna costruirlo proprio su azioni che tale scopo lo perseguano, in particolare bisogna che attraverso un percorso esperienziale nel quale agli alunni vengano affidati a rotazione degli incarichi, attraverso i quali si riconoscano come piccola comunità che coopera per il benessere comune.  E’ stata anche attivata una pratica ormai abituale all’interno delle due classi: nel caso di conflitti fra due alunni, c’è un primo momento in cui vengono invitati a raccontare ognuno le proprie ragioni, e ad ascoltare le ragioni dell’altro. In questa fase, il ruolo dell’insegnante è stato quello di accettare e contenere le loro ragioni e la loro rabbia, garantendo contemporaneamente la sicurezza psichica e fisica. In un secondo momento, i bambini vengono invitati a scegliere “l’angolo delle soluzioni”, cioè un luogo della classe dove trovare in modo autonomo e responsabile la composizione del conflitto e l’accordo con il compagno di classe. L’insegnante non partecipa direttamente, ma segue da vicino gli alunni e supervisiona a distanza ravvicinata le attività che svolgono per trovare la soluzione;        

f)    area scientifica: abbiamo anche tratto ispirazione e spunto dalla realizzazione del Progetto “Frutta nelle Scuole”, promosso dagli enti territoriali toscani. Ciascun alunno ha portato a scuola un frutto (tutti i frutti sono stati poi usati per fare una macedonia) e ha spiegato i motivi della scelta. A nostra volta abbiamo introdotto il ragionamento sulle più importanti regole della educazione alimentare, nell’ambito della più generale trattazione sul rispetto delle regole per far stare bene il corpo, insieme alla mente.

Elemento fondante è la promozione del benessere degli alunni a scuola con se stessi e con gli altri. In queste attività didattiche così svolte, ricadranno:

    l’ attenzione alle dimensioni affettive e sociali dello sviluppo dei bambini;

    cercare una soluzione per quelle forme di disagio, problematiche e di conflitto, che si presentano soprattutto durante le attività di gruppo;

    promuovere atteggiamenti di rispetto e di accettazione dell’altro.

 

Un progetto siffatto, disciplinare e  trasversale, non aggiunge un obiettivo in più a quelli già indicati nelle programmazioni, ma serve a farci individuare e poi valorizzare tutte quelle esperienze e attività più significative che mettono “in gioco” le relazioni interpersonali fra compagni e insegnanti.

È altresì molto importante, al termine di ogni attività proposta, per riflettere e trarre utili indicazioni,  rendere visibili tali insegnamenti attraverso scritti, disegni, regole di convivenza che si possono esporre    in classe o nei corridoi della scuola.  Risultati positivi sono possibili se non vengono a mancare premesse  fondamentali come la volontà di  cooperazione e di corresponsabilità  da parte di tutti i soggetti coinvolti,  alunni o insegnanti che siano.  

 

I benefici della lettura nella relazione materno-fetale e nei primi anni di vita            

del dott. Francesco Paolo Pizzileo - Assistente Sociale Formatore

 

Come sostiene G.Ferrari nel suo libro ( La comunicazione e il dialogo dei nove mesi, Ed. Mediterranee, 2005 ), oggi c’è bisogno di una rivoluzione culturale che consiste nella scoperta che il concepimento segna il momento della nascita del futuro bambino, e che questi, ancorché feto, ha una capacità relazionale con la madre fin dalle prime settimane di vita.

Il bambino ha bisogno di essere accettato e amato fin dalle prime settimane di vita uterina da entrambi i genitori.

Del resto, la gravidanza è l’unico  caso nell’umanità in cui una persona contiene in sé un’altra persona e meriterebbe per questo solo fatto la massima considerazione, la massima valorizzazione e protezione. Infatti, ogni essere umano, uomo o donna che sia, ha questa esperienza all’origine del proprio venire al mondo, e trova in essa il prototipo di ogni relazione interpersonale intima e di ogni relazione di cura: è proprio a partire da questa esperienza originaria che ognuno di noi struttura in sé la propria capacità di intimità e di cura.

Come la Ferrari, sono molti gli studiosi che concordano nel ritenere che il periodo della gravidanza sia il periodo più importante della vita dell’individuo; periodo in cui vengono messe le basi future della salute fisica e psichica.

Per lo psichiatra canadese T. Verny l’utero non è solo la prima culla per il bambino ma è il suo primo mondo e il modo in cui lo sperimenta incide sulla formazione della sua futura personalità. Se sarà un ambiente caldo, affettuoso e ricco di stimoli, allora il bambino avrà molte probabilità di vivere sereno e fiducioso nei confronti di sé e degli altri. Se invece l’utero sarà vissuto come un ambiente freddo, ansioso, poco comunicativo, allora il bambino avrà molte probabilità di crescere insicuro, insoddisfatto e diffidente nei confronti di tutto e di tutti.

Secondo S.Gindro, docente di psicoanalisi della gestazione alla Università di Roma, la psiche del bambino nel grembo materno è costituita da tre aspetti: l’inconscio istintuale, l’inconscio individuale e l’inconscio sociale.

Nel suo insieme l’inconscio è memoria. L’inconscio registra sempre tutte le esperienze , che, non potendo però essere contemporaneamente presenti alla coscienza sotto forma di ricordo, rimangono in buona parte custodite nell’inconscio: non è possibile, in condizioni normali, richiamarle al livello cosciente, dove però non si comportano come materia inerte, ma agiscono. Del resto, da uno studio pilota condotto dal J.Shetler negli anni 1980-87 è stato rilevato che i bambini tra i due e cinque anni, che in fase pre-natale avevano vissuto attraverso la loro madre delle esperienze musicali e di canto, erano in grado di memorizzare partiture e canzoni piuttosto lunghe contenenti anche intervalli di 8° e cromatici, nonché di cantare in modo molto espressivo.

Al riguardo, A. Tomatis sostiene che l'ascolto è una facoltà che si instaura fin dal principio della vita. Già dal quarto mese il feto è in grado di ascoltare e da quel momento tenderà sempre l'orecchio verso il mondo esterno. Basandosi sulle teorie riguardanti la centralità dell'ascolto, lo studioso propone una nuova interpretazione del linguaggio - la audiopsicofonologia - in seguito alla quale, mette in luce una lettura diversa e più approfondita della relazione tra madre e figlio durante la gestazione e dopo la nascita, soffermandosi sul ruolo dell'orecchio nello sviluppo del linguaggio capace di dare l’inizio alla strutturazione dell’identità del bambino già nella vita intrauterina.

Proviamo ad immaginare cosa succederebbe se queste conoscenze  fossero date a tutte le donne, a tutti gli uomini, a tutti i professionisti del mondo intero!

Anche dopo la nascita, la lettura ad alta voce di fiabe, cantilene o filastrocche per bimbi che ancora non hanno gli strumenti per leggere è sicuramente un’altra esperienza fondamentale: essa stimola la loro capacità di auto-raccontarsi e di prendere spunto dalle storie narrate per raccontare le loro narrazioni personali, agevola la rappresentazione simbolica e motiva i bimbi alla lettura.

L’utilizzo precoce della lettura, infatti, stimola i bambini ad estrarre significati da un testo, attraverso l’ascolto del linguaggio scritto e parlato e l’analisi percettiva di quello iconico.

In tutto questo quadro, oltre all’agito, cioè alla lettura, è molto importante il setting, il clima che si instaura nel momento della lettura, che deve essere indubbiamente facilitante, tale da permettere al bambino di utilizzare il linguaggio liberamente.

Il clima, per essere definito facilitante deve avere due requisiti fondamentali:

1.    Fiducia: è necessario instaurare una fiducia di base tra l’adulto che legge e i bambini che ascoltano; è stato dimostrato che la lettura ad alta voce rafforza la relazione tra l’adulto ( in particolare la madre ) ed il bambino. Prima ancora dei messaggi verbali, infatti, il rapporto che si stabilisce tra educatrice e bambino è rappresentato in primis dal contatto fisico, una fiducia di base tanto necessaria quanto più l' "ascoltatore" è piccolo. Inoltre la lettura di gruppo ha l’importante funzione di far esperire ai bimbi la socializzazione e la possibilità di condividere anche in tempi successivi (ad esempio durante il gioco) quanto sperimentato in fase di lettura.

2.    Linguaggio: per mantenere alta la motivazione e l’attenzione il linguaggio deve essere ritmico e musicale, creando un clima di mistero e di novità. Si intuisce la valenza affettiva assegnata al linguaggio nel momento della lettura, si intuisce l'importanza che l'atmosfera creata dalla lettura ad alta voce ha per il bambino e per lo sviluppo delle sue relazioni con chi vi partecipa e i termini di intimità e complicità sono carichi di quella positività che caratterizza un atteggiamento cognitivo fattivo. Assume quindi fondamentale importanza il significato intrinseco ed inconscio, ossia la relazione che si instaura tra adulto e bambini.

L’importanza della narrazione nei primi anni di vita non sta quindi nella mera trasmissione di parole e termini collegati da una trama, ma soprattutto la narrazione è uno strumento utile a dare senso alle immagini, ai segni e al mondo immaginario.

Prima di essere capaci di costruire un discorso narrativo, i bambini capiscono che le storie riguardano personaggi con desideri simili a quelli reali, delle persone. I bambini sanno attribuire un significato simbolico ad un oggetto concreto, ad esempio una forchetta può diventare una bacchetta magica, i bambini sanno però distinguere tra simbolo e realtà, questo discorso può essere fatto anche per il libro: l’immagine del libro viene trattata dal bambino come un simbolo, qualcosa che sta e rappresenta un pezzettino di realtà.

Penso che la frase di Pennac racchiuda in sé l’importanza della narrazione per i bambini e gli adolescenti: “Perché leggere a voce alta? Per la meraviglia!”, infatti riassumendo attraverso la narrazione si può lavorare in maniera positiva ed impattante sulla relazione, relazione con l’adulto che sta leggendo e condivide una parte di sé attraverso questo processo; relazione con il resto del gruppo che sta sperimentando la socializzazione con gli altri condividendo un’attività e relazione con sé stessi, intimamente e personalmente, rivivendo dentro di sé quanto stanno sperimentando i protagonisti del racconto….

 

Il difficile equilibrio tra le grandi gesta e le piccole attenzioni quotidiane nei rapporti dicoppia      

di Alfonso Falanga

 

I rapporti personali, a volte, più sono significativi e più rischiano di diventare conflittuali.

In tali casi frustrazioni, demotivazioni e disagi, di varia natura ed intensità, minano il legame pur lasciando inalterato il valore che la relazione ( affettiva o familiare, professionale oppure sociale ) ha per i protagonisti.

Le origini di tali apparenti contraddizioni sono diverse e non sempre immediatamente evidenti.

In talune circostanze, un motivo di tale paradosso è il difficile equilibrio tra quei comportamenti che, dal punto di vista affettivo/ emotivo, possiamo definire “ grandi gesta “ e quelli che, invece, costituiscono attenzioni quotidiane.

La dinamica può riguardare relazioni di qualsiasi natura. In questa nota focalizziamo la nostra attenzione sui rapporti di coppia.

 

Capita a volte che entrambi i partner, ad esempio, nonostante l’affetto che provino uno per l’altro, sperimentino una condizione di reciproca incomprensione: si sentono cioè trascurati, non capiti, profondamente svalutati. C’è chi, da un lato, sente di non ricevere ciò che, sentimentalmente ed emotivamente, chiede o, che è più o meno lo stesso, di ricevere ciò che non chiede.

Dall’altro si trova chi ritiene che sia del tutto deprezzato ciò che, sempre nell’ottica affettiva / emotiva, dà.

La conseguente conflittualità relazionale, che può manifestarsi o sottoforma di confronti aspri o di profondi e prolungati silenzi o in un’alternanza di entrambi, in tali casi non è dunque l’esito di una carenza affettiva ( anche se, pericolosamente, il più delle volte tale è ritenuta la causa ) bensì di un blocco comunicativo: uno dei partner esprime in modo insufficiente le proprie richieste affettive, quelle anche minime risolvibili in semplici ma significative attenzioni. L’altro, semmai, si adopera in “ grandi gesta “ occasionali svalutando la costante presenza, non necessariamente eclatante, che la quotidianità dei rapporti richiede.

Quando è così, il primo deve la sua insufficienza espressiva non sempre ad una concreta incapacità comunicativa ma a radicati pregiudizi ( personali e/o sociali ) in base a cui, negli affetti, è  normale  ricevere senza bisogno di chiedere .

Il secondo, dal canto suo, risponde non a richieste concrete ( dirette o indirette che siano ) bensì ad un’immagine di sé, del partner e del rapporto stesso. Questi, cioè, reagisce in base ad un ideale di relazione piuttosto che in base all’idea che ha della sua concreta relazione. 

Entrambi, dunque, più che adattarsi all’altro, ovvero di cercare una proficua mediazione tra le  rispettive esigenze, si iperadattano ossia reagiscono ad istanze che non hanno origine dalla concretezza del quotidiano bensì da ideali: come deve essere un rapporto, come si deve stare in un rapporto.  Entrambi, cioè, a modo proprio, rischiano di dare risposte a domande, di natura sentimentale ed emotiva, mai pervenute.

Nessuno, infatti, ha mai detto che nei rapporti non è necessario ( se non addirittura inopportuno ) chiedere ( comunque nessuno lo ha mai detto in quel rapporto ). Nessuno, inoltre, ha mai detto che si è amati solo se si compiono grandi slanci affettivi (  specialmente se a discapito, o  in sostituzione, delle attenzioni quotidiane ).

In tali circostanze il rapporto si svolge secondo quella particolare dinamica, definita del Triangolo Drammatico, in cui i protagonisti si percepiscono spesso Vittima o Salvatore oppure Persecutore 1. Nel caso specifico, entrambi i partner, ritenendosi svalutati, si  sentono Vittima e sperimentano l’altro come Persecutore.

Il Triangolo Drammatico, come qualsiasi dinamica conflittuale, è logorante in quanto ripetitivo ed infruttuoso. I partecipanti possono momentaneamente sentirsi in ruoli diversi da quello in cui avvertono di essere di solito e percepire, conseguentemente, l’altro in una posizione altrettanto diversa dallo standard. Il risultato finale non cambia : emozioni negative, pensieri negativi su sé, l’altro e la relazione. Anzi, sulle relazioni in genere.

 

Diventa fondamentale ed urgente, in  questi casi, svelare il gioco drammatico, fare emergere cioè i ruoli e le convinzioni/ pregiudizi che ne sono la base e la sostanza. E’fondamentale ed urgente intervenire o dall’interno della relazione stessa, mediante un’azione di riflessione/ confronto/ sperimentazione, oppure mediante un aiuto esterno che possa e sappia individuare le svalutazioni messe in atto e gli ideali, non necessariamente falsi ma almeno in quel caso specifico inopportuni, che orientano i comportamenti rendendoli, appunto, logoranti ed incongrui.

Sperimentare nuovi percorsi cognitivi e comportamentali, dunque, per spezzare il circolo vizioso e drammatico.

Sperimentare, osare … rischiare. Che c’è da perdere?

 

1 l’iniziale maiuscola sta ad indicare che si tratta di ruoli psicologici e non effettivi. La persona, cioè, si percepisce Vittima, Salvatore o Persecutore ma non riveste necessariamente tale ruolo nella concreta realtà relazionale e sociale.

 

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