Anno III - Numero 1

 

Una psicoanalisi della bellezza: la genesi della poesia di Mallarmé come specimen dell'arte moderna      

di Roberto Pasanisi, psicologo-arteterapeuta-italianista-scrittore-editore e giornalista

La poesia di Mallarmé, nella fantasmagoria caleidoscopica delle sue significazioni – metafora della poesia e,

insieme, sua essenza – appare sotto molteplici aspetti come l’universo poetico elettivo per una comprensione approfondita dei meccanismi fondamentali della genesi e della nascita d’un testo poetico.

L’intera sua poesia si configura, da un lato, ed in uno con tutta l’arte moderna, come un grido di ribellione e di protesta fra i più risentiti contro il tecnologismo, il meccanicismo, lo scientismo e l’economicismo della modernità e della nascente “Kulturindustrie” , nella direzione eroica dell’astrazione e della libertà;

dall’altro, come una riconferma categorica del “valore estetico”, di fronte all’incombente “morte della bellezza” di dannunziana memoria: ne nasce, romanticamente, una poesia che tende senza posa ad un assoluto tanto più intensamente bramato quanto più, nella disperata e pur lucidissima consapevolezza del poeta, inattingibile .

Quella che potremmo definire la “nostalgia dell’assoluto” è, in questo senso, il sentimento primigenio dal quale la musa mallarmeana comincia a spirare: il poeta, sul filo dell’idéal baudelairiano, tenta di ripercorrere à rébours il faticoso iter che l’ha portato, junghianamente, all’“individuazione; l’“omeostasi originaria”, quel prodigioso sentimento oceanico di assoluta comunione col Tutto già provato nel caldo ventre materno, è la luce abbagliante ma ormai irrimediabilmente lontana nella quale l’artista figge comunque la malinconia en poète del suo sguardo acutissimo .

Allora, come in una favolosa reminiscenza platonica delle idee iperuraniche, la “nostalgia dell’assoluto”, ovvero, altrimenti detto, la freudiana “ansia di ritorno al grembo materno”, diventa in Mallarmé “nostalgia della bellezza” e, dunque, incessante sua ricreazione nelle linee di una poesia che viene sfrondata, nella suprema contemplazione neoplatonica dell’eîdos, di ogni sia pur labile elemento esornativo, e quindi significante stricto sensu, per farne pura creazione – o, meglio, ri-creazione –  di bellezza, ovvero “poesia-poesia”.

Quello che dice Hanna Segal a proposito di Proust è certo sottoscrivibile tout court per il poeta parigino: «Ho citato Proust perché egli rivela una così acuta consapevolezza di quanto io credo sia presente nell’inconscio di tutti gli artisti, cioè del fatto che ogni creazione è, in realtà, la ricreazione di un oggetto che un tempo era integro ed era stato amato, ma poi s’è trovato ad essere perduto e rovinato, di un mondo interno e di un Sé frantumati. Quando il mondo dentro di noi è distrutto, morto e senza amore, quando gli oggetti del nostro amore sono in pezzi, e noi stessi in un’impotente disperazione, allora dobbiamo ri-creare quel mondo, riunire le schegge, rianimare i frammenti morti, ri-creare la vita» .

È evidente, come corollario di queste parole, la sostanza al fondo narcisistica di tutta la poesia, ed in particolare di quella d’amore: in questo senso, l’autobiografismo di Mallarmé è, lato sensu, un autobiografismo integrale, essendo il referente ultimo della sua poesia, privo com’è d’ogni referente reale, il Sé dell’autore. Ed è, appunto, questo che chiarifica quella che potremmo definire l’“assenza referenziale” della poesia del maestro francese: di una lirica che è tutta, dunque, autoreferenziale e, perciò, profondamente narcisistica.

La via elettiva attraverso la quale il poeta percorre la sua ascesa prometeica all’assoluto è, neoplatonicamente e jimenezianamente, la bellezza: ed è così che Mallarmé tenta, per dirla con la Segal, di “riunire le schegge”, di riordinarle, di dare, id est, una forma alla bellezza.

Ci sovviene, a tale proposito, quanto scrive Franco Fornari: «Muovendomi verso la definizione dell’impressione naturale di bellezza, vorrei definire l’arte come una pratica simbolica il cui scopo è quello di produrre un particolare ordo rerum, destinato ad esprimere l’essenza affettiva dell’esistenza, in modo che essa possa diventare rivelativa della divinità, intesa come sistema di valori assunti come misteriosi e ineffabili» , ovvero del noumeno.

La “divinità” mallarmeana è, scilicet, una divinità tutta laica: psicologica e filosofica; ma è anche un tragico Giano bifronte: un lato del volto guarda verso la luce sublime dell’assoluto; l’altro in direzione dell’abisso vertiginoso del nulla. Ed è, perciò, e con drammatica contradictio in terminis (o cusaniana e montaliana coincidentia oppositorum ?), una divinità intimamente nichilistica.

Il mare che il poeta solca nel suo viaggio esplorativo è, naturalmente, quello –  non meno periglioso – del linguaggio: «Come ha rilevato Vattimo , nell’espressione gadameriana: “L’essere che può venir compreso è il linguaggio” , sono presenti almeno tre livelli di senso. Ad un primo livello, si legge che qualunque sia l’oggetto della comprensione, esso è sempre linguaggio. Ad un secondo livello, si legge che il rapporto con le cose, con il mondo, è pure un incontro di linguaggio (come aveva del resto precisato Heidegger). Ad un terzo livello, si legge che – dal logos greco e dal verbum medievale – , le cose in sé sono già abitate dall’organizzazione linguistica operata dall’uomo: nel rapporto io-mondo, prevale il nucleo mondo-linguaggio, il linguaggio come “orizzonte del mondo” . Così, il divenire del linguaggio è intrinsecamente divenire del mondo» .

Di qui consegue una particolare legittimazione di un’arte che opera sul linguaggio, come fa, con gli strumenti d’un magistero senza eguali, quella mallarmeana, che si potrebbe bene definire proprio come una “poesia sul linguaggio”, perché i referenti dei suoi “elementi poetici” sono, in substantia, le parole stesse in quanto assolute (nell’accezione etimologica di absolutus, “sciolto”). È così che lo spazio bianco della pagina può divenire non più un puro elemento tipografico sul quale dispiegare la sintassi della lingua, ma un luogo dell’anima, una vividissima materializzazione dell’Inconscio del poeta, un territorio candido eppure impervio su cui scandire il ritmo martellante della propria eroica, jimeneziana obra en marcha.

Come dice Gadamer, «Avere un mondo significa rapportarsi al mondo. Il rapportarsi al mondo, però, richiede che si sia staccati da ciò che nel mondo ci viene incontro al punto da poterselo rappresentare come esso è. Questo potere è insieme avere-mondo e avere-linguaggio» .

Allora, per il poeta parigino, il linguaggio viene a configurarsi come una struttura di alterificazione del mondo da sé, ovvero come strumento conoscitivo che opera attraverso l’oggettivazione: del resto, cos’è l’arte, in ultima analisi, se non «una gnoseologia estetica ed un disvelamento» che si esprimono in una forma ?

Nel linguaggio dell’Inconscio (e dell’arte), però, il rapporto fra significante e significato non è più, saussurianamente, arbitrario, ma (in parte soggettivamente, in parte oggettivamente) necessitato.

Infatti, «Freud paragonava il linguaggio lavorato dall’inconscio ad un linguaggio non più alfabetico, ma ideogrammatico o geroglifico (così anche Proust, nel Tempo ritrovato). Ora si capisce il perché: se nessun legame di somiglianza naturale lega il bastone come referente alla parola “bastone”, non così avviene nella simbolizzazione affettiva, dove tra il bastone e il fatto esiste una similarità naturale. Il simbolo affettivo si fonda dunque su similarità percettive».

«Insomma si può individuare una simbolizzazione operativa che adopera concetti e significanti, ed una simbolizzazione affettiva, preconcettuale, che opera sulle cose attraverso rappresentazioni di altre cose» . Ed è questa la via non a caso scelta da Mallarmé: quella di una poesia che potremmo definire “intellettuale”, algida al punto che la sua componente affettiva (nell’accezione psicologica del termine) sia non assente, ma tutta risolta e, per così dire, sublimata nelle ragioni del suo astratto e simbolistico – o, a tratti, impressionistico – cerebralismo: in questo senso, uno specimen emblematico, nella sua assolutezza, di quel fondamentale meccanismo di difesa che è la “razionalizzazione”, via elettiva di fuga dal mondo sconvolgente e primigenio delle emozioni .

Così Mallarmé – supremo demiurgo – crea, attraverso la sua poesia, un mondo nuovo, parallelo a quello reale, ma, come ogni mondo creativo, più reale di quello, anzi l’unico autenticamente e pienamente reale, scevro com’è da ogni contingenza, da ogni montaliano «scialo di triti fatti» .

Si tratta, insomma, di una “poesia ontologica”, che ruota, in ultima analisi, intorno alla quaestio antichissima dell’essere.

Come dice Proust, «un libro è il prodotto di un Io altro da quello che manifestiamo nelle nostre abitudini, nei nostri vizi, in pubblico», perché «fra il pensiero dell’autore e il nostro non s’interpongono quegli elementi irriducibili, refrattari al pensiero, dei nostri vari egoismi. Il linguaggio stesso del libro è puro (se il libro merita questo nome), reso trasparente dal pensiero dell’autore che ha eliminato dal pensiero tutto ciò che avrebbe impedito a renderlo sua immagine fedele; ogni frase, in fondo, simile alle altre, poi che tutte sono proferite dall’inflessione unica di una sola persona; donde una sorta di continuità, che i rapporti della vita escludono, e che permette agevolmente di seguire la linea stesa del pensiero dell’autore, i tratti della sua fisionomia che si riflettono in quel calmo specchio» .

Non potremmo trovare una conferma più radicale della liceità di un’ermeneutica psicologica dell’opera d’arte. D’altra parte, formazioni quali i miti, i simboli o l’arte esprimono un “senso di realtà” che è in essenza diverso dalla categorie consuete di realtà, né riconducibile alla tradizionale, riduttiva alternativa “reale/fantastico”. Winnicott ha opportunamente parlato, a questo proposito, di una «terza area», potenziale, «transizionale» .

Scrive Cacciavillani: «[...] proprio da Baudelaire a Proust il poeta è ad un tempo “déchiffreur” e creatore di mondo nuovo, attraverso la metafora ontologica: X è Y, scavalcamento dei codici e fondazione di universi paralleli. D’altra parte, come aveva detto Jaspers (e come dirà anche Kerényi) , lo svelamento del segreto non è dissipazione dell’enigma: «Il segreto è il prodotto derisorio del lavoro di distorsione; l’enigma è ciò che è reso evidente dall’interpretazione» . Siamo quindi, dopo un lungo giro, ritornati alla considerazione dell’ermeneutica più come comprensione compartecipante che non come esplicazione razionalizzante: compartecipazione alla struttura simbolica dell’opera.» . Ed è questo, certamente, uno dei punti focali da tener presente in una lettura non impressionistica né riduttiva o biecamente razionalistica dell’opera poetica di Stéphane Mallarmé e del suo simbolismo, soprattutto per coglierne lo sforzo supremo, per dirla kantianamente, di giungere, di là dal fenomeno, al cuore del noumeno.

Se è vero come è vero che, novalisianamente, «La poesia rappresenta l’irrappresentabile» , allora, al di là dei “significati minuti” ai quali si è troppo sovente appiccata la critica mallarmeana più miope, va colto il significato nel suo insieme, visto che «Il discorso poetico è l’equivalenza stabilita tra una parola e un testo, o fra un testo e un altro testo»  e, in via generale, questa equivalenza sottintende in Mallarmé l’assoluto, ovvero il nulla. La “comprensione” della sua poesia – ben distinta da un impossibile e inadeguato “capire” – in effetti, può passare soltanto attraverso un approccio al testo capace di rendere ragione fino in fondo del suo spericolato funzionamento.

Partiamo dall’assunto che «Una poesia risulta dalla trasformazione della matrice, una frase minimale e letterale, in una più lunga perifrasi, complessa e non letterale. La matrice è ipotetica, costituendo soltanto l’attualizzazione grammaticale e lessicale di una struttura. Essa può venire compendiata in un’unica parola che, in tal caso, non comparirà nel testo. La matrice è sempre attualizzata in varianti successive, la forma delle quali è governata dalla sua attualizzazione prima o primaria, il modello. Matrice, modello e testo costituiscono varianti della medesima struttura.

La significanza di una poesia, sia come principio di unità che come agente di obliquità semantica, è prodotta dal giro vizioso compiuto dal testo mentre passa sotto il giogo della mimesi, muovendo da una rappresentazione all’altra (ad esempio, da metonimia a metonimia all’interno di una sistema descrittivo) onde esaurire il paradigma di tutte le possibili variazioni della matrice. Quanto più risulta impervio costringere il lettore ad avvertire l’obliquità e guidarlo passo dopo passo attraverso la distorsione fuori dalla mimesi, tanto più deve essere lungo il giro vizioso e sviluppato il testo. In un certo modo, il testo funziona come una nevrosi: in quanto la matrice è repressa, lo spostamento produce varianti lungo tutto il testo, proprio come i sintomi messi a tacere fanno breccia in qualche altra parte del corpo» .

Il meccanismo di difesa è, nel caso di Mallarmé, la “razionalizzazione”, che opera attraverso un processo di sempre più ardua “astrazione intellettualistica”.

Del resto, «Già nel 1930, E. Glover studierà il mondo della psiche in quanto macro-molecola (o, simmetricamente, come molteplicità di nucleoli): egli scopre che la mente è strutturata da formazioni nucleari di agglomerato.  Ma non essendo mio intendimento tracciare qui la storia di questo concetto, mi accontenterò di fermare l’attenzione sulla nozione di “piccoli mondi interni” , che la più recente teoria del poetico ugualmente trova quale struttura peculiare: il testo poetico è un modello ridotto del mondo, un simbolo del mondo compresso in poche parole. Per cui la poesia deve essere letta come reticolo metaforico, composto di isotopie che si rapportano alle tre categorie dell’ANTHROPOS/LOGOS/COSMOS » . Queste affermazioni trovano un corrispettivo particolarmente significativo, sul piano biologico, nella “teoria modulare” del cervello.

In effetti, «Possiamo già dire, per il momento, che la strutturazione prima del mondo avviene su base fantasmatica e che i processi di pensiero sono basati sulla fantasia» .

Sotto questo rispetto appare specialmente adeguato l’approccio teorico-esperienziale della Psicologia della Gestalt, sia sul versante dell’affectus, sia su quello, altrettanto fondamentale, dell’“organizzazione percettiva” .

«Solo l’immagine simbolica si presta allo stretto grembo dell’elaborazione, mentre l’oggetto simbolizzato rimane rimosso. Ma finché persiste il legame inconscio, l’immagine simbolizzante non sarà dissociata e resterà impregnata di significati e riferimenti inconsci. Il suo potere simbolico scompare non appena si sia dissolto il reticolo inconscio» . Perciò, la lirica mallarmeana conferma –  ove mai ce ne fosse bisogno –  che la poesia è, in primis e costitutivamente, Inconscio, id est sua epifania.

«La fantasmatica inconscia indifferenziata rende tutti gli oggetti equivalenti» . La rima del poeta parigino assume, da questo punto di vista, una valenza del tutto emblematica: si pensi, a mo’ d’illuminante esempio, al celebre sonetto il cui incipit è “Ses purs ongles...” , con la sua virtuosistica rima in /iks/, che trasforma la congeries degli oggetti e delle immagini nella variatio di un unico tema musicale, scandito dal Leitmotiv della “rima difficile”, quasi a strappare l’applauso incontenibile ed ammirato d’uno stupefatto, immaginario uditorio.

«I ritmi creano le forme, dice Leroi-Gouhran: prova ne sia che le prime rappresentazioni ritmiche coincidono con la comparsa delle prime abitazioni: in tal modo il ritmo temporale si coniuga col ritmo spaziale (ritmo del branco, confini, limiti, rifugi)» . Come dire che il ritmo fonda la civiltà e la cultura.

In questo senso, «il concetto più stimolante mi pare quello di “significante pazzo”, cioè “il significante che non rinvia agli altri significanti nella vacuità dei segni (...). Rumori, pezzi di corpo, proiezione nel materiale sonoro di pulsazioni vitali dell’organismo” . Si pensa ad Artaud, ma ancor più a Beckett...» .

Tutto questo si accentua, appunto, non solo nell’opera altissima di Mallarmé, ma in tutta l’arte moderna: e certo non è azzardato leggervi, come segno costitutivo del “moderno”, una progressiva “emergenza dell’Inconscio”, segno misterioso d’una civiltà in dissoluzione, della quale il poeta, omericamente, è, nella forza assoluta e sconvolgente del suo Urschrei, l’ultimo disperato cantore.

 

Psicologia dello sport            

di Maria Galantucci, psicologa-psicoterapeuta-psicopedagogista

 La scelta tra sport individuale e sport di squadra rappresenta per molti bambini e adolescenti una decisione presa in modo poco consapevole rispetto alle diverse valenze formative che si possono apprendere nei due differenti filoni.

Quando un bambino di 6 o 7 anni si trova a dover scegliere lo sport da praticare, nella sua decisione hanno un ruolo determinante le influenze sociali esterne, più che le motivazioni personali o interiori. Quel ragazzino, invece, dovrebbe essere messo nella condizione di praticare la disciplina che più gli interessa e che più si avvicina a ciò che sogna in quel momento.

I genitori, descrivendo con cura le principali caratteristiche delle varie discipline sportive, dovrebbero guidarlo verso una scelta consapevole, frutto dell’incontro tra le motivazioni del ragazzo e le prospettive fisiologiche, cognitive e di socializzazione insite in ogni sport.

La conoscenza delle attitudini del ragazzo e soprattutto la corretta valutazione delle sue predisposizioni e delle sue insicurezze sono i parametri fondamentali per orientarlo verso la disciplina giusta. Orientare, non imporre.

Un errore ricorrente, che alcuni genitori commettono e che rischia di compromettere l’autostima del ragazzo, è indurlo o addirittura costringerlo a cimentarsi con la stessa disciplina praticata in gioventù da un familiare, magari per ottenere finalmente un riscatto personale rispetto a un successo tanto desiderato e mai conquistato.

Ci si chiede se gli ostacoli che si devono affrontare durante la pratica sportiva sono davvero capaci di fortificare il nostro carattere, e quindi aiutarci a superare i limiti? A volte sì. Per un adulto che soffre di ansia, per esempio, praticare uno sport ad alto livello di stress potrebbe aiutare a superare il suo stato di prostrazione. Ma un ragazzo in età tardo-puberale o pre-adolescenziale, con un’identità non ancora definita e con le insicurezze del caso, trarrebbe sicuramente maggiori benefici da una disciplina capace di ripartire l’ansia situazionale o di “stato” per il numero di individui appartenenti a un gruppo più numeroso: in una parola, la squadra.

Gli sport di squadra sono consigliati agli adolescenti eccessivamente timidi, che hanno paura di sbagliare e che temono il confronto individuale e il giudizio di chi li circonda. Praticare uno sport di gruppo può aiutarli a conquistare una maggior fiducia in se stessi, ma può giovare anche a chi, al contrario, “soffre” di un’eccesiva sicurezza, di un’irruenza che si trasforma spesso in un atteggiamento “prepotente” e un egocentrismo esasperato.

Gli sport di squadra si addicono dunque a varie tipologie di adolescenti, e permettono loro di conoscere la frustrazione e la delusione di un insuccesso senza trasformarli in una sconfitta individuale.

Gli sport individuali, invece, sono indicati in particolar modo per i ragazzi eccessivamente irruenti e spesso iperattivi, quando la responsabilità è tutta sulle sue spalle, il ragazzo deve mantenere una maggiore autodisciplina rispetto al coetaneo che ha scelto di praticare uno sport di squadra. Infatti alcuni sport individuali, in particolar modo le arti marziali, mirano a formare il ragazzo da un punto di vista tecnico-fisico, ma soprattutto da un punto di vista della disciplina.

L’autocontrollo insegnato in questi sport riesce spesso a incidere sugli atteggiamenti negativi di alcuni adolescenti, modificandoli: dove non riescono la famiglia e la scuola, spesso può intervenire lo sport.

Gli effetti a lungo termine di questi due differenti modi di esercitare la pratica sportiva sono diversi: la collaborazione, il senso di gruppo, lo spirito di competizione e il senso di appartenenza sono le doti e le capacità che più si accrescono in uno sport di squadra. In uno sport individuale, invece, il senso di responsabilità, la disciplina e l’equilibrio psicofisico sono le qualità che si sviluppano nell’atleta sin dalle prime gare.

In uno sport di squadra, l’atleta, sia esso un adulto o un bambino, deve essere in grado di stabilire con gli altri componenti del gruppo le migliori relazioni possibili. E l’allenatore deve sempre tener presenti alcuni aspetti fondamentali per far proseguire al meglio la propria squadra: il gruppo non può essere educato nel suo insieme, ma ciascuno deve essere seguito in modo individuale anche se  

in cooperazione con tutti gli altri; occorre rinforzare le qualità  di ogni componente del gruppo, regalando a ognuno qualche motivo di soddisfazione personale; la cooperazione è più utile della rivalità.

Un gruppo, infine, deve sempre incoraggiare lo spirito di solidarietà, e favorire lo sviluppo di relazioni positive. Questi principi riguardano in particolare l’autodeterminazione, la spontaneità e la corresponsabilità dei vari componenti del gruppo.

Per quanto riguarda, invece, l’organizzazione di uno sport individuale, l’atleta in questi casi può “permettersi” di impegnare tutte le proprie energie mentali unicamente sul raggiungimento dell’obiettivo sportivo, senza badare troppo alle relazioni con chi gli sta intorno. L’importante è che riesca a instaurare una buona sinergia con l’allenatore, col quale dovrebbe crearsi un rapporto di fiducia.

Per concludere, sport individuali e sport di squadra si diversificano in base alle modalità di apprendimento e all’approccio mentale necessario per praticarli. Pressione psicologica, motivazione, capacità comunicative  e di concentrazione, maturità caratteriale, senso di responsabilità sono alcuni degli elementi più importanti da tenere in considerazione quando si tratta di scegliere quale sport praticare.

Difficilmente si potrà dire che uno sport è migliore di un altro; però, per conseguenza logica delle peculiarità insite nelle due tipologie sportive, di sicuro si può affermare che la pratica contemporanea di una disciplina individuale e di uno sport di squadra può formare l’individuo sotto tanti aspetti, sia cognitivi sia fisico-motori, e in modo più completo rispetto a chi decide di praticare un solo sport.

 


GESTALT ED EMOZIONI: la "logica" del sentire        

di Carla Piccini, psicologa-psicoterapeuta

Sentire è un’operazione che condividiamo con gli animali: emozioni e sensazioni ci danno una conoscenza diretta del mondo, che è insostituibile per vari motivi, fra cui quello che è la fonte del piacere di vivere: vivere senza sentire è solo l’ombra della vita.

Pensare invece si fa con una parte del cervello che si è evoluta solo nella razza umana, e quindi è relativamente recente nella storia della vita sulla terra.

Pensare pone ogni cosa al centro di una rete vastissima di significati, e apre possibilità straordinarie alle persone. Quello che non può fare, è dare sensazioni: per quanto si pensi, la vita non diventa più soddisfacente.

L’uomo è un dio quando sogna (quando cioè sta in contatto con la percezione sensoriale delle immagini della realtà), un mendicante quando pensa, diceva Holderlin.

Certo un’ottica pragmatista permette di avere ragione più facilmente, dato che prende in considerazione le contingenze esistenziali dell’interlocutore, ma la problematica esperienziale non può essere contenuta e gestita solo logicamente, cioè semplicemente tramite algoritmi, per quanto complessi siano, essendo l’esperienza qualcosa di vivo, che analizzato, cioè scomposto in parti, diventa morto.

Così la Psicoterapia della Gestalt implica necessariamente una conoscenza fenomeno-logica del mondo.

Una delle difficoltà consiste in genere nel fatto che conoscendo fenomenologicamente si è costretti a conoscere contemporaneamente anche se stessi, e non si può rimanere in posizione asettica o comunque fuori dal contesto del rapporto.

Ma in che consiste la logica dei fenomeni, cioè in definitiva, la logica del sentire?

Heidegger ha legato indissolubilmente la fenomenologia all’esistenzialismo. Qui il problema non è l’essere, ma l’esistere, cioè l’essere nel tempo.

Una logica del sentire si svolge all’insegna della realtà organismica di chi esperisce: è una logica non estraibile dalle innumerevoli esperienze che l’organismo ha fatto prima. E’ logico per esempio che una persona aggredita si arrabbi: è cioè plausibile e probabile, ma non è certo.

Se non è certa la reazione, infinite sono poi le modalità che questa reazione può assumere in ognuno, in parte secondo tradizione, in parte secondo libera scelta.

La logica dei fenomeni non è altro che l’arte del sentire, cioè l’organizzazione dell’esperienza in insiemi dotati di senso esistenziale: come afferma Merleau Ponty, percepire è un’espressione, dato che sentire è una restituzione a se stessi dell’esperienza in corso.

Esprimersi, dunque, significa assumersi la responsabilità di tutto ciò che accade nel mondo interno e di tutto ciò che si esprime anche attraverso il proprio comportamento nel mondo esterno.

Molto spesso il concetto di espressione viene scambiato per “dico tutto ciò che mi passa per la mente”.

La Gestalt lavoro molto sul mondo emozionale, ma non perché non dà credito al mondo cognitivo, al mondo intellettivo, ma perché il mondo emozionale è il mondo che meno si sviluppa, a cui si è meno allenati; ciò non toglie che questo vada poi integrato con il mondo cognitivo.

Tutto questo per dire che occorre chiedersi se ciò che si vuole esprimere ha senso o non ha senso per sé, cioè se ciò che si vuole esprimere va incontro a ciò che sta accadendo e che cosa può venirne indietro: in buona sostanza a cosa serve quell’espressione.

Ne consegue che esprimere se stessi non ha niente a che vedere con l’aprire bocca e dargli fiato, ma significa che si è in contatto con il proprio mondo interno, in modo consapevole e lo si lascia fluire, accettando la responsabilità dell’interazione con gli altri del proprio flusso emozionale.

In questo senso esprimersi ha molto a che fare con il ben-essere del proprio corpo, oltre che della propria psiche.

Se si riesce, infatti, ad esprimersi momento dopo momento, consapevolmente ed accettando che il mondo non sempre corrisponde alle proprie aspettative e che quindi non sempre fluisce in armonia con la propria espressione, si permette anche al proprio corpo di essere costantemente libero da pesi, da arretrati, da nodi allo stomaco, permettendo così di fluire con la situazione.

Micro-esercitazione: siamo abituati a credere che lì c’è il mare, ma di fatto il mare lo creiamo con i nostri occhi nel momento in cui indirizziamo lo sguardo in quella direzione. In questo momento se io non l’avessi nominato, voi non eravate in contatto con il mare e quindi il mare non c’era. Quello che c’è esiste nel nostro mondo interno nella misura in cui siamo in grado di crearlo, attraverso i nostri sensi e attraverso le nostre emozioni.

Un’altra teoria della conoscenza integrativa all’esistenzialismo è il costruttivismo, il quale afferma che la conoscenza permette di interagire con la realtà: io sento questo, a te fa questo effetto, a me questo fa quest’altro effetto e si tesse una relazione, cioè una persona fa delle affermazioni, ha una posizione nel mondo, un’altra persona prende atto, interagisce e tesse con questa posizione una co-costruzione.

Il derivato fondamentale è un cambiamento radicale dell’idea di verità: la verità non assoluta, ma narrativa.

E’ uguale in campo estetico, dove non ci sono leggi ed è uguale in campo etico, dove non esiste oggettività. Per diventare un artista bisogna stare dentro l’esperienza, imparando a capire cosa piace; il gusto estetico di un pittore lo si vede nel quadro che sta facendo, il gusto etico lo si vive stando dentro il fenomeno.

Entrambi non sono mai astratti dal contesto, ma sono relativi alla percezione dell’insieme dei fatti che fanno una situazione, dell’insieme di se stessi, delle cose e delle persone implicate.

Come si può percepire qualcun altro?

Attraverso l’empatia che è la capacità di mettersi nei panni dell’altro; un po’ come un quadro, che nasce non solo da colori e linee, ma dalla tensione viva che c’è fra i colori e le linee.

E’ impressionante osservare la miopia emozionale di tanti esseri umani: quanto cioè sia difficile per molti identificare con accuratezza le proprie emozioni e quanto sia frequente rimanere, al contrario, incapsulati nell’involucro di pensieri che alle emozioni si riferiscono.

“Pelare la cipolla” è una metafora della Gestalt che esprime il lavoro necessario per risalire dalle bucce di superficie ai vissuti più profondi e primari che generalmente si nascondono sotto strati sovrapposti di meccanismi evitativi ed automanipolatori.

E’ dire che cittadini della nazione uomo sono gli istinti, che non possono essere ignorati senza pesanti conseguenze.

Un istinto non è altro che un bisogno primario, cioè inscritto nel codice genetico della specie. Nell’etologia il funzionamento dell’istinto viene descritto come la combinazione di tre componenti: un elemento attivante esterno, un meccanismo scatenante innato e un movimento scatenante.

Si tratta di un’evoluzione del meccanismo del riflesso. I riflessi infatti si limitano a reagire a uno stimolo, cioè a un elemento attivante esterno, mentre nel caso degli istinti l’essere vivente si porta dietro una vera e propria sorgente di stimoli. Fra questi c’è inoltre un programma genetico chiamato comportamento esplorativo che consiste nella spinta a cercare, provare, indagare, senza uno scopo preciso, senza una precisa selezione degli stimoli in base ad un bisogno: questo permette all’organismo di imbattersi in una grande varietà di elementi esterni in grado di attivare i vari meccanismi scatenanti innati e di aumentare quindi l’attività e la vitalità.

Per essere ancora più precisi c’è anche differenza fra bisogno e desiderio.

Si può avere per esempio bisogno di magiare, ma non si può avere bisogno di una torta alla crema, che invece si può solo desiderare.

Il bisogno non è differenziato nell’oggetto, ma solo nella finalità dell’oggetto. Dal punto di vista della sopravvivenza infatti l’importante è che l’organismo si nutra, non di cosa si nutre, entro naturalmente i limiti della tolleranza fisica.

Il desiderio è qualcosa che riguarda invece un momento più avanzato dello sviluppo psichico, dove diventano significativi elementi secondari come la forma, il colore, il sapore.

Un esempio ovvio è la differenza fra avere bisogno di un mezzo di locomozione e desiderare una Ferrari: nel secondo caso accanto al bisogno di spostarsi c’è quello di dare un’immagine di sé alla guida di una Ferrari, che può evidentemente essere importante per ragioni narcisistiche o per necessità di rappresentanza o per chissà che altro ancora.

Per essere ancora più precisi c’è anche differenza fra emozioni e sensazioni.

Le emozioni sono costituite da specifici, complessi insiemi di sensazioni caratterizzati dall’intenzionalità della risposta. Le sensazioni infatti danno informazioni sul mondo senza implicare una reazione specifica: per esempio se toccando qualcosa con una mano senti una sensazione di morbidezza, non c’è una cosa precisa che ti viene da fare. Quando invece senti paura stai avendo delle informazioni che determinano quel comportamento istintivo complesso e definito nello scopo di evitare il pericolo che è la fuga: questa è un’emozione.

Le emozioni corrispondono quindi a meccanismi innati che mettono in moto comportamenti funzionali alla sopravvivenza, tarati su specifici elementi attivanti e orientati su specifici scopi: elementi attivanti e scopi che possono essere nel piano del reale oppure in quello simbolico.

Si può quindi concludere che il potere del pensiero è relativo nei confronti della vita emotiva: si può decidere che cosa pensare, ma non che cosa sentire.


 

ll potere di vivere qui e ora     

di Patrizia Masciari, arteterapeuta

E' la nostra mente a causare la maggior parte dei nostri disagi, dei nostri problemi, quindi, partiamo da questo assunto “che è dentro di noi che dobbiamo cercare”, non nelle altre persone, non in ciò che chiamiamo “il mondo esterno”.

Ricordiamo che tutto ciò che in noi e fuori di noi respingiamo, persiste e si moltiplica con grande forza e intensità, nutrito dalla mente e dai pensieri, ciò che invece accettiamo dentro di noi e fuori di noi, si dissolve come neve al sole.

E' la nostra mente, con il suo chiacchiericcio di pensieri veloci e insidiosi come mosche impazzite, che incessantemente lungo il corso delle nostre giornate, ci precipita in una costante oscillazione fra il rimorso del passato e la preoccupazione del futuro.

Ad aggravare la nostra condizione subentra il fatto che noi ci identifichiamo totalmente con la nostra mente senza riuscire a gestire pensieri, emozioni, sentimenti, quasi completamente in balia di essi, mentre in realtà noi siamo esseri ben più complessi  e grandiosi, nella nostra unicità ed interezza: noi siamo di più della nostra mente e dei suoi pensieri!

Per poter entrare in un percorso di consapevolezza di noi stessi (consapevolezza del Sé) e affrancare la  nostra vita dalla tirannia dei pensieri negativi, abbiamo bisogno vitale di far tacere questo falso sé che la nostra mente ha costruito soprattutto sotto lo sguardo degli altri e di ciò che pensano di noi(ego).

Cerchiamo, quindi, un’uscita dal labirinto del dolore psicologico: concentrandoci, focalizzando la nostra mente stanca ed esaurita come una batteria scarica, sul momento presente, sul “qui e ora” studiato  e proposto dalla Gestalt, o, come dice E. Tolle, “arrendendosi all'Adesso”. Ma prima ancora di queste scuole psicologiche, le Sacre Scritture parlano di esercizi volti a far tacere questo vociare mentale, esercizi che hanno formato i padri del deserto, il monachesimo di differenti religioni,etc.

Il dottore della Chiesa Teresa di Avila, ne parla descrivendole come fastidiose mosche che ronzano costantemente sul nostro capo, alle quali non si può impedire di volare, ma si deve necessariamente, con grande determinazione, impedire di poggiarsi, pena la stanchezza mentale e la confusione.   Se ci esercitiamo, poco per volta, ad essere totalmente presenti a ciò che facciamo, raccoglieremo le energie psichiche, fisiche e spirituali sperperate fino ad oggi rincorrendo la nostra mente, e ciò ci renderà più sereni, forti, entusiasti, attivi ma senza strafare, poiché possediamo solamente questo preciso istante. Non ci appartiene il passato perché ormai è andato e neanche la memoria più ferrata lo riporta all’oggi, non ci appartiene neanche il futuro, abbiamo potere solo sul momento presente ed è su quello che dobbiamo affinare le nostre capacità attentive.

Ma queste cose, non sono forse state affermate con forza dal Cristo dei vangeli quando diceva “perché vi affannate per il domani, a ciascun giorno basta la sua pena …”, oppure “… tu ti sei gettato dietro le spalle il mio passato e tutte le mie colpe …” L’unico istante che conta, quindi, è esattamente qui e adesso: questo ci consentirebbe di vivere una vita piena. Chi riesce a vivere l’attimo presente fa esperienza della piena realizzazione ed è realmente nel proprio Sé più autentico, lontano dall’ego e dalle sue illusioni, al largo rispetto alle aspettative degli altri che spesso ci rendono dipendenti affettivamente.

Venendo al mondo ogni essere umano entra in una angoscia spazio/temporale che lo proietta o nel passato o nel futuro, lontano dal presente in una perenne schizofrenia allucinatoria. Ma il tempo è un illusione che va domata: la realtà è solamente nell’istante presente. La maggior parte di noi, ad esempio, vive la propria giornata quotidiana totalmente guidata da un orologio: incapaci di domare il tempo, abbiamo l’illusione che il pensiero possa correre più velocemente. Con il pensiero, quindi, siamo ovunque eccetto che in noi stessi.

Reale e tangibile è solamente l’istante che stiamo vivendo, anche se la nostra società ha costruito una serie di prove documentabili, dette anche tangibili, che dimostrano i fatti avvenuti ieri, o anni addietro, parimenti si punta tutto sulla pianificazione, sulla programmazione, nel tentativo disperato di ottenere potere sul futuro, la realtà è per essenza solo nell’istante presente. Vivere il momento presente, lungi dall’essere deresponsabilizzazione, o passività nel dimenticare il domani, ci da la piena consapevolezza di noi, di ciò che ci circonda, delle relazioni, e ci restituisce un’azione forte, feconda, chiara ed efficace.



Arte Terapia    

di Massimo Rondi

Mi sembra che la famosa foto di Einstein (qui riprodotta su licenza degli autori e dell’editore, da "Storie di normale dislessia", di Rossella Grenci e Daniele Zanoni - Junior D EasyReading - font "ad alta leggibilità" mirato ai DSA Edizioni Angolo Manzoni 2011):

http://www.10righedailibri.it/prime-pagine/storie-normale-dislessia-15-dislessici-famosi-raccontati-ai-ragazzi

possa essere un commento alle polemiche.

Un sorriso seppellirà i problemi? L’umorismo ci salverà? Magari! Ed ecco che l’arte, la letteratura, il racconto in quanto testo scritto, audio, illustrato, è terapia a condizione, in questo caso, che sia “accessibile”. 

Riassumiamo: all’accusa di un eccesso di diagnosi di Dislessia nella scuola italiana, dopo la Legge 170, il professor Giacomo Stella, Fondatore della Associazione Italiana dislessia, Ordinario di Psicologia clinica presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, ha  pubblicato su diverse testate un chiarificatore intervento, riportato nei giorni scorsi anche su La Stampa e su Il Corriere della Sera (qui il link al testo):

http://www.corriere.it/salute/disabilita/11_dicembre_20/troppe-diagnosi-dislessia-replica_b39dd896-2b22-11e1-b7ec-2e901a360d49.shtml.

Commentando tra l’altro: “Se i dislessici diventano troppi allora la scuola è costretta a cambiare, magari a introdurre i computer per tutti o ad aggiornare la didattica, o a ripensare ai criteri di valutazione”.

Come dislessico lieve non riconosciuto posso dare la mia personale testimonianza.

Ciò che mi salvò, ai miei tempi fu l’acutezza di una maestra intelligente e attenta che identificò il mio problema e adottò – lo comprendo ora – maniere dispensative e compensative ante litteram. Ciò mi permise di mettermi in linea con i miei compagni, pur facendo il doppio della fatica.

Ma so che moltissimi altri dislessici, seppure nati parecchi anni dopo di me, non hanno incontrato  uguale lungimiranza: penso a Daniele Zanoni, che si è sentito dire da un’insegnante: “Non combinerai mai nulla”, e invece si è laureato in fisica grazie alla sua grande cocciutaggine.

Ma perché dobbiamo ottenere con fatica ciò che è un nostro diritto?

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…(Costituzione della Repubblica Italiana, Principi fondamentali, Articolo 2). Questa è la premessa della collana JUNIOR D di Edizioni Angolo Manzoni, per dire che tutti i bambini hanno diritto alla “lettura”. Se i libri in commercio non sono adeguati, si facciano libri ergonomici… Ed è  nel 2010 che viene utilizzato dalla casa editrice l’innovativo font mirato ai DSA, con queste caratteristiche:

http://www.angolomanzoni.it/pdf/carattere_easyreading_presentazione.pdf

valutate positivamente da Rossella Grenci:

http://www.rossellagrenci.com/2012/01/caratteri-di-stampa-per-i-dislessici/

Uno degli scopi della Legge n.170 varata nell’ottobre 2010 - “Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento” - riconoscendo l’esistenza dei Disturbi Specifici di Apprendimento, è permettere l’adozione nella scuola di metodi e strumenti dispensativi e compensativi.

Oltre che all’Associazione Italiana Dislessia, ricordata dal Professor Stella,  il  ringraziamento va a Vittoria Franco, a Franco Asciutti e a tutti gli altri parlamentari che hanno promosso la Legge; a Laura Ceccon, “mamma di un bambino dislessico” e tutti quelli che l’hanno appoggiata nel pretenderne la promulgazione; e tutte le associazioni,  i gruppi, enti e circoli di esperti (Neuro Psichiatra Infantile, Psicologo, Logopedista, Pedagogista...),  educatori,  insegnanti e genitori che sono sorti col proposito di far sì che la scuola sia a misura di dislessici, anzi che la dislessia sia la misura della scuola.

E non fermiamoci qui!

 

     
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