Anno III - Numero 2

I CIRCUITI NEURONALI e la profezia che si autoadempie

di Patrizia Masciari

Vorrei trattare un tema intrigante che ho osservato (katanoein dal greco osservare attentamente, al di là delle

apparenze) e appuntato ripetutamente nei protocolli durante le sedute di arteterapie o durante i colloqui verbali con i pazienti.

Ci sono delle convinzioni coltivate nel tempo, quasi delle credenze che condizionano malsanamente la nostra esistenza portandoci a mettere in atto una serie di azioni che impoveriscono tragicamente il nostro quotidiano.  Queste sono capaci di porre dei limiti che nella realtà non esistono, frutto più della nostra percezione falsata delle cose, degli eventi e della nostra immaginazione. Ma se interpretati come reali diventano un freno e ci possono anche separare dal reale. Alcune volte queste convinzioni sono tanto violente da assumere i contorni di vere e proprie profezie auto avveranti.

In sociologia una profezia che si autoadempie, o che si autoavvera (Merton, 1971), o che si autodetermina (Watzlawick et alii, 1971), è una previsione che si realizza per il solo fatto di essere stata espressa. In questo caso la predizione e l’evento che ne consegue, sono in un rapporto circolare, secondo il quale la predizione genera l'evento e l'evento verifica tragicamente la predizione. Per capirci prendiamo ad esempio ciò che è accaduto recentemente nel mercato finanziario: c’è stato un evento che ha determinato un periodo di precarietà dei mercati finanziari, poi il panico ha creato una convinzione diffusa che potesse essere imminente un crollo, gli investitori hanno perso fiducia e hanno messo in atto una serie di reazioni tali da causare realmente il crollo. In psicologia, una profezia che si autoadempie si ha quando un individuo, convinto o timoroso del verificarsi di eventi futuri, altera ossessivamente il suo comportamento in un modo tale da finire paradossalmente per causare proprio tali eventi che tanto temeva.

Secondo la definizione del sociologo americano Robert K. Merton, che introdusse il concetto nelle scienze sociali nel 1948, «una supposizione o profezia che per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità». Merton trasse ispirazione dalla formulazione che un altro celebre sociologo americano, William Thomas, aveva dato di quello che è passato alla storia come “Teorema di Thomas che recita: “Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze”. Un esempio di profezia che si autoadempie citato dallo stesso Merton è il seguente: “Un mercoledì mattina del 1932, Cartwright Millingville va a lavorare. Il suo posto è alla Last National Bank e il suo ufficio è quello di presidente. Egli osserva che gli sportelli delle casse sono particolarmente affollati per essere di mercoledì; tutte quelle persone che fanno dei depositi sono inconsuete in un giorno della settimana che è lontano da quello in cui si riceve lo stipendio. Millingville spera in cuor suo che tutta quella gente non sia stata licenziata e incomincia il suo compito quotidiano di presidente. La Last National Bank è un istituto solido e garantito. Tutti lo sanno, dal presidente della banca agli azionisti, a noi. Ma quelle persone che fanno la coda davanti agli sportelli delle casse non lo sanno; anzi, credono che la banca stia fallendo, e che se essi non ritirano al più presto i loro depositi, non rimarrà loro più nulla; e così fanno la fila, aspettando di ritirare i loro risparmi. Fintanto che l’hanno solo creduto e che non hanno agito in conseguenza, hanno avuto torto, ma dal momento che vi hanno creduto e hanno agito in conseguenza, hanno conosciuto una verità ignota a Cartwright Millingville, agli azionisti, a noi. Essi conoscono quella realtà perché l’hanno provocata. La loro aspettativa, la loro profezia si è avverata; la banca è fallita”.

Le nostre convinzioni possono diventare veramente limitanti perché creano delle certezze a cui ci aggrappiamo disperatamente senza rendercene conto e che non rappresentano affatto la realtà, ma nel momento in cui le facciamo diventare azioni le rendiamo reali e anche contagiose.
Una volta che una convinzione si fa strada dentro di noi, saremo consciamente e inconsciamente alla ricerca costante della sua conferma. Ora, quando la convinzione è fondamentalmente positiva e ci sospinge verso l’autostima, può anche essere una nostra alleata, ma quando, come più spesso accade, è di orientamento negativo, assume le connotazioni di una auto-maledizione che rischia di condizionare tutta la nostra esistenza e inevitabilmente disturbare anche quella di chi ci vive vicino.

Esempi verbali di questi meccanismi: “Non sono portato per il computer, ogni volta che mi ci metto mi si chiude la mente”; “Le mie relazioni sentimentali sono sempre fallimentari, sembra proprio che me li cerco con il lanternino”, “Non credo più nell’amicizia, ogni volta che mi fido di qualcuno vengo tradita puntualmente”; “Ecco, lo sapevo che mi si sarebbe bucata la ruota proprio su questa strada buia …”, etc.

Cambiare queste convinzioni, non solo è possibile, ma direi, indispensabile se non vogliamo che la nostra vita si impoverisca e venga sempre più allontanata dal reale.

E’ possibile grazie al fatto che il nostro cervello è plastico e che quando è sollecitato da nuovi stimoli, deraglia dai vecchi malsani circuiti per stabilirsi su nuovi binari neuronali che restituiscono al nostro organismo, nuove energie vitali.

Esempi di azioni consigliate per uscire dai vecchi schemi delle nostre malsane convinzioni ed entrare in nuovi circuiti: andare a buttare la spazzatura in un cassonetto diverso da quello solito; sperimentare nuovi percorsi per le passeggiate; fare nuove strade per raggiungere il posto desiderato; mangiare pietanze mai assaggiate; accettare nuovi punti di vista sulle situazioni; etc. trovatene creativamente degli altri sapendo che vi accorgerete subito del miglioramento dell’umore e dell’ aumento della vostra serotonina.


MALTRATTAMENTO E VIOLENZA SULLE DONNE

di Maria Galantucci

Riconoscere e   conoscere quello che spesso succede tra le mura domestiche in termini di danno per le donne e i minori, sapere che per violenza e maltrattamento si intende tutto ciò che implica sopraffazione psichica, economica, sessuale, oltre che fisica, vuole dire offrire alle donne la possibilità di rompere il segreto senza essere accusate di complicità, di avere la certezza che non solo chi picchia o uccide compie un reato, ma anche chi insulta, svilisce o minaccia.

Spesso l’agire con violenza proviene da lontano, è un atteggiamento che passa dal padre al figlio, così come il subire passa, in modo transgenerazionale, dalla madre alla figlia, in una catena che sembra difficile da spezzare.

La violenza fisica: si intende qualsiasi azione che possa far male o spaventare, e quindi non solo botte che provocano lividi, ferite o rotture, come ceffoni, calci, pugni, morsi o altro fino a esiti letali, ma anche atti intimidatori e minacce che tendono a terrorizzare la donna e a tenerla sotto controllo. In questo senso gli urli, le aggressioni verbali, lo spaccare oggetti o prendere a calci mobili e porte, metterle le mani al collo, farle vedere un’arma o un coltello, strattonarla sono tutte forme di violenza fisica che non producono conseguenze visibili e che possono non essere riconosciute come tali, anche dalle donne stesse che le subiscono.

La violenza psicologica: l’aspetto psicologico del maltrattamento è una delle più potenti strategie di potere e di controllo che presiedono all’effrazione. In questo senso si parte dal presupposto che il maltrattante intenzionalmente voglia sopraffare la donna mediante strategie umilianti e dolorose di potere e controllo che provocano nella vittima una vera e propria  effrazione psichica, indebolendola e impoverendola in modo grave ma funzionale al protrarsi dell’abuso.

L’intento è quello di distruggere la vittima, spezzando la sua visione del mondo e di se stessa. Ledere la sua autostima e le sue sicurezze.

Il maltrattamento, nel suo aspetto psicologico, si manifesta tramite strategie di controllo abbastanza ricorrenti. Alcune donne riferiscono che il partner ha sempre un’espressione di sopportazione e di disprezzo quando parlano di qualcosa.

Altre descrivono gli atteggiamenti giudicanti e svalutanti sul modo di essere moglie  e madre. Altre strategie di violenza e di controllo possono consistere nel fare vuoto intorno alla compagna, isolandola dal suo contesto sociale e affettivo, o sorvegliandola in continuazione.

Altre volte l’aspetto psicologico del maltrattamento assume forme meno subdole e più riconoscibili sempre però giustificate da presunte colpe e manchevolezze della compagna. Ci possono essere offese, insulti, epiteti ingiuriosi, pesanti accuse non suffragate dai fatti.

Lo stalking: o persecuzione è un fenomeno diffusissimo negli esiti delle relazioni con maltrattamento in quanto il partner violento non vuole rinunciare alla sua preda anche se la tormenta, anzi proprio perché la tormenta. Nel suo gioco perverso il maltrattante sembra essere guidato da una logica ferrea dettata dal bisogno che sente di provocare nella compagna disagio e malessere.

Lo stalking può avere aspetti diversi: telefonate continue, anche mute, a ogni ora del giorno e della notte e ripetute; tempesta di messaggi al cellulare ora minacciosi ora amorosi, oppure contenenti perentorie ingiunzioni; pedinamenti; presenza costante sotto casa, davanti al luogo di lavoro o in qualsiasi posto dove la donna abitualmente si reca; irruzioni sul posto di lavoro; aggressioni fisiche; uso dei bambini come tramite di messaggi offensivi alla madre; richiesta continua e ossessiva ad amici e parenti sui movimenti della donna; non corresponsione degli alimenti stabiliti dal giudice ecc.

La violenza economica: il controllo economico è diffusissimo, anche se scarsamente riconosciuto in quanto il fatto che l’uomo detenga il potere economico e sia lui a gestirlo trova largo consenso e non certo condanna. Ci sono donne che si sentono costrette a versare tutto il loro guadagno su un c/c cointestato, di cui però non possiedono libretto di assegni, altre che si sentono in obbligo di consegnarlo direttamente nelle mani del marito che non rende mai conto dell’uso che ne fa, mentre loro sono costrette a dimostrare a lui ogni minima spesa effettuata.

La violenza sessuale: è opinione comune pensare allo stupro perpetrato da sconosciuti e fuori dalle mura domestiche. In realtà i dati raccolti dai Centri Antiviolenza e dalle Case delle Donne, dimostrano che la maggior parte delle violenze sessuali avvengono all’interno delle mura domestiche e sono inflitte non solo dai mariti o partner, ma da persone conosciute con cui la vittima aveva rapporti di fiducia.

Individuare la violenza sessuale nei rapporti di coppia va a toccare nodi profondi e delicati.

Molte donne che vivono una relazione abusiva, riescono ad avere un contatto affettivo con il partner solo attraverso l’atto sessuale che diventa l’unico momento di una intimità che nel quotidiano è andata totalmente persa: è un piccolo risarcimento, che le mantiene in equilibrio. In questo senso le insistenze del partner per avere un rapporto anche quando la donna non vorrebbe, fanno breccia in quel piccolo spiraglio.

Costringere la donna ad avere rapporti  anche quando lei non lo desidera, o è stanca o vorrebbe dormire, o ha appena partorito sono tutti aspetti della violenza sessuale.

 

Bibliografia

G. Ponzio : “Crimini segreti” Maltrattamento e violenza alle donne nella relazione di coppia. Baldini Castoldi Dalai editore



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